La cosa più importante del primato dell’Inter è che non è tanto la classifica ad inquadrarla come la prima della classe in questa Serie A, ma lo è anche il campo. Sembra una sfumatura ma io credo che sia il vero nocciolo della questione, perché è la prima volta da quando Conte ha cominciato a lavorare a testa bassa su questo progetto che la sua sembra davvero la squadra più forte a trecentosessanta gradi. Cinque vittorie consecutive con quindici gol fatti e uno solo subito, quattro punti (e mezzo) di vantaggio su chi insegue più da vicino, addirittura dieci sulla Juventus, che ha sì una partita in meno ma si ritrova a distanza davvero pesante: sono numeri portentosi figli di una lievitazione globale dei valori collettivi passati attraverso il potenziamento di quelli individuali. Perché l’Inter di oggi è l’Inter più completa che si sia vista negli ultimi anni: è solida e pragmatica come da dogma primario del suo architetto, ma finalmente ha scollinato anche l’equivoco del gioco, perché è chiaro che questa non sarà mai una squadra che produrrà bollicine in serie facendo frullare il pallone, ma non è neanche più solo un bulldozer che va dritto cercando di spianare tutto. E’ una formazione che si poggia sul suo totem, che spacca il campo con verticalizzazioni taglienti e duetti focosi fra gli attaccanti più affilati e integrabili che la Serie A possa presentare, ma adesso è anche un gruppo che sa trasformare porzioni significative di partita in momenti di gestione tecnica attiva, non più lasciando la palla all’avversario per aspettarlo ma tenendola, lavorandola e costruendo con essa. Il click definitivo, assieme al miglioramento del parco alternative, è stato dato dalla reintroduzione nel cuore del progetto di due valori che fanno la differenza: Ivan Perisic e soprattutto Christian Eriksen, gli unici due giocatori del gruppo nerazzurro ad aver disputato una finale di Champions League negli ultimi due anni, che da pesanti esuberi sono diventati titolari determinanti per alzare l’asticella.

La situazione più sorprendente – e probabilmente anche quella che ha fatto fare il passo avanti più visibile alla qualità d’espressione dell’Inter – riguarda l’ex fantasista del Tottenham: sono passati solo tre mesi scarsi dalle settimane in cui Eriksen veniva tristemente inserito negli ultimi minuti di partita, poco più di due da quando l’amministratore delegato del club lo dichiarava pubblicamente fuori dai piani, e invece oggi il danese si ritrova ad aver giocato da titolare tre partite consecutive (cosa che non gli accadeva da giugno) prendendo il posto ad Arturo Vidal, ovvero quello che veniva considerato il capriccio di un allenatore che chiudeva le porte alla fantasia sacrificandola sull’altare del muscolo. Che limitava gli orizzonti perché incapace di uscire dal proprio spartito. Evidentemente, le cose stavano e stanno in modo un po’ diverso…perché è oltremodo chiaro come a far fiorire la primavera attorno a uno dei giocatori più ispirati e ammirati degli ultimi anni sia stato prima di tutto lo scatto mentale fatto da Eriksen stesso, oltre che probabilmente la possibilità di integrarsi maggiormente a seguito di un ambientamento complicatissimo dalle condizioni assurde in cui stiamo vivendo ormai da un anno (praticamente da quando lui è arrivato…) e anche quella di poter finalmente vivere delle settimane intere di allenamenti preparatori e migliorativi. La differenza primaria che salta all’occhio sta nella sua attitudine in campo: non si vede più il giocatore spaesato e quasi anestetizzato del suo primo anno nerazzurro, ora Eriksen è uno che quando riceve il pallone lo tratta con delicatezza ma anche intensità, e soprattutto che quando non ce l’ha se lo va a riprendere. Sta proprio in questa efficacia agonistica (i sei palloni recuperati nel derby lo dimostrano chiaramente) il riscontro che ha convinto Conte a dare al danese uno spazio stabile e primario, dimostrando peraltro anche come i discorsi tattici riguardanti una sua presunta inadeguatezza a ricoprire il ruolo di mezz’ala nel 3-5-2 interista fossero sostanzialmente considerazioni superficiali.

Eriksen e la nuova dimensione data alla squadra

Una volta conquistato questo imprescindibile peso, Eriksen ha dato a se stesso ma anche alla squadra una dimensione nuova, perché mai prima delle ultime settimane l’Inter aveva potuto contare stabilmente su di un centrocampista offensivo in grado (cito i riscontri statistici della sua prestazione di ieri contro il Genoa) di produrre 63 passaggi con il 92% di precisione e soprattutto l’82% riferito a quelli prodotti nella metacampo avversaria, di creare tre occasioni da gol, di tirare due volte e di effettuare dieci cross, la metà dei quali con esito positivo. Di conseguenza, non c’è da stupirsi se, con un nuovo valore del genere, l’Inter abbia superato anche quello che è stato un suo chiaro limite fino ad ora, ovvero la puntuale difficoltà nel risolvere alcune partite contro squadre particolarmente chiuse (Parma, Shakthar, Sampdoria, Udinese…) che invece con un elemento fantasioso, inventivo ma allo stesso tempo anche battente diventano ordinaria amministrazione, come abbiamo visto ieri nel pomeriggio di San Siro.

Inter, candidata alla vittoria di un campionato sorprendente

A quattordici giornate dalla fine di un campionato che rimane sorprendente, anomalo e potenzialmente ancora apertissimo non è il caso di dare troppe cose per scontate, perché se solo un paio di mesi fa avessimo provato – ad esempio – a prevedere il futuro di Eriksen avremmo tutti sbagliato di grosso. Però è un dato di fatto che ora l’Inter abbia trovato dentro di sé quel fattore che la completa e le dà un plus fondamentale per accrescere ancora di più il proprio valore. Per cui non si può ancora dire che Antonio Conte abbia il campionato in mano. Ma che adesso, con un solo obiettivo nel mirino e una varietà di armi sia collettive che individuali mai avuta prima, la sua squadra sia la più seria candidata a vincerlo, questo è francamente piuttosto chiaro.