La Juventus se guarda al presente vede un cielo grigio, incupito dalle ennesime ombre lasciate dalla campagna europea e solo parzialmente rischiarato, verso un orizzonte comunque piuttosto lontano, da barlumi di luce d’ottimismo. Fra questi, il più nitido e brillante è rappresentato da una batteria di ragazzi dai ventiquattro anni in giù (da De Ligt a Kulusevski, da Demiral a Bentancur passando volentieri anche per Arthur e McKennie) che oggi non sono ancora dei top player trascinanti, ma che fra qualche tempo potrebbero diventarlo, costituendo la colonna vertebrale del rinnovamento. Quello che quest’anno ha fatto trapelare nella cortina di nubi i raggi più promettenti è senza dubbio Federico Chiesa, sul quale è stato fatto un investimento corposo e che ha immediatamente fatto capire di aver compreso la portata della missione che lo attendeva, mettendoci pochissimo a diventare un ingranaggio basilare della squadra e aprendo prospettive che forse possono andare addirittura al di là delle previsioni. Sia per il suo club, che per la nostra Nazionale.

La Juve ha puntato decisamente forte su di lui, con un’operazione che dilazionerà il pagamento in un paio d’anni ma che costerà almeno cinquanta milioni di euro, più potenziali altri dieci legati al raggiungimento di determinati obiettivi. Tanto, perché ha sì preso un ragazzo di ventitré anni con già oltre centocinquanta partite giocate fra campionato e coppe, reduce peraltro dal primo campionato in doppia cifra della sua carriera, però ha anche puntato su di un ragazzo che nella sua emersione in un’epoca piuttosto decadente della storia della Fiorentina non aveva convinto tutti fino in fondo. L’esatto opposto di ciò che ha fatto non appena si è vestito di bianconero.

Un ragazzo pieno di determinazione

Il primo passo determinante Chiesa lo ha fatto sul piano mentale: non ha sentito minimamente la pressione del passaggio spinoso dai viola alla Signora e del salto in alto. Non si è nemmeno fatto segnare dal cartellino rosso preso a Crotone nella serata del suo esordio: ha guardato dritto davanti a sé, ha fin da subito mostrato sia a fatti che a parole di essere determinatissimo. E proprio le parole sono state il primo vero segnale di leadership: fin dall’inizio, il dipartimento di comunicazione della Juventus lo ha mandato spesso e volentieri di fronte ai microfoni. Può sembrare un aspetto marginale, ma non lo è: se un club del genere decide di fare immediatamente di un nuovo acquisto, per di più giovane, un proprio portavoce, vuol dire che ha intravisto qualcosa di particolare.

L’ottima prestazione in campo

Una determinazione che si è anche subito tradotta sul campo, dove Chiesa è stato indubbiamente il giocatore più continuo della stagione, alzando i propri livelli sotto tutti i punti di vista. Il primo riscontro emerso, è che abbiamo capito in via definitiva quale sia il suo ruolo: esterno offensivo, preferibilmente di destra ma utilizzabile anche a sinistra. Un esterno che ha l’autonomia atletica per occuparsi di tanto campo, ma che deve essere utilizzato come arma d’attacco. Per essere un’ala di livello nel grande calcio di oggi, è basilare saper fornire un contributo cospicuo in termini di fatturato, e la risposta di Federico Chiesa è stata forte: sette gol e sette assist in campionato, il che vuol dire che ha partecipato direttamente a quattordici realizzazioni, in media una ogni 110 minuti in campo. Quasi come dire che con lui sul terreno di gioco, parti da uno a zero. Non solo, ha anche impattato forte con lo scenario della Champions League, quello dove veramente si pesa il livello dei giocatori, perché è stato suo il gol che a Oporto ha dato speranza e sua la doppietta che nel ritorno ha fornito l’illusione. In totale fanno dodici reti e nove passaggi vincenti in trentasei presenze stagionali fra tutte le competizioni: numeri pienamente allineati agli standard richiesti a un esterno d’attacco da top team internazionale.

Un elemento determinante anche sulla scena internazionale

Oltre ai numeri, c’è un basilare aspetto tecnico che completa il quadro di un giocatore che nel prossimo decennio potrà davvero fare la differenza, ed è legato a quell’intensità che è stata la principale, enorme mancanza palesata dal calcio italiano nell’imbarazzante confronto avuto con le altre realtà continentali nelle ultime settimane. Chiesa è un giocatore molto intenso, sia a livello atletico che sul piano tecnico, perché è uno che punta l’uomo in velocità e lo salta. Spesso. Il che può anche apparire banale, ma è l’esatto opposto. E’ determinante. In ambito italiano perché in uno scenario ancora troppo governato da un tatticismo ai limiti del totalitario il dribbling è l’unico modo per forzare dei blocchi, ma anche in campo internazionale dove al contrario si gioca molto uno contro uno e fare un dribbling significa aprire orizzonti. Di conseguenza, avere un giocatore che corre forte, supera l’avversario e sa anche arrivare ad occupare l’area di rigore di rincorsa, per di più riuscendo poi ad essere efficace sia come realizzatore che in veste di rifinitore, diventa (vedi proprio i gol segnati al Porto) una caratteristica potenzialmente decisiva.

Chiesa e la Nazionale, in vista degli Europei

Lo è a maggior ragione anche per le mire estive della Nazionale di Mancini, dove questo Chiesa potrebbe essere un preziosissimo tassello, forse addirittura quello decisivo per completare il mosaico di un comparto creativo molto interessante. L’Italia che giocherà gli Europei ha già una conformazione piuttosto definita, con tante alternative pronte ed esplorabili ma con una costituzione basilare che si impernia su concetti e figure che il CT ha stabilizzato meravigliosamente: l’esterno sinistro di difesa che diventa un giocatore a tutta fascia, la connessione fra Bonucci e Jorginho per la partenza del gioco, il dinamismo ispirato di Verratti e Barella sugli intermedi, la presenza di un centravanti di corsa e quella di un fantasista come Insigne chiamato a convergere da sinistra verso il centro. Resta da scegliere chi mettere sul fianco destro, un ruolo che a inizio stagione sembrava poter essere consegnato a uno Zaniolo definitivamente fiorito, ma il secondo grande infortunio del romanista apre la strada proprio a un Federico Chiesa che sarebbe perfetto, perché garantirebbe sia pericolosità offensiva che chilometri macinati al fine di mantenere gli equilibri.

Un brillante futuro tutto da scrivere

Ha svoltato Chiesa: in meno di sei mesi ha dimostrato cose importantissime, dalla prontezza caratteriale che era stata messa in discussione più di una volta nel suo periodo viola fino alla capacità di essere oltremodo credibile in termini concreti. Lui e Nicolò Barella, entrambi classe ’97, sono indubbiamente i due giocatori per i quali questa stagione di Serie A ha mostrato la crescita più dirompente. E sono due ragazzi italiani che promettono di poter diventare ottimi calciatori internazionali. Peraltro, non sono gli unici. Segno che fra i fattori più importanti che hanno portato alla grave e continua crisi del nostro calcio nel rapporto con gli altri movimenti, di sicuro non vi è l’assenza di calciatori su cui costruire presente e futuro.