Ieri sera ero all’Olimpico per Roma – Parma e ho vissuto una serata molto densa, piena di sensazioni (anche contrastanti) che si sono attorcigliate l’una all’altra, a partire dal ricordo del maestro Morricone che con le note del suo “Deborah’s Theme” ha immortalato attraverso l’arte dei suoni proprio questo cocktail di sentimenti diversi, opposti ma armonizzabili e convogliati in un tocco che arriva nella profondità dell’animo. E a lui va, prima di tutto, il ringraziamento eterno per aver nobilitato con il suo genio l’impareggiabile storia della cultura italiana. Poi c’è stata una partita tesa, piccante e problematica, che alla Roma ha ridato il sorriso e una parvenza di serenità mentre al Parma ha aumentato ancor di più la rabbia e tolto fondamentalmente il sogno di un finale con un obiettivo grande. Una partita che ha detto che ci sono dei problemi, a più livelli, ma anche che – almeno in certi settori – ci sono delle modalità per provare a risolverli.

La vittoria di Fonseca

Per la Roma era una gara impossibile da sbagliare: come ha detto chiaramente Fonseca nella conferenza della vigilia, da quelle parti le sconfitte pesano tanto, per di più se ne arrivano tre di fila. Figuriamoci quattro, e la prospettiva è parsa subito materializzarsi (così come la sensazione che sarebbe stata una serata calda sul piano arbitrale…) visto che in vantaggio ci è andato il Parma, approfittando con le progressione del gigante Cornelius della necessità di sincronizzarsi di una difesa con tre centrali in mezzo alla quale è stato reinventato Cristante, che si è visto sverniciare, si è allacciato al centravanti avversario e ha commesso un fallo da rigore, per meglio dire da “rigorino”, inizialmente non considerato dall’arbitro Fabbri ma poi assegnato tramite il richiamo del VAR.

Gol di Kucka, 0-1, scenario da potenziale psicodramma. E invece, complice anche un Parma che si è ritirato perché probabilmente in questo momento non ha la forza – più che gli stimoli – per essere la solita squadra dal contropiede affamato e dall’intensità ruggente, la Roma ha reagito subito. Ha reagito di mentalità, ma soprattutto di gioco. E questo è il messaggio migliore possibile per Paulo Fonseca, che fa bene a lamentarsi delle troppe occasioni vanificate visto che nel finale il rischio di buttare tutto al vento si è avvertito, ma sotto sotto il portoghese ha dimostrato ancora una volta di essere l’ultimo dei (tanti) problemi attuali romanisti. Oggi Fonseca declina la sua squadra sulla traccia di un 3-5-2/3-4-2-1 che, se sostenuta da buon ritmo e precisione di esecuzione, permette di avere diverse varianti, non solo la palla a Dzeko con la preghiera di trasformarla in oro. Cosa peraltro molto difficile ora come ora per il principe di Sarajevo, che è un giocatore sublime ma visibilmente in sofferenza fisica. Il gioco con cui la Roma ha ripreso e ribaltato il Parma ha offerto tre situazioni d’attacco prevalenti: il lavoro dei laterali, la connessione fra i due trequartisti e l’avanzamento in zone più pericolose di Veretout, il vero uomo totale del centrocampo giallorosso.

Sulle fasce Fonseca ha deciso ancora una volta di prescindere da Kolarov, che nelle prime diciannove giornate di questo campionato non si è perso un minuto mentre nelle ultime dodici è andato sette volte in panchina. Ha schierato a destra Bruno Peres e a sinistra Spinazzola, cercando sul lato del brasiliano di organizzare un interscambio interessante con Pellegrini e sull’altro di battere la fascia come un tamburo, e infatti l’ex juventino è risultato il calciatore che nella partita ha giocato più palloni (74) . Il piano gli è riuscito però soprattutto sul fianco destro, perché Bruno Peres se deve difendere soffre (e la presenza di un centrale come Mancini appena dietro di lui ha permesso di disinnescare la bomba Gervinho), ma se deve attaccare è intraprendente e tecnico: Peres ha sfondato, ha scambiato, ha tirato e ha assistito Mkhitaryan per l’1-1, arrivato appena prima dell’intervallo come una benedizione perché altrimenti il quarto d’ora nello spogliatoio sarebbe stato decisamente pesante.

