Due vittorie, entrambe per 2-0, quindi senza subire gol e garantendosi fin da subito sia il punteggio pieno che la miglior differenza reti nel girone di qualificazione a Qatar 2022: va bene, gli avversari erano Irlanda del Nord e Bulgaria quindi non è il caso di far partire i fuochi d’artificio, però ancora una volta – come sempre da quando è partito il progetto di Roberto Mancini – l’Italia ha risposto pienamente presente. E visto che al prossimo giro non si tratterà più di crescere ma di concretizzare, il messaggio è da archiviare come pienamente positivo. Con la consapevolezza che all’Europeo sarà un’altra musica, visto che oltretutto Turchia e Svizzera stanno mandando messaggi di estrema consistenza. Ma allo stesso tempo con la certezza che Mancini ha compiuto un lavoro straordinario, trasformando un gruppo affamato e pieno di spirito in una squadra vera, con un’identità definita e un gioco moderno. Il che, ricordando quale fosse il disastroso punto di partenza, equivale già a qualcosa di enorme.

Cosa ci hanno detto realmente queste due partite? Prima di tutto che il giovane gruppo azzurro sa vincere anche in condizioni complicate, non tanto per il valore modesto dei rivali (andrebbe comunque ricordato – ad esempio – che in Bulgaria non avevamo mai vinto) quanto perché queste partite di marzo sono arrivate nel momento peggiore possibile, ovvero quando si fanno i giochi pesanti per la stagione dei club e di conseguenza i giocatori sono tirati sia fisicamente che mentalmente, quindi le Nazionali corrono il serio rischio di ritrovarsi con dei fisiologici cali di tensione che in un calcio internazionale sempre più livellato possono portare sorprese imbarazzanti come capitato ad esempio a corazzate del calibro di Francia (pareggio con l’Ucraina), Spagna (pari contro la Grecia e vittoria stentatissima in Georgia) e Belgio (1-1 al cospetto della Repubblica Ceca). Anche l’Italia qualche momento di appannamento lo ha avuto, perché il secondo tempo del Tardini e il primo di Sofia non rientrano di sicuro fra i momenti più fulgidi dell’ultimo triennio, però li ha superati con tranquillità e senza mai mettere veramente in discussione la propria superiorità. Soprattutto, quel che emerge in ottica Europeo è che il blocco-squadra è già piuttosto definito, così come le dinamiche tecniche che fanno della nostra Italia una squadra che probabilmente ha ancora un gap rispetto alle favorite sul piano dell’esperienza e delle individualità decisive, ma che si presenterà al via della rassegna continentale con un’idea e dei meccanismi di prima qualità.

La costruzione della rosa vincente, a partire dalla difesa

La mia impressione è che almeno l’ottanta per cento della lista sia completato, perché il modo in cui Mancini vuole giocare si è capito. E piace molto. Primo dogma irrinunciabile: la costruzione a partire dalla difesa, dove Bonucci risulta un elemento irrinunciabile perché è vero che nei compiti strettamente difensivi presenta delle lacune, ma la sua capacità di far uscire il pallone (vedere ad esempio la gran palla fornita ieri sera a Immobile per il potenziale 3-0) è basilare. Al suo fianco, sono praticamente certe le presenze di Chiellini, Acerbi e Bastoni, tre mancini che di fatto restringono le possibilità di chiamata per il capitano rossonero Romagnoli che rischia fortemente l’esclusione della lista, anche perché figure come Mancini o il neo italiano Toloi possono legittimamente ambire ad una chiamata last minute. Meno dubbi per quanto riguarda i terzini: a destra Florenzi e Di Lorenzo sono nettamente favoriti rispetto a Lazzari, mentre a sinistra Emerson Palmieri e Spinazzola compongono una coppia di cursori perfetti per la volontà del CT di consegnare al laterale mancino un ruolo a tutta fascia.

