In questo momento di quiete prima di un’altra tempesta calcistica, in questo breve periodo di stacco fra una stagione tanto anomala quanto frenetica e un Europeo che promette spettacolo, si possono fissare alcuni punti. Ho deciso di fare una Top XI della Champions League 2020/2021 fondamentalmente per due motivi: il primo è che risulta un esercizio piacevole e leggero per offrire uno spaccato della stagione appena vissuta, il secondo è che questo tipo di selezioni fanno sempre discutere. Quindi, divertiamoci…

Ho deciso di fare una formazione credibile anche dal punto di vista tattico, un 4-2-2-2/4-2-3-1 che rappresenti allo stesso tempo uno spaccato delle migliori individualità viste all’opera ma anche una squadra vera, che potrebbe stare effettivamente sul campo. Chiaramente ci ho messo molto delle due finaliste, visto che Chelsea e Manchester City sono arrivate in fondo con abbondanti meriti. Ma non solo…

Il portiere

Indubbiamente Edouard Mendy, che non solo è arrivato a ventinove anni a vincere la Champions al primo colpo ma lo ha fatto presentando una storia incredibile, visto che questo senegalese solo cinque anni fa giocava al quarto livello del calcio francese. Ha vinto subendo solo tre gol e tenendo la porta chiusa in nove partite su dodici giocate. In più, ha computo anche la parata se non più bella (ma forse sì…) sicuramente più pesante del torneo, quell’allungo straordinario su una rasoiata di Benzema nella semifinale di ritorno che per la stragrande maggioranza degli altri sarebbe stata letale.

I due terzini

Mi prendo un minimo di licenza, ma neanche troppa. A destra piazzo Cesar Azpilicueta, il capitano e veterano del Chelsea che da terzino puro ha fatto una carriera intera ma che nell’affilato 3-4-2-1 di Tuchel risulta oltre che un punto di riferimento determinante anche una pedina tattica, perché nelle semifinali lo abbiamo visto come laterale di equilibrio e in finale è invece tornato a fare il braccetto di destra del pacchetto centrale. Sempre con puntualità, solidità ed esperienza inestimabili. A sinistra invece metto un nome che per qualcuno potrà anche essere sorprendente: Ferland Mendy, il terzino che al Real Madrid ha cancellato la figura storica di Marcelo e ha permesso a Zidane di inventarsi un sistema di gioco asimmetrico e per certi versi sorprendente. Abbiamo visto il francese giocare da laterale puro, dare una mano alla difesa ma anche spingere con costanza, diventando in certi frangenti addirittura mezz’ala di creazione o finto attaccante. E in più c’è stato quel pesantissimo gol di destro che ha tagliato le gambe all’Atalanta nell’ottavo di finale di andata.

I centrali

Forse senza troppa fantasia, ma Ruben Dias e Antonio Rudiger non possono non formare la coppia di centurioni della difesa. Il portoghese è stato l’acquisto (come sempre molto oneroso) che ha finalmente messo a posto la retroguardia del City, non solo imponendosi definitivamente come un centrale di livello assoluto ma anche migliorando il rendimento di tutti i compagni di reparto, a partire da Stones. E Rudiger addirittura è andato oltre, e non solamente in una finale giocata alla perfezione: nella fase ad eliminazione diretta ha disputato ogni singolo minuto e in generale nella competizione ha fatto registrare il 64% di duelli aerei conquistati e il 67% di contrasti vinti, il tutto prendendo un solo cartellino giallo in undici partite giocate. Un altro di quei profili passati dalla Roma e poi decollati verso l’olimpo del calcio. Come Marquinhos ad esempio, uno che avrebbe meritato quanto i due titolari di fare parte di questa formazione…

I mediani

Forse è ancora la suggestione di una finale in cui Guardiola aveva individuato nella loro zona la chiave tattica per vincere la partita e invece l’ha clamorosamente persa, ma per me la cerniera Kanté-Jorginho merita di stare in toto in questa Top XI. Se dobbiamo estrapolare dalla Champions League il principale candidato al Pallone d’Oro, non può che essere il turbinante francese, che dopo aver vinto un campionato da sogno con il Leicester e un Mondiale da grande protagonista con la Francia ora ha piazzato in bacheca anche la coppa più ambita del football europeo, stoppando, impastando e ribaltando tutte le illustri mediane che si è ritrovato a dover fronteggiare. E incontrando nell’italo-brasiliano il suo socio ideale, perché Jorginho non è più solo un fine geometra della prima costruzione, ma è diventato uno straordinario “ritmista” della squadra, in grado di fondere visioni brasiliane, senso tattico italiano e in intensità britannica. Definirlo il miglior regista della stagione non è poi così azzardato.

