È un po’ un peccato non aver vinto la Nations League, perché questo vituperato ma frizzante e piacevole torneo è stato, a ben vedere, il punto di partenza per la grande resurrezione della nostra Nazionale e il fatto di aver ospitato la Final Four ci ha regalato la possibilità di riportare nei nostri stadi, fra la nostra gente, il grande calcio internazionale.
Purtroppo abbiamo perso, abbiamo concluso la nostra imbattibilità dorata! Abbiamo visto i giovani spagnoli dichiarare ancora una volta che in quella terra scorre una vena calcistica inesauribile e i francesi recuperare un pezzo di quell’idea di grandeur sbeffeggiata in estate.
Vi dico la verità: non sono preoccupato per quanto accaduto all’Italia, semplicemente dopo il più bel sogno possibile siamo tornati ad una realtà che ci dice che siamo cresciuti, siamo diventati campioni, possiamo puntare a fare un ottimo Mondiale ma non siamo in assoluto i più forti.

Non è proprio il caso di perdere fiducia, anzi è doveroso sostenere sempre di più questo progetto di rinascita che ha bisogno di continuare a perseverare con unità e sprone sulla strada tracciata. Perché in un momento sbagliato, in mezzo a una legittima bufera sull’inaffrontabile condensazione dei calendari, fra insostenibilità varie che agitano il calcio, questa Nations League ha incredibilmente parlato in maniera sincera: i Campioni d’Europa siamo noi e nessuno ci può togliere i gradi. La vittoria nella finalina col Belgio ha dato un immediato segnale di ripresa dopo aver conosciuto la prima sconfitta ed era importante fornirlo prima della partita cruciale di novembre contro la Svizzera. Ma la squadra più forte del continente, quella che se non si ammanta di masochismo e non si specchia eccessivamente nella propria bellezza rimane la formazione da battere, è indubbiamente la Francia.

La squadra da battere

Che i Bleus non abbiano aperto una dittatura in questi anni è veramente sorprendente, perché hanno tanto di quel materiale da poter dominare quasi incontrastati. Che la Francia quest’estate all’Europeo si sia incredibilmente buttata via per la semplice incapacità di essere squadra vera al di là del valore dei propri singoli è un qualcosa con cui alimentare il nostro eterno sberleffo nei confronti dei “cugini” e del quale ringraziarli, ma può anche essere un insegnamento preoccupante per tutti coloro i quali ambiscono a detronizzarli fra poco più di un anno in Qatar. Anche se in questo senso non mi pare di aver notato una svolta così chiara: rimangono una squadra di galletti, che non ammazza la partita ma può sempre piegarla a sé. Però ci sono diversi aspetti sui quali Deschamps ha fondato una ripartenza, e sono correttivi che hanno alzato il livello dell’espressione collettiva. A partire dalla scelta ormai apparentemente stabilizzata di puntare su di un sistema di gioco che si incastona perfettamente con la corrente tattica e strategica che permette in questo momento di offrire un calcio allo stesso tempo bello e produttivo: il 3-4-3 che diventa 3-2-5, che se ci pensate bene è il sistema di base con cui Tuchel ha vinto l’ultima Champions League costruendolo su geometrie razionaliste e sostanziose, mentre quello della Francia è più estremizzato verso l’offensiva e imperniato sulla libera improvvisazione degli artisti. Rimane un punto debole chiaro, ed è la difesa: Varane è un grande centrale ma non una guida, così come non lo sono i seppur baldanzosi Lucas Hernandez, Kimpembe, Upamecano o il promettentissimo Koundé, tutti elementi di spiccatissimo valore individuale ma ancora acerbi in tema di leadership.
E per questo chi affronta la Francia sa che, lavorando bene il pallone, avrà sempre la possibilità di colpirla. Allo stesso tempo però, ha anche la certezza di dover fronteggiare una vera e propria tempesta tecnica.

Finalmente Theo!

