Definirlo il miracolo di Messias è fin troppo scontato. Soprattutto, è ingiusto. Perché se il Milan è riuscito all’improvviso a far impennare le proprie chances di passaggio di turno non è merito di una grazia ricevuta. Bensì della ricerca costante, del sacrificio quotidiano, dell’idea che diventa stimolo e si trasforma in evoluzione.
Lo stesso si può dire di un’Inter che di forza, ma soprattutto di gioco e di idee, è riuscita a trasformare un’estate che rischiava di gambizzarla, in un’occasione di rilancio che l’ha portata fino ad abbattere il muro che la teneva fuori dalle migliori sedici d’Europa dalla stagione 2011/2012. Non sono miracoli quelli che hanno finalmente regalato al calcio italiano un mercoledì sera europeo di pura esaltazione. Sono le conquiste di gruppi e di professionisti che oggi meritano il massimo del plauso. E la differenza fra miracolo e conquista è proprio quella che serve per capire la natura intima della rinascita del calcio milanese dopo anni di buio e sconfitte.

Milan: nessun traguardo precluso

Per il Milan il successo pieno, meritato, statuario del Wanda Metropolitano è solo un traguardo volante. Perché per arrivare a prendersi una qualificazione che fino a ventiquattro ore fa appariva utopica e che invece oggi è “solo” un’impresa da fare, bisogna ancora battere il super Liverpool e sperare che a Oporto esca l’incastro giusto. É ancora molto difficile, ma è straordinariamente meno impossibile. Questo perché è un Milan sì giovane ma non immaturo. Sì continuamente costretto a contare gli assenti ma mai troppo depotenziato. Sì reduce dalla prima sconfitta in campionato ma tutt’altro che abbattuto o ridimensionato. Nel gelo di Madrid si è ripreso in un colpo solo tutto quello che gli era stato negato nelle precedenti quattro uscite nel girone più difficile di questa Champions. E lo ha fatto solo con le proprie forze, senza aiuti esterni di nessun genere. Lo ha fatto con il piglio di chi grande forse ancora non lo è del tutto ma da diverso tempo ci si sente, e indubbiamente ha trovato la strada giusta per diventarlo. Lo ha fatto spogliando un Atletico Madrid bruttino (come lo è quasi sempre stato in questa stagione) della sua nomea di squadra più dura delle altre. I rossoneri sono stati più solidi, più famelici e anche più spessi degli spagnoli, battendoli poi con una giocata collettiva sensazionale, dopo che il grande architetto Pioli aveva calato quattro cambi in un colpo solo, dando alla partita l’accelerazione definitiva e decisiva. Il gol lo ha fatto Junior Messias, uno che in alto ci è arrivato a trent’anni. Che fino a poco tempo fa giocava a livelli amatoriali. Che l’anno scorso è arrivato ultimo con il Crotone. Che il suo sogno milanista non lo aveva ancora vissuto per colpa dei problemi fisici. Che prima dell’ottantasettesimo minuto di Atletico Madrid-Milan del 24 novembre 2021 non aveva mai effettuato un tiro in una partita di Champions League. Al primo ha fatto centro pieno, di testa come gli era capitato solo altre tre volte e sempre su campi di provincia profonda. Ma ve lo ripeto, non pensate al miracolo. Pensate al duro lavoro di ogni giorno, pensate alla crescita costante, pensate alla voglia di non porsi limiti precostituiti. Vi figurerete questo Milan e il suo nuovo eroe, uno che nel calcio dei tatticismi e dei pochi tocchi è emerso portando palla, dribblando e facendo costantemente quello che nessuno si aspettava da lui. Un po’ come Brahim Diaz, altra stellina brillantissima nella notte madrileña. Una notte in cui forse il Milan non ha conquistato niente di concreto visto che la qualificazione è ancora tutta da inseguire, ma è stata probabilmente la notte in cui la banda di Stefano Pioli ha ottenuto il definitivo diploma di maturità, e la consapevolezza che – un po’ come Messias che dai tornei di dopolavoristi è arrivato a decidere un big match di Champions – ormai nessun traguardo può esserle precluso.

Inter, dieci anni dopo…

Chi invece un paio d’ore prima ha fissato una pesantissima pietra miliare è l’Inter che questo punto definitivo di maturità mentale lo ha raggiunto l’anno scorso arrivando a vincere uno Scudetto di enorme portata. Ma ora, dopo aver conquistato gli ottavi di Champions League a seguito di tre tentativi malamente falliti, è riuscita persino ad andare al di là. In quattro giorni, battendo il Napoli ed esorcizzando anche il fantasma dello Shakthar. In casa nerazzurra si è fatto un pieno di entusiasmo. Talmente tanto che oggi a qualcuno vien da dire che se l’Inter è riuscita a fare questo passo è perché non è più quella schematica, pragmatica e codificata dell’anno scorso, bensì una squadra più libera e creativa, più sfrontata e più europea. Non è proprio così. Innanzitutto, sostenere questa tesi sarebbe troppo ingeneroso verso l’esorbitante lavoro fatto da Antonio Conte che all’Inter ha riportato una dimensione dimenticata da tempo. Però è vero che sulle basi di questo lavoro Inzaghi ha costruito in poco tempo una visibile evoluzione. L’Inter che oggi vede in Dzeko non solo un realizzatore continuo ma anche un’inesauribile fonte di gioco. Che ha finalmente impiantato Calhanoglu come tassello di completamento di un trio di centrocampo perfettamente omogeneo. Che guarda Perisic frustare qualsiasi avversario giocando solo sulla carta da laterale ma nella realtà dei fatti facendo la terza, imprevedibile punta. Che ammira la silenziosa e preziosissima dedizione di Matteo Darmian e che sa attaccare con tantissimi uomini creando svariate occasioni da rete in ogni sua uscita. É effettivamente una squadra che è riuscita a lanciarsi nella modernità. Un’Inter tornata ad essere un po’ pazza, visto che i sussulti non mancano, sia per le (sempre troppe) occasioni mancate sia per quelle che vengono immancabilmente concesse a chiunque. Sono costate conti da pagare nei primissimi mesi ma che guarda caso, nelle ultime due partite della svolta, non hanno inficiato il risultato. Perché l’Inter di Inzaghi, ma bisognerebbe dire anche di una dirigenza che ha saputo reagire in maniera sbalorditiva a innumerevoli e pesanti problematiche, è sempre più una squadra fresca, spavalda e forte in senso assoluto. E tutto questo è successo in un momento in cui le fondamenta sembravano crollate, con una proprietà sciolta, i totem Lukaku e Hakimi emigrati, il comandante Antonio Conte sceso dalla nave e anche altre figure determinanti come Christian Eriksen o lo straordinario preparatore atletico Antonio Pintus non più presenti nel gruppo. Sembra un miracolo eh? No, ve lo ribadisco ancora una volta: è semplicemente la competenza, la visione, la convinzione e la capacità di chi sa leggere il calcio e sa farlo.