1. Chi è stato il miglior francese di sempre della Juve?

    1. Zinedine Zidane
    2. Michel Platini
    3. Didier Deschamps
    4. Lilian Thuram
    5. David Trezeguet
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In queste settimane, mi sto occupando più del calcio del passato che non di quello del presente. Questo perché non mi è mai interessato molto occuparmi di quello che ruota ai margini al gioco, figuriamoci se – come accade in questi tempi – non c’è veramente niente che si muove. Quindi, molto meglio andare indietro, ricordare, rivedere, studiare. E magari anche divertirsi, giocando a riavvolgere i fili della storia o dipingendo con la fantasia grandi campioni di epoche diverse mentre convivono idealmente su campi immaginari. Un passatempo, nulla più, ma sicuramente più appassionante che non affannarsi a sproloquiare di cose insensate.

Quindi, oggi vi voglio portare a fare un viaggio attraverso i giocatori francesi che hanno caratterizzato la storia della Juventus: sono in tutto venticinque, fra cui due dei fuoriclasse più grandi e più amati dal popolo bianconero. Vi voglio indicare, sapendo bene di stimolare grandi discussioni come succede ogni volta che si disputa di gusti, quelli che nella mia idea sono stati i cinque più importanti. Costringendomi a fare esclusioni dolorose, visto che gente come Henry, Vieira, magari anche Evra o persino Combin meriterebbero sempre massima considerazione. Però questi cinque sono i miei top. E apro ufficialmente il dibattito.

Robustezza, forza e qualità

Lo apro mettendo sul tavolo due nomi, quelli di Lilian Thuram e Didier Deschamps. Parto da quest’ultimo, uno degli unici tre uomini nella storia del calcio capaci di vincere il Mondiale sia da giocatore che da allenatore, e che ha fatto parte della storia juventina in entrambe le vesti.

Deschamps è arrivato alla Juve nel 1994, dopo aver già vinto tre campionati e una Champions League con la maglia dell’Olympique Marsiglia. È arrivato in un epoca di grande cambiamento, con la società passata dalla presidenza Boniperti alla gestione della triade, e con il nuovo progetto tecnico affidato al rampante Marcello Lippi. Didier Deschamps al primo anno ebbe un ambientamento complicato a causa di problemi fisici, ma finì per fare gol nella partita definitiva contro il Parma che diede alla Juventus un campionato atteso da tempo (il primo dei suoi tre Scudetti) per poi diventare un cardine assoluto della formazione capace di conquistare la seconda e ultima Champions bianconera nonché di spazzare via il Paris Saint Germian in Supercoppa Europea e il River Plate per la conquista dell’Intercontinentale a Tokio. Già solo questo ciclo potrebbe valere il riconoscimento perpetuo a uno dei centrocampisti tatticamente più fini e tecnicamente più completi degli ultimi trent’anni di football, ma nella sua costellata carriera entra senza possibilità di discussione anche la coraggiosa scelta di tornare a Torino per essere l’allenatore della risalita dall’inferno della Serie B, anche se la rottura violenta con la società a fine campionato ha gettato un’ombra su quella che deve comunque essere annoverata fra le sue imprese.

Anche la storia juventina di Lilian Thuram prende vita in un momento di ricostruzione: arrivò nell’estate del 2001, quando la Juve si ritrovò a dover reinvestire (molto sapientemente) i lauti proventi generati dalla cessione del suo connazionale Zidane al Real Madrid e lo prese dal Parma, rendendolo in quel momento il difensore più caro nella storia del calcio. Un’etichetta meritata per un colosso ammantato di eleganza e per un simbolo della generazione dorata francese, che nei suoi cinque anni alla corte della Signora ha superato le duecento presenze e vinto due Scudetti (più due revocati), disimpegnandosi sia come terzino destro che come difensore centrale e meritandosi la possibilità di andare a chiudere la carriera fra i luccicanti lustrini di Barcellona. Un difensore perfetto, e anche un personaggio di elevata statura intellettuale. Indubbiamente, uno dei difensori più forti che la Serie A abbia ammirato negli ultimi venticinque anni.

Il bomber per eccellenza

Uno spazio ad hoc voglio dedicarlo a un bomber, anzi “il” bomber francese nella storia della Juve: David Trezeguet, autore di 171 reti che ne fanno il più prolifico attaccante straniero che abbia mai militato in bianconero, dei quali fanno parte anche quei quindici segnati in Serie B, quando diede prova di un attaccamento fortissimo. Il suo arrivo a Torino è avvenuto nell’estate del 2000, appena dopo aver segnato il dolorosissimo golden goal che tolse all’Italia di Zoff un Europeo che sembrava già vinto, e in un decennio segnato anche da alcuni infortuni e qualche turbolenza ha tenuto una media superiore al gol segnato ogni due partite giocate, imponendosi non solo come un realizzatore seriale ma anche come un attaccante di splendido e riconosciuto stile. Una sorta di killer in guanti bianchi, un bellissimo e indimenticabile centravanti.

Due stelle irraggiungibili

Ma al di sopra di tutti ci sono loro due, i due più grandi calciatori che la Francia abbia mai partorito, due numeri dieci iconici, due Palloni d’Oro, due sovrani assoluti del campo per i quali è quasi impossibile stabilire una gerarchia dicendo chi sia stato il numero uno e chi il suo vice. La questione può essere risolta così, salomonicamente: Zizou a livello assoluto è stato più grande, visto che è riuscito ad essere Campione del Mondo e poi ha strabiliato anche nella sua successiva vita calcistica come allenatore, però nel mondo juventino “Le Roi” Michel ha uno status intaccabile, perché a differenza del marsigliese ha vinto la Coppa dei Campioni, che invece a Zinedine Zidane è sfuggita in due finali perse e che gli è arrivata solo dopo il suo trasloco nel Real dei Galacticos. In ogni caso, la comparazione fra i due è affare lezioso e molto meno interessante rispetto al riprendersi gli echi del loro calcio: la nobiltà, l’identità, anche l’anticonvenzionalità se vogliamo, perché il tratto da viveur brillante e distaccato di Platini lo definiva tanto quanto la poesia dei suoi colpi e l’essere un fantasista fuori dal suo tempo di Zidane, uno che in un calcio segnato dal dogma dei “due-massimo tre tocchi” ha portato il pallone quanto e come nessun altro, è una delle numerose chiavi per intendere la sua mastodontica grandezza.

Poi, chi sia stato il migliore fra i due lo lascio scegliere a voi…