C’è chi sostiene che la partita perfetta dovrebbe finire 0-0, perché vorrebbe dire che entrambe le squadre non hanno sbagliato nulla. Non sono d’accordo, il calcio è un gioco sì di ragionamento, di strategia e di organizzazione collettiva, ma è anche un magico mondo fatto di fantasia e creatività in cui il talento estroso esalta il contesto scompaginando gli equilibri razionali. E il gol è il senso di tutto. Però capita a volte di vedere degli 0-0 che riescono comunque a soddisfare le esigenze di tutti, che riempiono nonostante l’assenza del protagonista principale della questione. Mi è capitato ieri vedendo, commentando e vivendo un Roma-Napoli che non ci ha regalato reti ma a cui non sono mancati intensità, increspature, emozioni e spettacolo. È finita con un pareggio che toglie agli azzurri il punteggio pieno ma non la vetta (seppur condivisa con il Milan) e che ai giallorossi non ha dato ancora una volta la tanto sospirata vittoria in un confronto con una big ma porta loro un’iniezione di orgoglio fondamentale dopo l’umiliazione norvegese. Oltre che la conferma che nella rutilante bagarre che caratterizzerà la lotta per il quarto posto questa squadra ha il potenziale per poterci essere, anche se le forze utili sono molto risicate.

Una Roma bella ma snella

Stiamo vedendo costantemente un Mourinho nuovo, quasi sorprendente: sorride, è gentile con tutti, sembra un condottiero pacificato dopo anni di fronte e che ora vuole solo divertirsi. È un po’ cambiato lo Special One, ma non così tanto. È sempre il maestro assoluto della psicologia e della gestione mentale dell’ambiente in cui opera. Infatti, dopo l’incredibile caduta in Conference League abbiamo rivisto la sua furia: dichiarazioni velenose e fatti chiari, se è vero che ieri ha mandato direttamente in tribuna Reynolds, Kumbulla, Diawara, Villar e Borja Mayoral, ovvero cinque dei dieci giocatori di movimento che aveva schierato nella formazione titolare a Bodo. Il messaggio è stato inequivocabile: al momento posso contare solo su di una quindicina di elementi, non di più, e gli altri devono farsi perdonare. Questo sparuto drappello potrà risultare troppo poco nutrito per affrontare questa assurda condensazione di impegni, però è una squadra con qualità, temperamento e basi solide. Lo dimostra soprattutto la crescita fatta in questi due primi mesi di stagione: ha iniziato sciorinando subito la sua qualità offensiva che le permette di essere sempre in partita ed è cresciuta lavorando sugli equilibri. Lo dimostra il fatto che nelle ultime due uscite di campionato, peraltro contro rivali di alto rango come Juventus e Napoli, la Roma – oltretutto sempre orfana di Smalling che dovrebbe esserne il leader difensivo, abbia subito una sola rete e concesso obiettivamente poco. Questo perché evidentemente Mourinho ha lavorato sia sulle individualità che sul lavoro collettivo: Mancini e Ibañez sono sempre più autoritari, gladiatori che scendono nell’arena per non fare prigionieri. Però, la constatazione più importante è che la Roma ha operato due piani difensivi ad hoc, diversi fra loro e ideali per contenere le caratteristiche dell’avversario di turno. Contro la Juventus i giallorossi hanno intasato la propria trequarti negando alla squadra di Allegri la possibilità di passare dal centro per scatenare i suoi contropiedi vorticosi e togliendo dalla partita Chiesa, ovvero la principale minaccia. Contro il Napoli invece l’idea è stata quella di togliere la profondità al devastante Osimhen, lasciando la capolista con la possibilità di gestire il pallone ma non con i suoi sbocchi naturali. Piano perfettamente riuscito, perché i centrali sono stati implacabili, i terzini molto attenti e il mediano Cristante impeccabile sia nei posizionamenti che nel timing degli interventi. E questa è un’evoluzione tanto palpabile quanto importante per delineare gli orizzonti di una squadra che poi può contare su di un terzetto creativo spumeggiante come quello formato da Zaniolo, Pellegrini e Abraham, su un sarto fine come Veretout e su una potenziale centrifuga della trequarti come Mkhitaryan, che appare sottotono rispetto alla sfavillante stagione scorsa ma resta uno che può sempre fare la differenza in qualsiasi momento. Bella questa Roma, il problema è che finisce qui. Perché al di là di El Shaarawy e Shomurodov, non a caso gli unici due sostituti entrati dalla panchina sia contro la Juventus che contro il Napoli, non ci sono altre alternative considerate all’altezza. Un manipolo di soldati del generale Mou, ai quali si aggiungeranno prima o poi i rientri di Smalling e Spinazzola. Questa è la Roma di oggi: bella ma molto snella. Se riuscirà a resistere fino a gennaio e poi ad irrobustirsi a dovere potrà arrivare fino in fondo. Difficile, ma non impossibile, anche perché molte concorrenti sembrano avere problemi ancor più seri.