Un’accelerazione chiara è stata data dall’irruzione inevitabile di Theo Hernandez, che potendo giocare con le spalle ancor più coperte ha fatto vedere anche ai massimi livelli di essere una inarrestabile centrifuga calcistica. Ha deciso la semifinale contro il Belgio, ha dato il segnale di carica nella finale con la Spagna colpendo una traversa pazzesca sullo 0-0 continuando a sciorinare tutto il campionario di un esterno che atleticamente sembra un carrarmato a cui hanno montato il motore di una Formula 1. Tecnicamente cresce sempre più, basti pensare all’assist fornito ieri sera a Mbappe (abilitato da una delle non poche interpretazioni cervellotiche del regolamento, ma proprio per questo in posizione regolare) o a quello giocato a Calabria una settimana prima in quel di Bergamo. Non sono le giocate di un terzino, seppur molto bravo: sono le giocate filtranti di una mezzala, sono invenzioni che se provengono da uno che sta in quelle zone fanno saltare qualsiasi banco tattico. Infatti, in questo momento, Theo Hernandez è da considerare legittimamente uno dei migliori tre/quattro laterali sinistri del mondo.

Pogba e Benzema, pedine fondamentali

Questo è l’aspetto di gioco e di squadra che rappresenta il maggior stacco rispetto all’estate.
L’altro grande passo avanti è arrivato dall’inclusione a pieno potenziale di due fenomeni che possono spostare delle montagne in termini calcistici: Paul Pogba e Karim Benzema. La Francia è riuscita a vincere un Mondiale con un centravanti che non ha segnato nemmeno un gol nella manifestazione: Olivier Giroud merita tutto il rispetto possibile e grande considerazione, però Benzema è un’altra cosa, perché oltre ad essere un continuo sublimatore di azioni per due soci del calibro di Griezmann e Mbappé (nessuno al mondo può vantare un tridente di questa caratura, e anche solo per questo andrebbero considerati come i più forti…) è anche quello che nel momento decisivo ti tira fuori la giocata da stropicciarsi gli occhi mettendo il pallone all’incrocio dei pali. Parliamo del quinto marcatore di tutti i tempi del Real Madrid – e fra non molto sarà il quarto – oltre che del miglior assistman nella storia del club più titolato al mondo, ma in tema di Nazionale è un campione assoluto del quale la Francia ha fatto a meno per troppo tempo e che ora, dopo essere tornato e aver preso fisiologicamente confidenza, pare pienamente inserito. Con tutto quel che ne deriva. Il discorso su Pogba è un po’ diverso, perché lui in senso letterale non è mai mancato ma sul piano temperamentale e attitudinale sì. La svolta di Pogba si era già percepita quest’estate, in un Europeo in cui è tornato quasi all’improvviso a deliziare le platee con quelle giocate fenomenali che a Manchester ricordavano di aver visto altrove.
In questo avvio di stagione Pogba è chiaramente un giocatore che – magari anche per necessità di mercato, lo scopriremo fra non molto… – ha finalmente ritrovato l’incisività degli albori tornando ad essere la personificazione del centrocampista centrale moderno: uno che copre amplissime porzioni di campo e serve giocate stratosferiche, a cui si aggiunge anche un linguaggio del corpo mutato, adesso sì davvero da leader. Poi è vero che facendolo giocare da interno puro ti assumi il rischio di poter pagare cari quei palloni che ogni tanto perde in zone pericolose, ma è un rischio che, schierando tre centrali e al suo fianco un elemento di puro equilibrio (Kanté in questo è il numero uno, ma anche Tchouameni cresce costantemente), non solo puoi ma anzi devi assumerti.

Verso Qatar 2022

Che la Francia abbia vinto questa Nations League a tredici mesi dal Mondiale non è un caso, come non lo sono la maggior parte dei verdetti dati da un campo da calcio: la Spagna sta facendo un ottimo cambio di pelle e ha giovani favolosi, l’Italia ha basi tecniche e caratteriali degne di un campione, squadre come Inghilterra, Belgio e Portogallo avranno armi affilate e dall’altra parte del mondo arriveranno Brasile e Argentina con argomenti molto molto concreti. Ma se da oggi inizia il lunghissimo avvicinamento a Qatar 2022, abbiamo avuto la conferma che i primi con cui bisognerà fare i conti saranno Les Bleus