L’armeno in questo momento è il più ispirato, elettrico e produttivo fra i tanti trequartisti a disposizione di Fonseca, perché oltre ad avere mobilità e passo ha anche estrema concretezza: sua è stata la zampata del pareggio e sempre sua è stata anche la corsa che ha spaccato il campo sull’azione del vantaggio, per un bottino complessivo di otto reti più quattro assist serviti e una partecipazione attiva al gol ogni novantanove minuti di campo. Numeri da grande protagonista, che non aveva mai avuto nelle ultime tre stagioni. Per questo la novità offensiva presentata da Fonseca è stata quella di rinunciare all’invenzione di una seconda punta che non c’è (a Napoli lo aveva fatto Kluivert, e l’esperimento è andato talmente male che l’olandese è rimasto a casa per scelta tecnica), ma di cercare di giuntare due trequartisti come Mkhitaryan e Pellegrini, muovendoli, avvicinandoli, portandoli a cercarsi e anche a trovarsi visto che il linguaggio calcistico è comune, riprova ne è la collaborazione sull’azione che ha portato al palo colto dall’italiano al minuto diciassette, l’episodio che ha rimesso davvero in partita la Roma.

Vista la conformazione della rosa a disposizione, andare strategicamente a cercare questi due tipi di soluzione mostra lucidità e lavoro: tenendo i laterali larghi e alti si mette pressione sull’avversario e si producono quantità industriali di cross per la testa di Dzeko che, seppur appannato, rimane il giocatore dell’attuale Serie A ad aver segnato più reti con il gioco aereo (5), mentre puntando sulla partnership tecnica di trequartisti che sanno dare pochi punti di riferimento per le marcature e le coperture preventive, possedendo per di più doti lampanti nella soluzione personale, si forniscono allo sviluppo della manovra sbocchi molteplici e intriganti. Dulcis in fundo, la difesa a tre (soprattutto quando tornerà Smalling) e la presenza ulteriore di uno schermo come Diawara permette di non esporsi e di portare più avanti quello straordinario “tuttocampista” che risponde al nome di Jordan Veretout, match-winner con un destro grandioso da venticinque metri che gli ha restituito la soddisfazione del gol su azione e gli ha dato un premio tangibile dopo tante partite a fare legna per gli altri.

A queste buone indicazioni di campo si aggiungono doverosamente la crescita di Ibañez, l’intraprendenza di Villar che si è sì mangiato due gol clamorosi ma ha fatto vedere di avere cose molto interessanti, soprattutto si registra il ritorno di Zaniolo, che in cinque minuti ha fornito un paio di delizie illuminate come la sua chioma biondo platino: va aspettato perché l’infortunio è stato grave e la ripresa deve essere graduale, ma il più cristallino talento del calcio italiano è tornato e presto farà di nuovo tanta differenza.

La rabbia del Parma

Dall’altra parte invece troviamo un Parma infuriato perché il quarto tonfo consecutivo è arrivato ancora una volta in mezzo alle recriminazioni per le gesta di arbitro e VAR: l’episodio più contestato riguarda il presunto intervento di braccio di Mancini a un quarto d’ora dalla fine che è parso falloso (sicuramente più di quello di Darmian che domenica scorsa aveva condannato i crociati alla sconfitta con la Fiorentina…) a tutti tranne che all’arbitro Fabbri, che dopo una lunga revisione al monitor ha optato per non riconsiderare la sua decisione. È comprensibile l’amarezza degli emiliani, che nel loro superlativo percorso di risalita dagli inferi quest’anno avevano addirittura accarezzato l’ipotesi di poter tornare in Europa, mentre ora si ritrovano esclusivamente a poter godere di una salvezza pienissima, anticipatissima e larghissima. Che non è poco, anzi è decisamente molto.

Però il sottofondo della questione arbitrale non si sfuma ed è molto meno piacevole della sinfonia di Morricone, perché in questo caso non c’è nulla di dolce o artistico nel ritrovarsi (arbitri in primis) sballottati da una situazione in cui lo strumento tecnologico invece di essere un aiuto diventa un’ulteriore complicazione, questo perché le regole non sono scritte chiaramente e soprattutto il protocollo di applicazione non dà riferimenti chiari su come applicarle. Ne deriva un campionato con il record di rigori (e soprattutto di “rigorini”) assegnati e un clima in cui lo spirito del gioco e la credibilità dello stesso faticano a pervadere totalmente il cuore della gente. La mia sensazione netta è che in molti casi gli arbitri siano essi stessi vittime di questo pasticcio. Certo, se potessero parlare, spiegare e chiarire il perché di queste decisioni – visto che un perché c’è sempre, e non è di sicuro la malafede – tutto sarebbe più comprensibile.