Finalmente due vittorie importanti, due successi che illuminano il calcio italiano in Europa e mettono due delle nostre quattro squadre impegnate in Champions ai vertici dei loro gironi.
È inutile nasconderlo, rimane sempre un po’ la sensazione di “secondo piano” rispetto alle vere e poderose protagoniste del più grande torneo calcistico per club del mondo, però in quest’epoca in cui il nostro calcio è chiamato a recuperare tutta la strada persa colpevolmente, dà morale vedere la Juventus battere i campioni in carica e l’Atalanta certificare il proprio status di realtà consolidata ai massimi livelli. Specialmente dopo un martedì sera in cui abbiamo visto l’Inter impappinarsi ancora, complicandosi la vita e il girone nella nuova, lontana, casa di De Zerbi. E il Milan uscire da San Siro sì orgoglioso, sì arrabbiato, sì con un’altra dimostrazione di potenziale ma comunque sconfitto e sempre più lontano da una qualificazione agli ottavi che se già prima appariva difficilissima ora forse è addirittura utopica. Dobbiamo per forza metterci nell’ottica di dover vedere della crescita, perché il tempo della gloria sembra ancora piuttosto lontano.
E in questo senso passare da una prima giornata con una sola (quasi scontata) vittoria a una seconda con una sola (piuttosto polemica) sconfitta ci suggerisce che forse qualcosa effettivamente si muove.

L’orgoglio e il sudore della Juve

Il colpo grosso lo ha fatto la Juve: vincere contro il Chelsea vuol dire essersi messi in tasca mezza qualificazione (basta non fare disastri nelle due delicate partite con lo Zeint) e darsi un’iniezione enorme di fiducia. E’ stata una vittoria “da provinciale”, di pura resistenza e sofferenza, forgiata nella voglia di riscatto e nelle difficoltà. La partita ha visto gli inglesi avere oltre il settanta per cento di possesso palla, effettuare quasi il triplo dei passaggi, calciare verso la porta sedici volte contro sei e tirare otto calci d’angolo contro uno, ma non riuscire sostanzialmente a creare grandissime occasioni da gol (se non quelle di Lukaku e Harvertz negli ultimi dieci minuti). Alla corazzata di Tuchel è mancata una soluzione creativa che andasse al di là di geometrie continue ma un po’ piatte. Chiesa ne esce con la certificazione di essere ormai diventato un top player e un elemento imprescindibile, per la sua adattabilità, per la sua capacità di essere decisivo e soprattutto per quel suo “furore ottimista” che lo porta a saper abbattere i muri.
E Allegri si porta a casa il primo, basilare e doveroso passo verso la (ri)costruzione della sua Juventus. Nelle prime, tormentate settimane del suo ciclo ha sempre invocato massima concentrazione, massima dedizione e in sintesi uno spirito di conquista che ieri sera si è visto per la prima volta. Il punto di partenza fondamentale per tornare ad essere una squadra di rango.
Adesso, una volta fissata la base, è però necessario poggiarle su un impianto di gioco da protagonista.

La straordinaria normalità dell’Atalanta

Quello che in questi anni ha permesso l’emersione e la stabilizzazione ai massimi livelli di un’Atalanta che ancora una volta, e per la prima di fronte alla propria gente in Champions League, ha trasformato lo straordinario in quotidiano. Che la Dea sia una squadra importante lo si capisce anche dal fatto che una vittoria sullo Young Boys – capace di battere il Manchester United al debutto stagionale nella competizione – sia vista dai più come un qualcosa di normale. Lo è perché ieri sera la banda di Gasperini ha approcciato, condotto e portato a casa la partita lavorando dal primo all’ultimo minuto sui propri concetti, giocando, costruendo e capitalizzando con il gol di un vero talento operaio come Pessina. Con il lavoro monumentale di Zapata. Con l’onnipresenza da grande leader di Toloi. Con un gruppo che sa incantare ma soprattutto non tradisce mai. E adesso l’Atalanta capeggia il girone dei detentori dell’Europa League (che rimangono gli avversari primari, tenuti a distanza di tre punti e fermati sul pari a domicilio) e del divino Cristiano Ronaldo. Il tutto senza che nessuno si stupisca più di tanto. Perché ormai i nerazzurri non sono più un nuovo che avanza, bensì una realtà con cui chiunque deve fare i conti.

