Siamo alla penultima giornata del girone di andata e questo campionato fin qui intricato, appassionante e incerto ora ci dà l’impressione di volerci lasciare al giro di boa con un’indicazione forte: è il momento dell’Inter, che con un’ondata fatta di gioco brillante e gol a raffica ha preso la vetta. Inter che ora ha all’orizzonte la partita con una Salernitana disastrata e poi il match in casa con il Toro. Avversario delicato ma che se superato regalerebbe alla banda di Inzaghi un Natale felicissimo. L’Inter è la squadra da battere? Sì. Chi è la più accreditata a farlo? Questo è tutto da scoprire, e fra sabato e domenica arrivano un paio di appuntamenti di alto peso specifico.

Milan-Napoli: o la va o la spacca

Le luci di San Siro saranno per il confronto fra Milan e Napoli, che prima sono state le grandi dominatrici dell’avvio di stagione ma ora si ritrovano acciaccate e con dei dubbi. Il match è pesante per entrambe, forse però per gli ospiti un filo di più. La sconfitta interna con l’Empoli è arrivata al termine di una partita maledetta, segnata dal gol assurdo di Cutrone, dall’ennesimo attacco degli infortuni e da una trentina di tiri che – fra pali, interventi di Vicario ed errori – hanno dato la sensazione che neanche in duecento minuti il Napoli sarebbe riuscito a fare gol. La cosa positiva è che la reazione ambientale a una delusione inattesa si è rivelata molto matura, applausi allo spirito di squadra e nessun dramma. E’ il modo giusto di rimanere attaccati a dei sogni che di certo non possono svanire per una serie negativa. Però, al di là di tutto questo le difficoltà sono oggettive: nelle ultime sei giornate sono arrivate una sola vittoria (nella serata “maradoniana” contro la Lazio), due pareggi con (Verona e Sassuolo) e ben tre sconfitte, due delle quali in scontri diretti. Il dato che fotografa più apertamente lo stacco è quello dei gol subiti: tre nelle prime undici giornate, dieci nelle successive sei. Il motivo di questa brusca frenata è chiaramente da ricercare nella pletora di indisponibilità che si riscontra ormai cronicamente nelle formazioni di Luciano Spalletti: dal ministro della difesa Koulibaly al grimaldello Osimhen (l’assente più rimpianto domenica scorsa, perché con i suoi attacchi vertiginosi alla profondità probabilmente la baldanzosa difesa empolese sarebbe stata costretta a posizionamenti più prudenti), passando per un centrocampo che ha appena ritrovato il pilastro Anguissa ma che continua a dover rinunciare alle geometrie di Fabian e ha visto anche Zielnski alzare bandiera bianca, come prima aveva fatto Insigne. Cinque/sei punti cardinali della squadra, più una serie di preziosi elementi come Politano, Lozano, Lobotka o anche l’ormai ex Manolas impossibilitati a dare pienamente il loro contributo: nessuno può permettersi di regalare un contingente del genere. Il problema forte ora per il Napoli è che in vista di San Siro non si può sperare in una resurrezione di massa, e che in caso di nuovo ko (sarebbe il terzo consecutivo in campionato) la prospettiva più credibile è quella di ritrovarsi a meno sette dalla vetta: lì sì che sarebbe difficile evitare malumori e increspature, anche perché l’approssimarsi del mercato di gennaio minaccia non tanto di portare soluzioni dal mercato quanto di aizzare un caso spinoso come quello che riguarda capitan Insigne…ma se il Napoli è di fronte a un bivio che può valere la stagione, il Milan non è in condizioni molto diverse. La squadra di Pioli sta pagando allo stesso modo una tassa spropositata agli infortuni e in generale le fatiche di un avvio di stagione che ha portato un colossale dispendio energetico e soddisfazioni che potrebbero risultare solo parziali. Anche per i rossoneri il calo è coinciso con l’inizio di novembre: dall’1-1 nel derby in poi sono arrivati solo otto punti in sei giornate, che avrebbero tranquillamente potuto essere sette se Ibra a Udine non avesse piazzato un colpo magistrale allo scadere. In mezzo c’è stata anche la Champions, che prima ha innalzato i cuori e poi crudelmente spento ogni entusiasmo, lasciando una palpabile scia di affaticamento. Al Diavolo in questo momento sta mancando più di tutto il forcone, perché Ibra è grande ma non onnipotente, soprattutto non è eterno e avrebbe bisogno di poter essere colui il quale perfeziona il meccanismo con la propria arte, mentre non può essere colui il quale lo fa girare spingendo senza sosta. Le assenze di Rebic, Leao e Giroud, più ancora di quella già di per sé tremenda del leader difensivo Kjaer, sono la vera zavorra di una squadra che semplicemente non riesce a scatenare quella velocità e quella varietà di soluzioni offensive che le hanno permesso di lievitare nell’ultimo anno e mezzo, e se aggiungete che in mezzo al campo Bakayoko ha fallito entrambe le chances avute dal primo minuto ci si ritrova con scelte troppo risicate per una rosa che ora come ora avrebbe bisogno di aria fresca. In questo scenario di cerotti, affanni e preoccupazioni, arriva però un incontro cruciale fra veri e propri giganti: il sottotitolo è “chi si ferma è perduto”, ma io mi aspetto tutto tranne che una partita di calcoli e prudenze.

