C’era francamente da aspettarsi, in un momento così denso e sull’onda della partita di metà gennaio a San Siro, una doppia semifinale fra Inter e Juve così tirata, senza grande spettacolo, con pochi gol e con la necessità di arrivare a conquistarsi la finale senza potersi focalizzare completamente sull’obiettivo. La mia impressione è che i nerazzurri avessero più da guadagnarci, perché mandare ko ancora una volta i rivali avrebbe dato un’ulteriore, importantissimo segnale psicologico, mentre uscire non avrebbe fatto altro che confermare che questa stagione deve essere votata completamente, e immancabilmente, alla conquista dello Scudetto: così è stato e così è. Mentre in fondo la Juventus aveva più da perderci: doveva restituire quasi per forza lo sgarbo patito in campionato, doveva forzatamente dimostrare di essere ancora sul trono del calcio italiano e che la corsa per spodestarla sarà lunga e dura. Missione compiuta, peraltro con dinamiche e stili che richiamano alle modalità più vincenti della tradizione juventina. Lo 0-0 dello Stadium ha anche confermato la sensazione della vigilia, ovvero che la differenza fosse già stata fatta una settimana prima, dal cinismo conquistatore di Cristiano Ronaldo e dagli errori pagati a caro prezzo dai difensori di Conte. La partita è stata piuttosto piana, il pathos e le schermaglie si sono creati solo per lo scontro – verbalmente rusticano – fra l’allenatore dell’Inter e il presidente della Juventus, figlio senza dubbio di antichi rancori e, almeno lo spero, facilmente ascrivibile al lotto di quelle famose “cose di campo” sulle quali si tende sempre più a costruire troppo chiacchiericcio. Speriamo che almeno lo spettacolo ce lo offra il secondo atto di Atalanta-Napoli in programma stasera, ma non è il momento per grandi svolazzi. In questa fase, la cosa più importante è leggere le indicazioni per prepararci al grande rush finale. E qualcuna è arrivata anche ieri sera a Torino.

La Juventus ha passato il turno legittimamente. Ha svolto il proprio compito preparando la partita sul risultato dell’andata e solidificando la vera base su cui Pirlo ha costruito il grande ritorno della sua squadra in questo 2021, ovvero l’aver trovato due concetti che sono sempre stati alla base delle conquiste bianconere: solidità e continuità. Da squadra un po’ spaesata a causa di nuovi metodi impiantati senza possibilità di rodaggio e di conseguenza poco equilibrata, la Juve oggi è passata ad essere un blocco sempre più organizzato e impermeabile. Nelle ultime sette partite, ovvero dallo 0-2 incassato il 17 gennaio da Vidal, Barella e compagni, la difesa di Andrea Pirlo ha subito un solo gol: un dato sicuramente figlio dell’attesa piena disponibilità di tutto il parco difensivo, perché oggi l’allenatore bianconero può permettersi di scegliere senza problemi di schierare due fra De Ligt, Bonucci, Chiellini e Demiral, tutti in forma, tutti forti, tutti estremamente affidabili. Ma è anche un riscontro che va oltre alle individualità. Il grande merito di questo novello ma intelligente e determinato tecnico, è quello di non aver mai abbandonato le sue idee durante mesi in cui le cose riuscivano solo parzialmente e l’isterismo di certa critica lo aveva già bocciato. La Juventus che ha sempre avuto in mente Pirlo è una squadra che si poggia su di una base di concetti per poi saperli declinare a seconda delle esigenze e delle caratteristiche dei rivali, ovvero il fondamento del modo di giocare di ogni squadra che vuole essere grande in questa epoca del calcio. Il modo in cui la Juve ha impedito all’Inter di rendersi pericolosa è stato astuto, prudente ed evoluto: inizialmente ha piazzato il muro a metacampo, scegliendo di abbassare un mediano (Bentancur) in mezzo ai due difensori centrali per avere sempre sia uno schermo ulteriore che soprattutto una via di fuga per fare uscire la palla, stringendo i due terzini Alex Sandro e Danilo nelle posizioni che occupano normalmente due mezzeali difensive e allargando molto i due esterni Bernardeschi e Cuadrado, creando una sorta di 2-1-5-2 che ha dato poca possibilità a Cristiano Ronaldo e Kulusevski di essere attivi e protagonisti nel primo tempo, ma centrando l’obiettivo primario di non correre rischi perché è stata la chiave perfetta per stoppare sul nascere il piano tattico di Conte, partito con l’idea di un doppio regista (Eriksen più Brozovic) nel tentativo, ancora una volta riuscito, di fare la partita ma trovatosi costantemente di fronte una barriera che ha reso pressoché innocua la sua supremazia nell’impostazione. Solo nel momento in cui l’Inter ha pressato forte – fondamentalmente la parte centrale della prima frazione di gioco – si è aperto qualche spazio per fare involare Hakimi o far inserire Barella, ma la presenza “polipesca” di Demiral unita alla scarsa precisione di Lautaro prima che di Lukaku ha permesso a Buffon di non scomodarsi più di tanto.

