Archiviata la sosta con una Nazionale che va spedita e un’Under21 più da spada che non da fioretto ma qualificata ai quarti di finale dell’Europeo di categoria, eccoci al rush finale della stagione dei club che dalle nostre parti diventa soprattutto lo sprint conclusivo di un’Inter che deve solo evitare di sbagliare tutto per ritrovarsi fra le mani lo Scudetto. Un titolo che oggi, peccando probabilmente di superficialità, si può vedere come una cosa quasi normale. Ma non lo è. Non lo è perché il lavoro fatto da Antonio Conte, seppur con i nei portati dall’Europa e con qualche imbizzarrimento di troppo, è stato straordinario nel costruire una squadra in grado di avere ritmo ed efficacia, oltre che di migliorarsi strada facendo e di tenere la barra dritta nonostante le intemperie societarie.

E non sarebbe un titolo “normale” neanche per il grande totem nerazzurro, quel Romelu Lukaku che a maggio compirà ventotto anni e che nei prossimi tre mesi ha di fronte la missione più importante della sua carriera: confermare al mondo di essere davvero un top player, abbinando ai suoi pazzeschi riscontri numerici individuali anche dei trofei per rimpinguare una bacheca ad oggi troppo povera per un calciatore del suo rango. E può farlo sia con l’Inter che con la Nazionale.

Numeri incredibili ma pochissimi trofei

Due sono le cose che impressionano di più valutando la figura del gigante belga: la prima è ovviamente la strapotenza che mette in mostra sul campo, quando parte inarrestabile sembrando pesante come un dolmen e allo stesso tempo veloce come una freccia. La seconda è la sproporzione fra i gol fatti e i trofei vinti. In entrambi gli ambiti, non c’è nessuno come lui. Lukaku ha segnato 246 gol in 498 partite giocate a livello di club, a cui si aggiungono 59 centri in 91 gare disputate con la Nazionale: la somma dice più di 300 reti in meno di 600 gare, oltre una ogni due. È il massimo marcatore nella storia del Belgio e possiede una serie notevole di record realizzativi, però ha vinto solo un campionato belga, a diciassette anni e da capocannoniere. Per il resto, nel suo palmares possiamo al massimo inserire la Coppa d’Inghilterra vinta nel 2012 nella sua prima annata al Chelsea, che gli spetta di diritto ma nella quale giocò solo qualche minuto nella prima partita contro il Portsmouth. Per uno che è sceso in campo quasi duecento volte vestendo maglie nobilissime come quelle di Chelsea, Manchester United e Inter, sembra quasi una maledizione. Ragion per cui, questo è assolutamente il momento di spezzarla.

Numeri incredibili ma pochissimi trofei

E dovrà farlo in una volata finale che sembra tanto una passerella dorata per lui e per la sua Inter ma che in realtà non ammette distrazioni. E che soprattutto comprimerà undici partite in cinquanta giorni, il che per uno che ne ha giocate 57 nei precedenti 287 vuol dire undici mesi filati con una media di un match giocato ogni cinque giorni scarsi. Una maratona estenuante anche per un portento fisico. Però Lukaku ha nella sua testa l’obiettivo imperativo di non mollare, perché all’orizzonte non solo c’è la possibilità di vincere il suo primo titolo importante, ma anche di inaugurare una potenziale serie visto che uno Scudetto porta ad esempio anche l’automatica possibilità di giocarsi una Supercoppa e così via…peraltro, ci sarebbe anche la chance di accompagnare l’ambito alloro di squadra con un ulteriore riscontro individuale: il titolo di capocannoniere della Serie A è possibile, perché è vero che Cristiano Ronaldo ha segnato al momento quattro gol in più di lui però l’Inter ha una partita in più da giocare, ma oltre al trono dei bomber ce ne sarebbe in palio uno magari meno glamour ma forse ancor più significativo, ovvero quello di giocatore più produttivo del torneo. Perché ad oggi nessuno in Serie A ha partecipato direttamente a più gol del centravanti dell’Inter: diciannove li ha segnati in prima persona e altri otto li ha propiziati tramite assist, quindi la somma fa ventisette ovvero uno in più di CR7. Sono numeri da dominatore. Numeri che impongono di andare a prendersi non solo il trono individuale, ma anche il palazzo reale dei campioni in carica.

Le prospettive in Nazionale

Il tutto prima di imbarcarsi verso un Europeo che lo vedrà arrivare probabilmente stanco ma sicuramente anche molto carico, e per di più alla guida di una Nazionale che fa terribilmente sul serio. Non è una follia pensare che il Belgio di Lukaku possa vincere la rassegna continentale: già al mondiale – chiuso al terzo posto – ha dato dimostrazione non solo di avere in mano una generazione dorata, ma anche di averla affidata a un tecnico come Roberto Martinez in grado di inquadrarla in un gioco moderno, offensivo, spettacolare e potenzialmente vincente. Dalla sconfitta per 1-0 con la Francia nella semifinale di Russia 2018, i Diavoli Rossi hanno disputato ventisette partite vincendone ventitré e perdendone solo due, il tutto con una sfavillante media di oltre tre reti segnate per gara. Hanno Courtois, uno dei migliori portieri del mondo. Hanno un pacchetto difensivo che a volte può sbandare, ma che con Alderweireld e Denayer può contare su ottimi piedi per costruire da dietro. Hanno centrocampisti che garantiscono sia equilibrio che ispirazione come Tielemans, Dendoncker, Praet e per l’Europeo potrebbero anche recuperare Witsel. Puntano su esterni ficcanti del calibro di Meunier, Castagne, Carrasco e Thorgan Hazard. Hanno De Bruyne, il migliore che ci sia in circolazione fra le linee di centrocampo e attacco, sperano di recuperare anche una versione veritiera di Eden Hazard e di avere un Dries Mertens finalmente libero dagli acciacchi. E, dulcis in fundo, davanti hanno Romelu Lukaku, il totem che a ventotto anni si ritrova oggi di fronte ai mesi più cruciali della sua carriera. Quelli in cui è chiamato a dimostrare di non essere solo uno straordinario bomber, ma anche un top player vincente. Quelli in cui trasformare, finalmente, i gol in trofei.