L’incognita Zaniolo e la solidità del centrocampo

Poi bisognerà vedere se si deciderà di completare la lista con sei centrocampisti e sei attaccanti o se verrà sacrificato un avanti per avere un’opzione in più in mediana. E molto dipenderà anche dalle condizioni di Nicolò Zaniolo, che attendiamo a breve di ritorno sui campi ma la cui presenza – dopo due tremendi infortuni alle ginocchia – non dovrà essere forzata. Anche perché è vero che il romanista rappresenta il miglior giovane prospetto del nostro calcio, ma è altrettanto chiaro come le opzioni non scarseggino. A centrocampo possiamo presentare un reparto di tutto rispetto: il trio Jorginho-Barella-Verratti non solo è perfettamente congegnato per incastrarsi nel progetto di gioco di Roberto Mancini ma ha anche una dimensione internazionale comprovata, e a loro si aggiungono due elementi come il sempre più smagliante Locatelli e il polivalente Lorenzo Pellegrini che più che alternative sono da leggere come titolari aggiunti. Con la certezza di queste cinque pedine, si potrebbe pensare che l’idea di convocare un solo ulteriore elemento puro di centrocampo (da scegliere verosimilmente fra Sensi, che se sta bene è indubbiamente favorito, Pessina e – più staccato – Castrovilli) potrebbe essere quella giusta al fine di concedere un posto in più al roster degli attaccanti, nel quale comunque ci saranno esclusioni dolorose.

Concretezza e freschezza in attacco

Anche in tema di prime punte: Immobile e Belotti, entrambi in gol in questa tornata di impegni, sono i nostri centravanti, e non avranno magari né l’allure internazionale dei grandi numeri nove europei né un killer instinct insaziabile ai massimi livelli però scaricano sul campo voglia, sacrificio, movimenti e la possibilità di rendersi pericolosi in più situazioni all’interno della partita. Ci vorrà un po’ più di incisività e magari di fortuna nelle stoccate, però sono alfieri credibili e l’idea che Mancini convochi una terza punta centrale (Ciccio Caputo) appare piuttosto inverosimile, anche perché con la presenza scontata sia di Lorenzo Insigne – leader tecnico designato con le sue convergenze da sinistra verso il centro – che di Federico Chiesa – quello che più di tutti salta l’uomo e garantisce la possibilità di rompere lo scenario tattico partendo da destra – i posti a disposizione diventano pochissimi. Se dovesse confermare la vena di questa stagione, mi pare impossibile rinunciare alla freschezza e alla interpretabilità di Moise Kean, anche se nella posizione di attaccante di destra bisognerà pensare almeno un paio di volte prima di lasciar fuori un talento finalmente maturato e stabilizzato come Domenico Berardi. Dall’altra parte, ovvero per il ruolo di vice Insigne, ci sono meno certezze: Grifo per me non farà parte dei ventitré per l’Europeo, El Shaarawy ha delle chances ma deve cambiare nettamente marcia negli ultimi due mesi di stagione, mentre Bernardeschi, forte anche della possibilità di essere utilizzato in più posizioni, potrebbe alla fine strappare la chiamata. Sempre che Zaniolo non si ripresenti alla grandissima, perché allora la sua presenza sarebbe irrinunciabile.

Una squadra vera, fatta di certezze

Scelte che verranno legate anche ad un aspetto cruciale di queste situazioni, ovvero lo stato di forma palesato al momento in cui andremo a giocarci l’Europeo. Però di certezze ne abbiamo già decisamente tante: nomi, ruoli, dinamiche e idee di gioco. Questo si è capito con certezza: abbiamo una Nazionale giovane, senza stelle di comprovata grandezza mondiale e che magari rischierà di peccare di inesperienza nei momenti più pesanti. Ma abbiamo una Nazionale vera, fresca, unita e soprattutto allenata da un grande architetto calcistico che nel momento più buio del nostro calcio ha spalancato una finestra sul futuro illuminando già il presente. Il che, ripensando al punto in cui eravamo sprofondati, è più che sufficiente per spingerci a rimetterci la maglia azzurra, recuperare la bandiera, e sostenere apertamente questa rinascimentale Nazionale italiana.