L’uomo di Reggiolo

Viene da Rasöl, nel dialetto locale. Reggiolo per tutti. Ma proprio tutti. Già perché quando nomini l’allenatore di Reggiolo non pensi ad altri che a Carlo Ancelotti. Carletto, altro nomignolo, affettuoso per uno che si è fatto voler bene dal mondo del calcio intero e che partendo da un comune di circa 9mila abitanti in provincia di Reggio nell’Emilia Romagna, ha saputo conquistare la vetta dell’Europa. Più vette, più di una volta. 

Ma facciamo un passo indietro.

Carlo Ancelotti nasce, cresce e vive sui campi da calcio sin da bambino, un percorso comune ai tanti, ma non molti, fenomeni che negli anni sono esplosi nel calcio. A soli 16 anni è già nelle giovanili del Parma e in poco tempo può già vantare più presenze in C che anni di vita. Sono 21 difatti le partite che Carletto disputa da titolare con i crociati nella sua prima stagione, anno 1976-77. Di talento ne ha già in abbondanza e chi ne capisce di calcio lo intuisce facilmente. Difficile quindi che uno come Cesare Maldini, arrivato sulla panchina del Parma, non lo noti e soprattutto non gli dia la collocazione tattica più fedele al suo calcio.

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Carletto il calciatore

Ancelotti è un ottimo centrocampista, ma i suoi primissimi anni da attaccanti gli hanno lasciato in eredità un fiuto del gol di cui Maldini non vuole privarsi e che quindi inducono quest’ultimo a schierarlo come centravanti arretrato, una sorta di moderno trequartista. Bingo. Quell’anno lo vogliono tutti ma alla fine ad aggiudicarselo è la Roma con cui firma appena ventenne. Coi capitolini scrive la prima parte della sua storia e anche dei giallorossi: quattro Coppe Italia e uno scudetto magico nell’82/83. 

Nonostante avesse raggiunto i gradi di Capitano, Carletto molla la Roma, spinto anche dal presidente giallorosso che crede che ormai abbia dato tutto per quei colori. Non la pensa così il Milan, nelle figure di Arrigo Sacchi e Silvio Berlusconi, i quali decidono di acquistarlo per inserirlo in quel Milan rivoluzionario che stava nascendo nel 1987. Quell’anno vincerà il suo primo scudetto rossonero che sarà solo un antipasto. Bisserà il successo in Italia nel 1991/92 per poi andare a dominare in Europa, in Champions League per due volte: stagione ‘88/89 e ‘89/90.

160 presenze con Milan che si aggiungono alle esperienze con Parma e Roma per un totale di più di 442 match sui campi di calcio. A Carletto bastano; ha 33 anni e decide di chiudere col calcio giocato. Sì, ma da se stesso. Ancelotti difatti ha già deciso che farà giocare “gli altri”, in qualità di allenatore.

Ancelotti bollito per l'Everton

Il passaggio alla panchina

Inizia come vice della Nazionale Italiana, alle spalle del suo maestro Arrigo Sacchi, poi decide di ripercorrere la sua carriera da calciatore ma in giacca e cravatta. Riparte dal suo paese e dalla Reggiana, cui fa seguito immediatamente il Parma. Realizza subito una stagione spettacolare fatta più di alti che di bassi. A poche giornate dal termine si ritrova incredibilmente (per tutti gli altri) in piena corsa per il titolo, che però perde dopo lo scontro diretto con la Juventus. Quell’anno gli varrà ugualmente un secondo posto in classifica miracoloso, tutt’ora record di sempre per la formazione parmense. Sarà anche la prima qualificazione in Champions per il Parma. Tuttavia l’anno successivo non raccoglierà risultati migliori – difficile a farsi – e al termine della stagione andrà a sostituire Marcello Lippi sulla panchina della Juventus. Coi bianconeri non nascerà mai un rapporto idilliaco, con tanti risultati ed eventi che non giocheranno a favore di Carletto. Su tutti, lo scudetto perso all’ultima giornata sotto il celebre diluvio di Perugia.

Il grande amore

Chiusa l’esperienza in bianconera, c’è una vecchia fiamma pronta ad attenderlo: il Milan. Da poco i rossoneri hanno salutato Fatih Terim e Ancelotti arriva a stagione in corso. Gli servirà da rodaggio per quella successiva, annata 2002/03 in cui l’allenatore di Reggiolo sfiora il treble! Vince Champions League nella finale italianissima di Manchester contro la Juventus e la Coppa Italia contro la Roma. Missione compiuta, ma a metà, ragion per cui l’anno successivo Ancelotti si concentra sul campionato aggiudicandosi anche lo scudetto. Seguirà la seconda Coppa dalle Grandi Orecchie nel 2006-2007, corredata da Supercoppa Europea e Mondiale per Club. Con le sue 420 partite da allenatore negli 8 anni in rossonero, diventa il secondo tecnico per numero di panchine con il Milan dopo Nereo Rocco.

Lascerà per la prima volta così il Milan e l’Italia. Fame insaziabile di trofei sperimenta prima il campionato inglese, dove nel 2010 conquista il primo storico double alla guida del Chelsea, sua nuova squadra, ma dove rimane non troppo a lungo, solo due anni.

Nuovo anno, nuova tappa. Il 2011 è l’anno del PSG. La formazione parigina è ai primi anni del suo processo evolutivo sotto la guida dello sceicco Nasser Al-Khelaïfi. Ancelotti conquista subito il campionato a mani basse, forse troppo basse per uno come lui tant’è che poco dopo cede alle lusinghe della panchina più prestigiosa del mondo: Real Madrid.

L’uomo de La Decima

Un solo obiettivo per Carletto e tutto il popolo Merengue: La Decima. Il Real è difatti costantemente alla ricerca del decimo successo in Champions League e l’uomo della provvidenza, per molti, è proprio Carlo Ancelotti. La storia gli riconoscerà talento, ingegno e quel pizzico di fortuna che serve a tutti i grandi protagonisti dal calcio. La data è il 24 maggio 2014 e la vittoria arriva dopo la remuntada iniziata al 93′ con Sergio Ramos, poi conclusasi ai supplementari per il 4-1 finale. Quinto allenatore a vincere la Champions con due squadre diverse.

Seguiranno le esperienze sulla panchina di Bayern Monaco e poi Napoli. Coi bavaresi otterrà l’ennesimo trionfo in terra nazionale, coi partenopei invece non scatterà mai quel feeling nonostante diversi successi storici, soprattutto in Champions League. Proprio coi napoletani chiuderà il rapporto in una delle maniere più controverse, scaricato a gennaio nel suo secondo anno, in seguito a diversi malintesi con società e calciatori, i quali gli riconosceranno ugualmente stima e affetto.

Da lì il ritorno in Premier, sponda Everton. Da qui, ancora tanta storia da scrivere.

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