Un Napoli che può sognare

Chi invece ancora una volta ha dimostrato di avere tante carte giuste per sognare è il Napoli di un Luciano Spalletti accolto non benissimo dal suo vecchio popolo, cacciato in modo assurdo dall’arbitro a partita conclusa e ora non più a punteggio pieno, ma se possibile uscito dall’Olimpico con un’altra conferma della potenza a sua disposizione. Gli azzurri hanno giocato una partita molto difficile con la personalità di chi è in alto non per caso. Hanno ragionato con la palla, hanno forzato pochissimo, hanno creato delle occasioni e hanno rischiato il minimo. Una vittoria sarebbe stata un colpo tremendo, ma questa dimostrazione di status vale comunque tantissimo, perché il Napoli che stiamo vedendo oggi è un gruppo che ha raggiunto un livello altissimo e costante, che ha qualità da vendere e alternative per tutti i ruoli. Se consideriamo che a quanto di molto buono già visto si stanno aggiungendo i rientri a pieno regime di gente come Mertens e Demme, che alzano il numero di veri e propri titolari a disposizione di un allenatore perfetto per guidare questa squadra. Di punti deboli ce ne sono pochi e di varianti molte. Dietro il quadrilatero formato da Koulibaly (gigantesco), Rrahmani, Di Lorenzo e Ospina fa sì che una squadra dalla chiara vocazione offensiva sia anche la miglior difesa del campionato. In mezzo Fabian è stato trasformato in un regista di grande accuratezza oltre che incisività e Anguissa ha portato un aumento sensibile del peso specifico del reparto in attesa che Zielinski ritrovi il suo miglior livello e faccia lievitare ancor di più il potenziale della squadra. Davanti Insigne e Politano convergono con una fluidità vellutata e Osimhen è forse l’individualità più disequilibrante dell’intero torneo. A tutto questo si devono aggiungere le possibili variazioni sul tema, sia in termini di uomini che di modalità di gioco. Avere un parco di alternative che presenta nomi come Meret, Manolas, Juan Jesus, Ghoulam, Demme, Lobotka, Elmas, Lozano, Mertens e Petagna permette di ragionare sul concetto della doppia squadra. Oltre a questo, l’impostazione del Napoli può sempre variare all’interno della partita: costruzione dal basso a tre con Mario Rui che si alza e Insigne che prende l’interno, palla diretta per lo scatenato Osimhen, ondeggiamento da un lato all’altro transitando dai piedi di Fabian Ruiz oppure ragnatela di passaggi in attesa del filtrante che spacca l’area. Tutte cose viste anche ieri sera, che non hanno portato al gol ma hanno dato una dimostrazione chiara del perché, seppur a sette lunghi mesi dalla fine del campionato, non è esagerato considerare il Napoli come una serissima candidata ad arrivare fino in fondo. E che anche senza reti, anche con un pareggio per 0-0, si può essere tutti soddisfatti.