Il complesso dell’Inter

Cosa che, ad esempio, non riesce ancora ad essere l’Inter, uscita da Kiev con uno 0-0 che non compromette nulla ma certifica l’esistenza di un complesso misterioso e pericoloso verso la Champions League, dove ha vinto solo tre delle ultime diciotto partite giocate. Sono passati svariati giocatori e tre allenatori differenti eppure le cose non cambiano. Il rischio è quello di ritrovarsi ancora una volta a dover fare dei calcoli non preventivati e a rischiare un’eliminazione – la quarta di fila – che in questa stagione risulterebbe decisamente difficile da accettare. Non è il caso di fare drammi perché la squadra di Simone Inzaghi ha ancora tutta la possibilità di gestire il proprio destino.
Però, la partita contro uno Shakhtar ancora acerbo ma già segnato dai concetti di Roberto De Zerbi e in possesso dei giusti strumenti per farli germogliare, ha riproposto un problema costante in questo avvio di stagione e ne ha aggiunto uno nuovo. Ancora una volta a limitare l’Inter sono state le occasioni da gol vanificate (come contro il Real, come a Genova e anche come sabato scorso contro l’Atalanta). Ma a queste si è aggiunto un problema di gioco, perché forse per la prima volta quest’anno l’Inter non ha mai condotto la partita, non ha trovato efficacia e verticalità, non è riuscita ad ergersi protagonista. Adesso arriva una doppia sfida con l’incredibile, romanzesco, Sheriff che – in tempi di paventate superleghe – è arrivato dalla Transnistria e ha vinto al Bernabeu con i gol di un uzbeko e di un lussemburghese. Non ha margine d’errore l’Inter, deve batterlo due volte, ma ha anche tutte le carte in regola per poterlo fare.

La rabbia del Milan

Servirebbe invece un miracolo per portare avanti il Milan, ed è un vero peccato perché i rossoneri – per spirito e qualità – avrebbero meritato di poterci provare fino in fondo. Nulla è perduto visto che mancano ancora quattro partite e due saranno contro un Porto che va tenuto dietro (come se fosse semplice…), però è obiettivamente molto molto difficile, se non ai limiti dell’impossibile. Tutto questo per colpa di una serata in cui, contro un Atletico Madrid piuttosto grigio ma dal potenziale altissimo, ci si è messa l’ingenuità distratta di Franck Kessie. Un Kessie che dovrebbe essere una guida di esperienza del gruppo e che invece si è messo nei guai esponendosi alla severità arbitrale con una sbagliata gestione del proprio agonismo. E soprattutto la mano dell’arbitro turco Çakir, uno che in carriera di cose poco convincenti ne ha fatte parecchie ma ciò nonostante ha diretto una finale di Champions e lo ritroviamo costantemente impiegato in eventi di grande portata. La decisione di concedere il calcio di rigore decisivo agli spagnoli – bisognerebbe capire quanto in accordo con il VAR – è difficile da comprendere: al di là di protocolli e cavilli, se la tecnologia permette di sviscerare con evidenza una situazione intricatissima per i mezzi umani, non si può passare sopra. E il fatto che il mani di Lemar e Kalulu non sia stato neanche l’episodio più sconcertante della due giorni di Champions (vedi rigore per il Siviglia a Wolfsburg) lancia un appello urgente: abbiamo la possibilità per evitare di sfregiare così il calcio, facciamo in modo di evitarlo. Perché alla fine è ancor più peccaminoso dover giudicare una potente serata di Champions League partendo dall’operato dell’arbitro. Mettere in secondo piano la grande dimostrazione data da un Milan ancora giovane ma sempre più baldanzoso al cospetto di chiunque in una prima mezz’ora in cui – in undici contro undici – non c’è stata partita. Non premiare la strenua e organizzata resistenza che la banda di Pioli ha opposto a un avversario che continuava a mettere campioni dalla panchina senza riuscire a rimontare. Alla fine però l’ha fatto, e questa è la Champions. Uno scenario che oggi per il Milan è ancora forse un po’ grande, ma che presto, andando avanti così, non lo sarà più. Indipendentemente da Çakir, o chi per lui…