Nella ripresa invece, quando l’Inter ha dovuto per forza cercare l’assalto alla rimonta, la Juventus ha spostato indietro la propria trincea, passando progressivamente a una difesa a cinque stabile che ha militarizzato la zona di definizione respingendo, spesso anche con il corpo, ogni tentativo di costruzione di un’Inter costretta a cercare spazi al largo, a mettere il pallone sui piedi di Hakimi che nell’uno contro uno è sicuramente meno pericoloso rispetto a quando viene servito sulla corsa, e a far salire i due braccetti della difesa ovvero Skriniar e Kolarov, che hanno provato vanamente a scardinare la cassaforte e contemporaneamente hanno concesso degli spazi che hanno portato la Juventus ad essere addirittura più pericolosa dei rivali. Soprattutto quando Cristiano Ronaldo si è inventato una di quelle sue giocate che valgono il prezzo del biglietto per vederlo (se si potesse pagare un biglietto per andare allo stadio…).

La partita perfetta

Un piano tattico e strategico perfetto, eseguito molto bene da una squadra che si sta chiaramente riempiendo, che ha assimilato i dettami del suo allenatore e riesce a metterli in pratica sempre di più e sempre meglio. Una squadra che ora ha bisogno di avere la possibilità di impiantare stabilmente Arthur, il vero uomo di costruzione di un centrocampo che comunque anche ieri sera ha dimostrato di aver ritrovato il Bentencur che ci ricordavamo. Poi, soprattutto in previsione della campagna europea, la sfida definitiva sarà quella di trovare il modo di essere più protagonista con il pallone fra i piedi ed esaltare il tutto con gli avanti, perché se Pirlo riuscirà a mantenere questo equilibrio aggiungendogli la presenza stabile di Morata e Dybala allora avrà davvero costruito una fuoriserie potenzialmente senza limiti designati. Ma sarà forse la cosa più difficile di tutte. Nel frattempo, la certezza è che la sua Juventus ha raggiunto la maturità e ha una quantità di risorse di qualità che nessuno in Italia può vantare. E neanche molti in giro per l’Europa…

Che Inter ritroveremo in campionato?

Dall’altra parte – come dicevo prima – non vedo un’Inter ridimensionata dalla seconda eliminazione di coppa della sua stagione. L’Inter è questa, lo è sempre stata e lo sarà fino alla fine. Una squadra che punta tutto sulla propria forza peso, e di conseguenza non è fatta per le partite secche ma per la grande corsa a tappe. In questo momento il problema principale per Antonio Conte è che la sua risorsa primaria, ovvero la forza dirompente della sua coppia d’attacco, sta mancando. E infatti la squadra più prolifica del calcio italiano ha segnato “solo” cinque gol su azione costruita nelle ultime sei partite giocate, andando in bianco due volte. Lukaku, dopo aver mosso la rete in dodici delle sue prime diciannove presenze stagionali (63%), lo ha fatto solo in tre delle ultime nove (33%): qualcuno dice che sia rimasto scosso dall’episodio con Ibrahimovic, io credo invece che sia solo preso in un momento di ricarica personale, anche perché se osservate bene le costruzioni più pericolose dell’Inter vista ieri sera a Torino sono partite tutte da suoi apprezzabili lavori, nei momenti in cui ha piazzato il suo portentoso fisico davanti a De Ligt, è riuscito a girarsi e a mandare in profondità Hakimi oppure a servire un pallone pulito allo stoccatore che arrivava a rimorchio. Nonostante i giudizi complessivi che si sentono stamattina, io credo che abbia fatto peggio Lautaro: frenetico e impreciso nel primo tempo, ectoplasmatico nella ripresa. Ma a differenza di altre volte in cui si è sottolineato giustamente come il fondare quasi esclusivamente la strategia di gioco sul lavoro delle punte fosse il grande limite di questa squadra (0-0 con lo Shakthar docet), ieri sera ho avuto la netta sensazione che l’Inter avesse delle varianti preparate. Che la presenza di un giocatore come Eriksen o Sensi al fianco di Brozovic vada nella direzione di una ricerca maggiore di soluzioni di gioco, anche se il livello prestazionale del danese rimane al di sotto delle aspettative e l’efficienza fisica dell’ex Sassuolo sempre da comprovare. Per questo chiudo il commento a una semifinale che ci aspettavamo più pirotecnica ma alla quale probabilmente non potevamo chiedere molto di più dicendo che la Juve si prende la sua vittoria e le sue ulteriori testimonianze di crescita, ma l’Inter non esce abbattuta più di tanto. La Coppa Italia è un’occasione, ma il campionato è il vero campo di battaglia. E questi due colossi se lo contenderanno fino alla fine. Dovendo sicuramente fare i conti con un Milan che, peraltro, continua a fare quel che sta facendo dall’inizio, ovvero guardarle – seppur rispettosamente – dall’alto verso il basso.