C’era una volta un ragazzo portoghese, un numero dieci un po’ atipico, ma che aveva fatto innamorare un’intera città, Firenze, e aveva fatto stropicciare gli occhi di più di un presidente di Serie A.

Siamo sempre stati abituati a trasferimenti milionari, all’epoca miliardari, soprattutto per attaccanti, gente che segna una valanga di reti, di sicuro nel 2001 spendere 80 miliardi per un trequartista che per onore di cronaca non segnava moltissimo, era una cifra quasi spropositata.

Ma nell’estate 2001 Silvio Berlusconi fece un affondo decisivo scansando in ultimo il Parma e portando Manuel Rui Costa dalla Fiorentina al Milan.

5 anni dopo, 192 presenze, 1 campionato, 1 Champions League, 1 Supercoppa UEFA e 1 Supercoppa italiana.
Silvio non si era sbagliato.

Oggi con 80 miliardi di lire, circa 40 milioni di euro, trovate Brozovic, per dirne uno, che con tutto il rispetto con Rui Costa condivide lo sport.

LEGGI ANCHE Roberto Baggio: il Divin Codino

L’amore con Firenze

Manuel Rui Costa, ‘O Maestro, una vita tra Portogallo e Italia, due espulsioni (due) in diciotto anni di calcio professionistico, tanta fantasia, tanta Fiorentina.

Sette anni con la casacca viola, dove con Batistuta ha creato una coppia indimenticabile.

“Quando andavo a fare allenamento, lasciavo la macchina (una umile Mitsubishi rossa n.d.r.) davanti al Bar Marisa, fuori dal Franchi, per poter godere del calore dei tifosi una volta uscito dagli spogliatoi…”

E che affetto! Era uno di loro, amava Firenze, si sentiva come a casa.
A Firenze non vince tanto, ma conquista il cuore dei tifosi, ma tutte le storie hanno una fine e, purtroppo, per Rui non fu bella.
Cecchi Gori voleva cederlo prima al Parma, poi alla Lazio.
Ma lui che aveva Firenze nel cuore non ne voleva sapere di lasciare la sua squadra, la sua gente, la sua città.
Sono momenti duri, insulti, lacrime, fino alla dolorosa decisione finale: lasciare Firenze, per il bene della sua squadra, della sua gente, della sua città.

L’anima al Diavolo

Ed è lì che Rui Costa venderà la sua anima al Diavolo, squadra dove giocherà cinque anni facendo incetta di trofei, dove consacrò il suo essere tutto genio e nessuna sregolatezza con delle vittorie importanti.

Vince tanto e torna dove tutto era iniziato in Portogallo con la maglia del Benfica, tornerà in Italia da avversario abbracciato da San Siro, perché Rui Costa, dieci di altri tempi, nonostante facesse tutto con delicatezza dentro e fuori dal campo, faceva molto rumore nel cuore dei tifosi.

Unico grande rimpianto forse la nazionale, l’Europeo perso in finale contro la Grecia proprio in casa, quando tutto sembrava disegnato per una passerella dei lusitani.

Ma Rui Costa rimarrà sempre nell’immaginario come un maestro, un re forse senza una vera e propria corona come sarebbe potuto essere un Pallone d’Oro o un trofeo con la nazionale.

Obrigado Rui…

Leggi anche Hernan Crespo: El Valdanito