Di solito al termine del girone di andata si fanno dei bilanci: non solo si assegna l’inutile titolo di Campione d’Inverno, ma si stilano anche classifiche individuali di merito e si fissano traguardi parziali che poi magari dopo qualche mese risultano già fotografie molto sbiadite. Non ho invece dubbi sul fatto che non dovrò assolutamente rimangiarmi la parola sul “premio” che voglio assegnare in questo giro di boa: quello al giocatore che è migliorato in modo più significativo, incisivo ed esaltante negli ultimi mesi. Trattasi senza dubbio di Nicolò Barella, diventato visibilmente il motore dell’Inter, nonché un potenziale e preziosissimo nuovo pezzo da novanta della Nazionale italiana, che come lui è giovane ma già gustosamente matura e in grado di inserirsi nell’élite del calcio internazionale.

L’esordio tra i grandi

Barella compirà ventiquattro anni fra una decina di giorni ed è già un giocatore fatto, anche se con ulteriori margini di miglioramento. Lo conosciamo dalla stagione 2016/2017, quando Massimo Rastelli decise di impiantare nella mediana del suo neopromosso Cagliari un ragazzotto del posto, un local lad tenace e frizzante, reduce da un semestre di sviluppo in Serie B al Como e soprattutto da un Europeo Under 19 giocato da protagonista, dove solo l’incontrastabile Francia di Mbappé riuscì a piegare in finale gli Azzurrini di Vanoli. Ci ha messo poco a farsi notare: l’anno successivo, complice anche lo spostamento in una zona più avanzata del reparto, ha cominciato a entrare nei radar di tutti grazie ai sei gol segnati in campionato. Ha stabilito il record di capitano più giovane nella storia del Cagliari, ha chiuso la stagione 18/19 segnalandosi come il miglior recuperatore di palloni della Serie A, e in quell’estate l’Inter ha deciso di investire una cinquantina di milioni di euro per renderlo la dinamo del nuovo centrocampo di Antonio Conte. Una cifra molto alta, apparentemente addirittura esagerata per un ragazzo che portava in dote sì cento presenze nel massimo campionato italiano, ma nessuna esperienza internazionale né tanto meno nel calcio di vertice. Nonostante avesse dimostrato capacità tecniche, la sensazione che mi lasciava Barella era quella di un calciatore con le potenzialità per diventare un elemento di rango ma nei panni di un giocatore primariamente di quantità, con quella dose necessaria di qualità indispensabile per farlo stare ai piani alti ma non in grado di diventare una caratteristica distintiva. Tradotto: un gregario del centrocampo, una mezzala intensa e di fatica che potesse iniettare a una squadra come l’Inter spirito e sacrificio per poi permettere ad altri di fare la differenza con i piedi. E invece oggi Barella è uno che la differenza la fa in ogni modo: correndo e contrastando, ma anche leggendo la partita e impreziosendola con giocate determinanti.

La crescita di Barella

In un’Inter che continua a vivere su di un calcio molto diretto, orientato al far arrivare il più velocemente possibile la palla ai suoi attaccanti o alle sue frecce laterali senza regalarsi troppo spazio per interpretazioni variegate della costruzione tramite possesso, Barella è il principale elemento in grado di scompaginare lo spartito. Lo fa sempre ad alta intensità, perché ha questo tipo di geni calcistici e soprattutto perché nel gioco di Antonio Conte non si potrebbe fare diversamente, però il suo miglioramento sta nell’impressionante accrescimento mostrato sia in termini di lucidità che di pulizia tecnica. E anche sul piano dell’interdizione la qualità del suo contributo ha subìto una svolta palpabile: è molto più pulito e lo dimostrano i numeri, visto che nelle sue tre annate a Cagliari ha tenuto una media di 11,3 gialli più un rosso per stagione e il suo primo campionato nerazzurro lo ha visto prendere undici ammonizioni in ventisette presenze, mentre nella prima metà dell’attuale torneo i cartellini sventolati sotto al suo naso sono stati solo quattro e l’ultima espulsione risale addirittura all’aprile del 2019. A questo miglioramento disciplinare, si aggiunge un accrescimento delle abilità tattiche e tecniche che ha quasi dello sbalorditivo. Nello scenario strategico dell’Inter, Barella assume un ruolo cruciale: partendo dalla posizione della mezzala, risulta sia quello che si apre in ampiezza per agevolare la prima costruzione che la trivella in grado di perforare il corridoio intermedio, collegando con brillanti scintille il resto della squadra con gli imperatori dell’attacco. Lo fa con energia, con lucidità e con un senso calcistico totale, che si traduce in tempi perfetti, spazi sfruttati al centimetro e – la cosa che fa davvero la differenza – con un’ispirazione tecnica da interprete sempre più grande del ruolo in cui la capacità di impastare tempi e precisione diventa la chiave per il raggiungimento della grandezza. Alcuni esempi per rappresentare il suo grado di incisività, sia in termini di impulsi dinamici che di giocate sontuose. Il primo: Genoa-Inter, 24 ottobre 2020. Un match che i rossoblù di Maran sono riusciti ad imbrigliare sullo 0-0, e in cui Conte vede (non sarà l’unica volta…) i suoi incapaci di disorientare con la palla un blocco difensivo chiuso e ordinato. Anche perché Eriksen langue timido e intristito. A mezz’ora dalla fine lo sostituisce Barella, che immediatamente sconvolge lo scenario e sei minuti dopo fornisce l’assist per il colpo di Lukaku che apre la lattina. Ma a mutare veramente la situazione sul campo erano state – immediate e fulminee – un paio di sterzate impresse palla al piede dal sardo non appena entrato in scena. Dinamismo, prontezza tecnica, intelligenza strategica e quintali di personalità: il modo in cui un centrocampista di massimo livello decide una partita di calcio. Se poi vogliamo sottolineare la portata dell’imposizione qualitativa del classe ’97 di Cagliari, di esempi ne abbiamo a cascate: si può prendere l’incursione che ha fruttato il calcio di rigore in grado di inaugurare la rimonta nell’ultimo derby di Coppa Italia o la dimensione faraonica della sua prestazione – condita da gol di freddezza e assist di chirurgica precisione – nella partita delle partite, quella contro la Juve. Si può parlare del fatto che nelle due sfide cruciali del girone di Nations League per l’Italia lui sia stato l’uomo più decisivo, espugnando Amsterdam con una testata martellante e mandando in porta Pellegrini al ritorno con un assist da artista visionario. O si potrebbe anche solo prendere la raffigurazione più scintillante in assoluto, il magistrale e aulico colpo di tacco con cui ha spalancato la via della gloria a Lautaro Martinez in quel di Madrid. Gemme che sta incastonando con strepitosa continuità in una stagione che lo ha già visto piazzare tre reti e ben otto assistenze nelle partite che ha giocato fra club e Nazionale. Numeri che parlano forte e chiaro: Nicolò Barella non è solamente il tamburino sardo che si sacrifica con dedizione alla causa, è diventato un centrocampista dalla completezza straripante e con una capacità di impatto a trecentosessanta gradi. Ed è non solo il motivo per il quale l’Inter può permettersi di non vedersi obbligata a trovare un trequartista che aggiunga variabili e preziosismi al suo gioco, ma anche quello per cui Roberto Mancini, con un centrocampo base formato da lui, Jorginho e Verratti, può legittimamente essere sempre più convinto di avere in mano un’Italia di prim’ordine.