I due trequartisti

Anche in questo caso, prendo un’accoppiata. Potreste controbattere che si tratta di due sconfitti, ma sarebbe ingiusto e riduttivo. Se avesse vinto la finale, De Bruyne sarebbe stato la stella assoluta dei campioni, il più totale dell’attacco totale guardiolista. E invece la crudeltà del destino ha voluto che non solo la perdesse ma che ne uscisse persino con la faccia spaccata, il che limiterà probabilmente anche il suo Europeo. Ma la partita di Oporto non può togliere al belga la conferma data urbi et orbi di essere attualmente il più ispirato, produttivo e completo centrocampista offensivo in circolazione. Così come non si può ignorare l’emersione definitiva e sublime di Phil Foden, che pur essendo nato nel maggio del 2000 ha già fatto chiaramente vedere di essere un giocatore stabilizzato sui massimi livelli. Lo scenario tattico della finale lo ha un po’ ingabbiato in una posizione di trequartista centrale che gli ha tolto spazi, tempi e corridoi di inserimento, ma per tutto il resto della campagna – specialmente partendo da sinistra – ha prodotto ventate di impeto talentuoso e concreto. Oltretutto, la sensazione è che abbia ancora netti margini di miglioramento soprattutto in termini di efficacia nella finalizzazione. Se Kevin De Bruyne è indiscutibilmente il presente, lui è anche un lungo e smagliante futuro.

La seconda punta

Inquadrarlo in un ruolo è limitativo, perché Kylian Mbappé è semplicemente l’attaccante assoluto. Rimango convinto del fatto che l’interazione con un centravanti vero e proprio lo metta nelle condizioni ideali, e il fatto che Deschamps abbia riportato Benzema in Nazionale per piazzarglielo al fianco mi intriga tantissimo. In ogni caso, Mbappé durante questa Champions ha fatto vedere di poter sostenere senza troppi problemi il compito di figura primaria dell’attacco. Ha segnato tre reti al Camp Nou, ne ha piazzate due all’Allianz Arena e la sua assenza a Manchester è stata probabilmente la pietra tombale sulle ambizioni del PSG. E’ la stella polare designata del prossimo decennio di calcio.

Il centravanti

Mentre l’uomo che ha sempre di più l’ambizione di poter frantumare qualsiasi record realizzativo è Erling Håland, che presenta come biglietto da visita una prolificità mai vista ma che nella totalità del suo calcio mostra orizzonti ancor più grandi. Per un bomber, in primis contano le cifre: questo classe 2000 norvegese ha già superato il muro dei cento gol in carriera, è stato il capocannoniere della Champions League timbrando dieci volte in otto presenze e il suo score globale parla di venti reti segnate nella competizione più importante che ci sia, una ogni 63 minuti in campo. In più, la sua figura riassume la modernizzazione del gioco: fisicità da supereroe, brutalità da dominatore individuale e piedi che promettono coralità, perché l’aspetto che rende realmente stupefacente il profilo di Håland è una vocazione al gioco associativo da sviluppare e migliorare ma indiscutibilmente presente nel suo ventaglio di caratteristiche. Non siete convinti? Guardate il gol che ha fatto fare a Reus nel quarto di finale di andata contro il City…

L’allenatore

Dulcis in fundo, il grande architetto dell’impresa del Chelsea, arrivato prepotentemente al culmine del suo percorso di formazione e capace in tempi brevissimi di trasformare un progetto molto interessante in una corazzata vincente. Thomas Tuchel, razionalista geometrico con indiscutibili venature artistiche, si è preso d’imperio la Champions fissando due paletti estremamente esplicativi della sua centralità nell’ottenimento del risultato: è stato il primo allenatore a fare due finali consecutive con due squadre differenti e il primo dopo un quarto di secolo a vincere la coppa giocando con la difesa a tre. Per di più, battendo sul piano tattico e strategico mostri sacri della panchina come Simeone, Zidane e Guardiola. E adesso, dopo un apprendistato che lo ha visto studiare tutti maniacalmente, sono gli altri a doversi ispirare a lui.