Atalanta-Roma: volti opposti che si guardano

Fra Salernitana-Inter e Milan-Napoli, alle tre di sabato pomeriggio quindi con un posizionamento quasi anonimo, si piazza un appuntamento che invece può lasciare un segno importante sulla stagione: Atalanta contro Roma sarebbe per etichetta un big match, ma a guardarlo attraverso la lente offerta dalle prime diciassette giornate di campionato appare un confronto molto sbilanciato. Perché la Dea viaggia a ritmi pazzeschi tanto da potersi prefigurare davanti orizzonti addirittura difficili da pronunciare, mentre i giallorossi hanno già da un po’ visto svanire l’effimero effetto d’entusiasmo dei primi passaggi stagionali. Il Mourinho affettuoso, positivo e quasi dolce dei primi due mesi é totalmente svanito dopo la batosta norvegese, quell’1-6 incassato in casa del Bodo Glimt che ha rappresentato il terribilmente punto di svolta in negativo della stagione romanista. Ora Mou è sempre teso, contrariato e polemico, verso l’esterno ma soprattutto nei riguardi di un gruppo troppo lontano sia numericamente che qualitativamente dalle sue abitudini, il che non solo ha portato allo sfilacciamento di un’intesa che sembrava promettere bene ma ha anche un po’ diluito il sentimento popolare. In più, a rendere ancor più complicate le vicende della Roma ci si mette l’infermeria, ma più in generale la sensazione è che – come del resto ai tempi del tanto (e ingiustamente) vituperato Fonseca – questa squadra non possa sostenere una difesa senza tre centrali e allo stesso tempo, di conseguenza, non riesca a scatenare il suo potenziale offensivo senza incappare in lampanti disequilibri. Ora come ora, l’unica vera fonte di creatività offensiva è Mkhitaryan, che una volta riportato su corridoi più interni è tornato a fornire lampi, ma che non segna dal tre di ottobre e finora in campionato ha fornito sei centri in meno rispetto alla stagione scorsa. Per il resto, Zaniolo da seconda punta (quando sta bene…) si dà da fare ma non è nel suo habitat naturale, Abraham ha le qualità per poter diventare un giocatore di alto livello ma è ancora troppo morbido sotto porta, i laterali hanno troppo campo da coprire e il tutto si traduce in un’espressione di gioco molto meno allegra e fresca rispetto a quella di inizio anno, vedasi ad esempio l’ultima vittoria sulla Spezia, determinante per rimanere agganciati ai treni europei ma piuttosto avara di sorrisi pieni. E poi la Roma ha un conclamato complesso di inferiorità con le big: negli ultimi dodici confronti con squadre posizionate nei primi cinque posti della classifica sono arrivati sei pareggi e sei sconfitte. Dall’inizio del campionato scorso a oggi contro le altre sei “sorelle” i giallorossi hanno conquistato solo otto punti su cinquantuno possibili vincendo una partita su diciassette, il che è un dramma se consideriamo che ormai da tempo, e a maggior ragione oggi, l’Atalanta è da considerare una big senza alcun tipo di distinguo.
Gasperini dopo la vittoria di Napoli ha pronunciato una frase destinata ad essere la bussola di questa stagione: “cominceremo a pronunciare la parola Scudetto quando arriveremo al primo posto, visto che finora non ci siamo mai stati”. La vetta adesso dista tre punti, ovvero il premio per una vittoria. Difficile pensare che possa essere messa nel mirino già in questo weekend visto che la capolista ha l’impegno più morbido possibile. Però, è sempre meno astruso il pensiero che i bergamaschi possano arrivarci, perché in una stagione in cui gli infortuni sono stati tanti e si è registrato qualche inciampo casalingo di troppo, i numeri dicono che l’Atalanta ha cinque punti in più dell’anno scorso, che nelle ultime tre settimane ha vinto sui campi di Juventus e Napoli e che è reduce da sei vittorie consecutive, il che la configura come l’unica squadra del campionato italiano a punteggio pieno dall’inizio di novembre ad oggi. Uno scatto roboante figlio del fatto che ora Gasp ha praticamente a disposizione tutta la sua rosa, un elenco a cui manca il solo Gosens ma che se osservato in profondità mostra una grandiosa abbondanza di alternative di ottimo valore qualitativo. Ci sono tutte le carte in regola per potersi migliorare ancora, e dopo tre terzi posti consecutivi fare meglio vuol dire giocarsi lo Scudetto fino alla fine. Essere la prima alternativa alla favorita designata. E sabato, se dovesse battere la Roma, l’Atalanta potrebbe dimostrarlo, a sé e agli altri, una volta per tutte.