Forse il peccato originale è stato credere che fosse realmente possibile! Ma dopo il colpo del Metropolitano, dopo l’incursione fulminea di Tomori, dopo un anno e mezzo di crescita vertiginosa e costante, anche chi si sforza sempre di applicare lucidità e razionalità a una cosa meravigliosamente folle come il calcio non poteva non farlo. E invece l’altera e spietata Champions League, peraltro nella sua versione più aristocratica possibile perché quello che ha riaccolto i rossoneri nel gotha del football continentale era indubbiamente il girone più difficile, ha sbattuto il Milan sulla terra. Dolorosamente. Errori gravi, incapacità di alzare il concetto di limite, differenza palpabile rispetto a chi sta veramente in alto. Tutto questo si è visto sul pessimo prato di San Siro, e all’improvviso un Liverpool seppur già qualificato e con in campo almeno otto riserve è stato assolutamente troppo.

Neanche la consolazione di uno scivolamento in Europa League, che sì avrebbe complicato i piani Scudetto ma dire che sarebbe risultato un fastidio è solo un modo per addolcire la pillola. Se si vuole veramente ripartire con un insegnamento positivo, possiamo solo dire che la Champions ha fatto vedere al Milan che la strada per riemergere dagli inferi dell’ultimo decennio è quella giusta, ma è ancora tanto lunga. Così come lo è per tutto il calcio italiano. Perché la notte di Sant’Ambrogio ha regalato una doccia di consapevolezza anche a un’Inter messa brutalmente al suo posto dal Real Madrid. Stiamo migliorando, stiamo facendo qualcosa di più, ma gli altri, quelli forti per davvero, rimangono di un altro livello.

In Europa un livello ancora superiore

Il Milan arriva ultimo nel gruppo più esigente, dove oltre agli implacabili e perfetti Reds di Jurgen Klopp se l’è cavata con un gran ruggito finale l’Atletico Madrid, ovvero l’opposto di ciò che sono attualmente i rossoneri: una squadra incastrata, ancora incapace di portare il proprio motore ai giri che dovrebbe raggiungere, ma che nel momento decisivo – dove si costruiscono veramente i destini nel torneo calcistico di più alto livello al mondo – è presente e mette in fila gli altri, perché matura e in possesso di comprovati campioni che rimangono tali, seppur impolverati o in difficoltà. Questo Milan di campione assoluto ne ha uno solo e ha quarant’anni suonati, quell’Ibrahimovic che ha enormi meriti nella rinascita del club ma che (lo ha detto lui stesso nella recente e splendida intervista al Corriere della Sera) oggi comincia a rendersi conto che anche per un divo come lui esistono dei limiti. Molti dei suoi attuali compagni potranno diventare grandi giocatori in un futuro anche piuttosto prossimo, ma ora lo sono solo per gradini e livelli inferiori. Infatti capita che Tomori prima illuda e poi sotterri ogni speranza regalando il pallone dell’1-2. Che a Superman Maignan tremino i polsi. Che Theo Hernandez non imbrigli il pericolo pubblico numero uno Momo Salah e gli consenta di piombare a rigirare completamente la frittata. Sfortuna ha voluto che a guidare una difesa crollata sotto alla velocità e alla spavalderia degli inglesi non ci sia potuto essere il leader Kjaer, fra tutti i tanti assenti forse quello che è mancato di più, ma non sono così sicuro che con lui sarebbero cambiate di molto le cose. Magari con Rebic e Leao sì, perché se riusciamo a uscire dagli episodi che hanno caratterizzato la sconfitta emerge chiara la visione di un Milan che ha sì spianato la strada al Liverpool B di ieri sera ma che prima di tutto non ha incontrato un modo efficace per attaccarlo e prendersi la partita. In campionato la squadra di Pioli sa che con la sua ragnatela di gioco corto e con i suoi scambi rapidi di pallone e posizioni trova sempre strade per arrivare all’area rivale, ma in Champions League è tutto estremizzato, velocizzato e rimpicciolito. Perché il livello è molto più alto. Per cui se non hai chi con una giocata, uno strappo, uno scambio turbinante ti spalanca spazi e prospettive, rimani lì schiacciato. Che è quello che è capitato al Milan nella partita di ieri sera e in generale in una classifica che lo vede chiudere all’ultimo posto con quattro punti fatti in sei partite: spietata, ma sincera. Perché nelle sue sei uscite il Milan ha avuto protagonismo vero solo due volte, le due contro l’Atletico più arrugginito dell’ultimo decennio. All’andata ci si sono messi Kessie e Çakir, e quello rimane il vero rimpianto perché cominciare a fare punti alla seconda giornata avrebbe probabilmente accelerato il processo di apprendimento e scaricato un po’ di pressione. Il ritorno invece è arrivata l’impresa da ricordare, ma non può bastare. Lo specchio chiaro di quale sia stato il livello del Milan in questa campagna continentale è dato dal Porto, che gli è stato superiore in modo lampante. E che forse avrebbe meritato il passaggio di turno, ma ha perso 3-1 in casa la partita decisiva.

Vincere il campionato per crescere

É la Champions, bellezza (cit.). La Champions che a Milanello sanno cosa sia meglio di chiunque altro in Italia. Quella cosa che oggi è ancora decisamente troppo grande per essere inseguita, per il Milan così come per tutte le altre esponenti del nostro campionato. Meglio concentrarsi su quello, perché solo continuando a farlo ricrescere si può pensare di colmare il gap. E solo vincendolo (Inter docet, ma anche la Juve di qualche tempo fa) si può acquisire quell’aumento di livello necessario per poter essere più forti e credibili in campo internazionale.