Manca ancora un giro di giostra e in una stagione del genere è meglio non dare nulla per scontato, però ieri a Firenze è risuonato un messaggio fortissimo da parte del Napoli, che non solo ha dimostrato quella maturità necessaria per non vivere di sole imprese momentanee e per poter puntare ai grandi obiettivi, non solo ha esorcizzato gli aleggianti fantasmi del recente passato, ma ha anche compiuto a massima velocità, senza sbandare, l’ultima curva difficile di questo campionato. Si potrebbero raccontare tante cose di questo Napoli, si dovrebbe parlare dei meriti enormi del suo grande condottiero Gattuso e addirittura dei rimpianti che lascia il fatto di non aver avuto sempre la rosa a piena disposizione, perché con un Osimhen così (il vero elemento che ha completato un sistema di squadra tanto bello quanto efficace) chissà che oggi l’obiettivo grande a portata di mano non potesse addirittura essere un altro…un discorso che comunque lascia il tempo che trova, mentre uno che non lo fa più da un po’ è Lorenzo Insigne, il talento che è stato il motore tecnico della vittoria di Firenze e l’eroe che si è ribellato ai tiri mancini della malasorte.

Lorenzo Insigne, il Capitano del Napoli. Un capitano con la maiuscola, perché che avesse una capacità tecniche fuori dal comune lo abbiamo sempre saputo, ma che fosse diventato anche un vero leader, un trascinatore pieno, un Capitano appunto, ci è stato confermato definitivamente nell’ultimo anno. Nella partita più importante e psicologicamente pesante di questa retta finale, Insigne ha colpito due pali e ha sbagliato un rigore. Ma ha segnato la ribattuta e poi ha anche offerto il pallone della gloria a Zielinski. E oltre a tutto questo ha difeso, ha lottato, ha ragionato, ha fornito sempre un punto di riferimento per tutti. E questi sono gli aspetti che fanno l’ultima parte della differenza. Questo è quello che vale oggi Insigne per il Napoli e potenzialmente per la Nazionale.

I migliori numeri della carriera

Basterebbe anche solo citare i riscontri numerici della sua annata in Serie A: diciannove gol fatti, uno in più di quanti ne piazzò nella stagione 2016/2017, quando anche grazie al suo gran finale il primo Napoli post Higuain chiuse il campionato al terzo posto con il proprio record di punti, con il miglior attacco (94 reti) e con il minor numero di sconfitte (appena quattro). Era un Napoli che Sarri aveva reso innovativo e spettacolare, che si sublimava in un favoloso quadrilatero offensivo e che portò addirittura quattro giocatori in doppia cifra: il centravanti d’avanguardia Mertens, l’imperversante capitano Hamsik, il corsaro della fascia destra Callejon e appunto Lorenzo Insigne. Che di quel quadrato magico era un vertice acuminato, ma non la stella polare. Cosa che invece risulta dell’attacco a quattro del Napoli odierno, perché l’elemento che mette veramente a sistema l’esplosività bruciante di Osimhen, la qualità aulica di Zielinski e le frecciate dell’ala destra di turno fra Politano e Lozano, è indubbiamente il capitano. Che oltre ad aver griffato 19 reti ha anche servito 7 assist, che poi potremmo anche considerarne 8 visto che non gli viene riconosciuto proprio quello di ieri per Zielinski, avendo la Lega deciso (legittimamente) di fissare il secondo gol come autorete dello sfortunato Venuti. E comunque, anche senza contarlo, ne risulta una partecipazione diretta a una rete ogni 107 minuti in campo: quasi una a partita. E aggiungete sette pali, il dato più alto dell’attuale Serie A (ex aequo con Duvan Zapata). Ma se parliamo di numeri e vogliamo capire più profondamente la moltiplicazione del valore del contributo dato da Insigne alla causa del Napoli, dobbiamo sottolineare questi due riscontri del suo campionato: il 67% di contrasti vinti e il 48% di palle contese conquistate. E’ anche qui, anzi è soprattutto qui dove “Insigne Capitano” ha sovrastato “Insigne Talento”: nell’esempio, nella focalizzazione, nel sacrificio. E credo che c’entri davvero molto il rapporto con Gattuso, visto che questa trasformazione è stata tanto netta quanto visibile fin dal primo momento in cui il binomio si è formato.

Leader azzurro, in tutti i sensi

Non stanno più larghi i panni del leader a Lorenzo Insigne. E’ ormai acclarato anche dai momenti in cui l’emozione del calcio prova a fondersi con l’epica e il suo racconto diventa narrazione. Perché quest’anno Lorenzo Insigne è stato anche quello che ha segnato il primo gol – niente meno che su calcio di punizione – della serata in cui Napoli piangeva e allo stesso tempo rendeva immortale il suo Dios. Un po’ come se Diego, non avendo potuto consegnargli la sua numero dieci, gli avesse in qualche modo voluto comunque dare una sorta di definitiva investitura. Ma c’è un altro momento molto più concretamente impattante. Ed è stato quello del calcio di rigore di ieri. Insigne si è ritrovato a dover battere il penalty più pesante di una stagione in cui in campionato li aveva segnati tutti ma ne aveva sbagliato uno decisivo in Supercoppa. Rimanendo paralizzato di fronte alla propria mancanza. Anche a Firenze lo ha sbagliato, ma ha reagito: ha ribattuto e ha segnato. Ha spianato la strada. Da capitano non ha accettato la fermata ed è andato avanti, trascinando la marea azzurra verso il lido paradisiaco che l’attende. E a proposito di Azzurro e di orizzonti, ciò che attende Insigne è sì la partita col Verona in cui tutto dovrà essere sancito ma anche l’Europeo, a cui arriva con gli stessi crismi di giocatore cardinale per una Nazionale che ha praticamente alternative possibili per tutti i ruoli, tranne il suo. E prima di iniziare questa avventura festeggerà anche il suo trentesimo compleanno, con molti dolori che sono diventati esperienze ma anche tanti sogni che sono sempre più prospettive. Perché quest’anno lo scugnizzo è diventato uomo. Il talento è diventato Capitano.