Altra settimana molto dura per il nostro calcio a livello internazionale: speriamo che stasera l’Europa League ci porti qualche soddisfazione e magari una grande impresa, perché per il resto la Champions è parsa mettere a nudo un gap che forse ci eravamo illusi di aver quantomeno assottigliato, e che invece si è ripresentato ricordandoci che sul piano dell’intensità, della forza e della continuità di gioco all’interno dei novanta minuti la Serie A rimane un qualcosa di molto (troppo) diverso dal grande football europeo. Sono state due sconfitte molto diverse quelle che si sono abbattute su Lazio e Atalanta, però sono state due sconfitte. Casalinghe oltretutto, anche se il fattore campo è cosa sempre più insignificante di questi tempi. Che si aggiungono alla figura opaca fatta a Oporto dalla Juventus (unica squadra ad aver chiuso al primo posto il proprio girone e poi battuta nel primo atto degli ottavi), al crollo del Napoli a Granada e al pareggio beffardo del Milan in quel di Belgrado. Rimane la Roma, ed è troppo poco. Anche se io aspetterei i ritorni prima di tracciare un vero e proprio bilancio…

Lazio: il Bayern è di un altro pianeta

Discorso che vale per tutte tranne una: la Lazio ha già chiuso dopo il primo atto la sua Champions League, perché è vero che nel calcio è sempre possibile qualsiasi cosa, ma in questo caso andiamo un po’ troppo oltre ogni più utopica speranza. Il Bayern è di un altro pianeta rispetto ai biancocelesti, che oltretutto hanno contribuito gentilmente a rendergli la trasferta all’Olimpico una piacevole vacanza romana a una squadra che ha trasformato cinque assenze che avrebbero mandato molti in crisi di identità in un’ottima opportunità per proiettare nel firmamento delle stelle il diciassettenne Musiala, un ragazzo che dalle nostre parti starebbe ancora a giochicchiare con i pari età o al massimo sarebbe inserito in qualche operazione da plusvalenze dorate, e invece a casa dei campioni di tutto gioca, segna e incanta. Se poi a questo valore indiscutibile e forse incontrastabile si aggiungono i ben tre hara-kiri fatti dalla banda di Inzaghi, eccone uscire un risultato durissimo ma sincero. E dire che la Lazio aveva incominciato anche benino, con un paio di puntate promettenti ma rese illusorie dalla follia di Musacchio, poi seguite da pasticciaccio di Patric e dall’autogol di Acerbi. Un trittico di brutture che ha messo a nudo il vero neo di questa squadra: un reparto difensivo non all’altezza degli altri, e qui l’ottimo direttore sportivo Tare dovrà rivolgere la propria attenzione per dare impulsi di crescita a un gruppo che deve guardare alla trasferta di Monaco con la voglia di andare a giocarsi una gara a sé in cui avrà l’occasione quantomeno di dare a sé stessa (in ottica rincorsa al quarto posto) una dimostrazione di vitalità e magari un’iniezione di fiducia. Anche perché è molto più che probabile che questa Champions League finirà per la Lazio con una batosta, ma non va assolutamente dimenticata una fase a gironi ritrovata dopo tredici anni, affrontata nella più piena emergenza e superata brillantemente senza mai perdere. E questa è una grande base su cui costruire, visto che la Champions League è l’università del calcio e presuppone un’esperienza che si ricerca e si costruisce negli anni.

Atalanta: rabbia, orgoglio ma anche una chiamata alle armi

Quello che sta facendo dalla stagione scorsa un’Atalanta che esce dal primo confronto con il Real Madrid battuta, imbufalita e anche un po’ segnata, ma che ha più di una possibilità di giocarsi l’accesso ai quarti nel ritorno a Valdebebas. Se la partita di ieri sera è stata tremendamente deludente sul piano della spettacolarità, molto è dovuto al cartellino rosso che è stato sventolato in faccia a Freuler al diciassettesimo di gioco: eccessivo e risparmiabile, perché è vero che Mendy si stava involando dopo una spettacolare costruzione madridista ma la sensazione è che il suo ultimo tocco prima del fallo lo portasse a decentrarsi, di conseguenza cadrebbero i presupposti della chiara occasione da gol. Un episodio troppo impattante per essere accettato con serenità, anche se è sempre consigliabile evitare di esagerare troppo con le dichiarazioni a caldo. Comunque, è stato il terzo episodio arbitrale negativo in tre partite delle italiane in Champions, dopo il mancato penalty accordato a Ronaldo sull’ultimo pallone della gara col Porto e quello non ravvisato su Milinkvoci Savic quando Lazio-Bayern era ancora sullo 0-1: non sono tre indizi che fanno una prova, i riscontri tangibili sono ben altri e non parlano di complotto contro il nostro calcio, però sono fatti da registrare. Così come è da sottolineare il fatto che normalmente in una partita di questi livelli la disparità numerica stracci qualsiasi tipo di equilibrio, e invece per decidere Atalanta-Real Madrid a favore dei rabberciati Blancos di Zidane ci è voluto il tiro da fuori di un terzino che con il piede debole ha infilato l’angolo lontano a pochi minuti dal fischio finale. Questo è un grande merito della Dea, che per arrivare in piedi quasi fino al gong ha dovuto snaturarsi, sudare, rinunciare alla propria bellezza e rannicchiarsi nell’angolino della sua area di rigore. Ma ha saputo farlo, ed è una testimonianza di progresso, di abitudine a certi tipi di missione. Su questo risultato incide anche l’enorme contingente di assenti a cui ha dovuto rinunciare il Real Madrid, che probabilmente se fosse stato a pieno organico, in queste condizioni, avrebbe creato molti più pericoli e non solo dei tiri poco precisi dalla distanza. Però nell’ottica dell’Atalanta questo 0-1 è un risultato che lascia delle porte aperte: se la vera Atalanta si presenterà a Valdebebas, potremmo avere una serata lunga e molto più scoppiettante di quella a cui abbiamo assistito ieri sera. E per vera Atalanta intendo una squadra coraggiosa, spinta dal vento e dal coraggio, che creda alla possibilità di fare male ai colossi e di aprire varchi in ogni momento. Intendo anche la squadra di Ilicic, che pare essere ripiombato in un momento di disagio: dopo la separazione dal Papu, questo gruppo che cresce e si rinnova non può però pensare di prescindere anche dall’altro vecchio baluardo tecnico. Ci sarà da fare un’impresa, molto dipenderà anche dai recuperi del Real Madrid, ma non è da scartare a priori. Prendiamoci almeno questa piccola consolazione, perché per il resto è stata un’altra settimana di crudo realismo per il nostro calcio, che continua a non voler vedere di essere ancora troppo lontano dai grandi scenari mondiali, e così facendo non si riavvicina neanche un po’.