Dopo un’estate straordinaria e irripetibile per lo sport italiano che da Wembley a Tokyo ha dominato il mondo, ci stiamo godendo il ritorno di una Serie A che è ripartita facendo un bellissimo rumore. Il rumore dei tifosi che sono tornati a colorare e a dare senso agli stadi, il frastuono dei gol e dello spettacolo, delle sorprese inattese e anche di qualche polemica. Il rumore del calcio, che riscopre finalmente il suo senso più intimo nel momento in cui ritorna ad essere spettacolo per la gente e con la gente. E ovviamente non poteva non fare un gran rumore il ritorno di José Mourinho in Italia: un rumore totalmente positivo, perché l’impressione chiara è che lo Special One sia cambiato in qualche aspetto, ma sicuramente non nella sostanza. Mourinho è tornato e ha subito vinto, battendo una Fiorentina che si preannuncia cosa molto diversa rispetto alle ultime modeste stagioni, in una partita dai tratti spettacolari: drammi, colpi di scena, grandi giocate e una cornice rovente. Praticamente, l’habitat naturale di Mou…che ha in mano una Roma intrigante, sicuramente bisognosa di crescere molto ma che apparentemente, almeno per quelle che sono le sensazioni preliminari, può diventare davvero sua. La vittoria del debutto, la cinquantesima in settantasette panchine italiane e mai nessuno – nell’era dei tre punti a vittoria – era arrivato a questa cifra così velocemente, è stata una piacevole novità, visto che nelle sue due stagioni interiste non aveva mai centrato il successo alla prima di campionato. Soprattutto, ha avuto molti suoi tratti caratteristici, se non sul campo (ma qualcuno io l’ho visto…) sicuramente nella conduzione psicologica della serata.

Ed è proprio in quest’ambito – il carattere, la mentalità, la convinzione – che Mourinho può e deve incidere fortemente per far fare il salto di qualità alla Roma. Come sempre, Mou ha maneggiato l’emotività della serata in modo magistrale: già all’annuncio delle formazioni il boato più forte dell’Olimpico è stato per il suo nome, ma più o meno la stessa intensità è stata riservata a quello di Tammy Abraham, il centravanti inglese preso al volo per far dimenticare il totem Dzeko e capace di farlo in un amen.
Un altro allenatore probabilmente si sarebbe fatto prendere dalle prudenze, avrebbe magari anche pensato di proteggere un ragazzo che aveva fatto un solo allenamento coi nuovi compagni e che aveva passato una settimana di sballottamenti fra viaggi, quarantene e sedute di lavoro individuali. Non lui, che lo ha lanciato immediatamente nell’arena da titolare ottenendo in cambio un’espulsione provocata, due assist magistrali e una traversa detonante.

Lo Special One: psicologia, tattica e strategia

La psicologia dello Special One: spaccare le consuetudini per stupire, rischiare per velocizzare i processi. E anche quel pizzico di fortuna che come si suol dire premia l’audacia: aveva fatto lo stesso nel celeberrimo derby di Snijder, e gli era andata molto bene anche quella volta. E poi c’è anche la sua sagacia tattica: chi era vicino a lui a bordo campo lo ha sentito chiaramente parlare a Veretout nella parte finale del primo tempo, quando la Roma era in vantaggio di un gol e di un uomo ma non riusciva a mettere totalmente alle corde la Fiorentina. L’allenatore chiedeva pressione alta e numerosa per asfissiare l’avversario, ma il centrocampista francese non si sganciava da un posizionamento più conservativo per aggiungersi ai vari Abraham, Mkhitaryan, Pellegrini e Zaniolo al fine di prosciugare definitivamente le fonti del gioco viola. Gli ha parlato intensamente, lo ha fatto anche nell’intervallo, e nel secondo tempo proprio due folate in avanti di Veretout gli hanno consegnato una vittoria per nulla banale e ancor meno agevole.
Abbiamo visto un Mourinho sorridente, rilassato, disponibile e gentile con tutti nel post-partita. E forse qualcuno si è addirittura sorpreso, ma in realtà è una sua tattica anche questa. Gli elogi continui e accorati al collega Italiano e alla sua squadra sono stati sicuramente sinceri e indubbiamente meritati, ma la furbata del grande stratega è anche e soprattutto quella di mascherare con queste parole uno stimolo ulteriore per la sua truppa.
Fra le righe dei complimenti agli avversari, Mourinho ha voluto, infatti, infilare un messaggio di sprone ai suoi, con l’obiettivo di inculcare nelle teste loro e di chi li osserva/giudica che è arrivato un successo contro un grande rivale.
Psicologia, tattica e strategia. Le armi preferite dello Special One. Ed è proprio qui che dovremo cercare “la Roma di Mourinho” e dove lui può fare un’enorme differenza: trasformare un gruppo che ha delle risorse e delle qualità più che interessanti ma che viene da una stagione in cui si è sciolta miseramente sul finale dopo aver sistematicamente mancato tutti gli appuntamenti illustri contro rivali di rango, in una squadra di carattere, convinta e spietata.
Non sarà semplice e non è il caso di accendere entusiasmi che rischiano di essere tanto prematuri quanto illusori, perché l’ambiente è notoriamente ondivago e anche per un guru come lui sarà una bella sfida maneggiarlo.
Però che sia tornato Mourinho è già subito molto chiaro. Ed è una delle cose più gustosamente rumorose di questa apertura di Serie A.