Oggi ricorre il quarto compleanno di Italia-Svezia, la partita della vergogna, quella che ci ha lasciato fuori dagli ultimi Mondiali. Brutto pensiero. Pessima ricorrenza. Specialmente il giorno dopo aver pareggiato con la Svizzera sbagliando un rigore (molto generoso) all’ultimo minuto. Ci risiamo? Non credo. Perché che sia cambiato molto nella nostra Nazionale rispetto ad allora è oltremodo chiaro. Non solo abbiamo vinto un Europeo – e pare passato un secolo, ma è successo solo qualche mese fa – ma abbiamo anche un progetto e una conformazione completamente differenti. Ed è anche all’opposto il clima che ci accompagnerà a Belfast lunedì. Quattro anni fa si affrontava la Svezia in mezzo a una rilassatezza inconcepibile che portò al disastro. Oggi invece abbiamo tutti addosso della tensione. Che può diventare una catena (Jorginho docet), ma può anche essere quella molla che permetterà di ritrovare fame, cattiveria e spietatezza. E poi forse, è il caso di ricordarlo dati certi toni funebri, anche se dovesse andare male la serata irlandese ci sarebbe comunque il paracadute dei playoff. Sicuramente meglio evitarlo, e abbiamo le condizioni per poterlo fare. Però c’è. Mentre quattro anni fa eravamo di fronte all’ora o mai più.
Ci sono ancora tantissime possibilità di andare al Mondiale, partiamo da questo presupposto. Però ci sono anche dei problemi, e risolverli nell’immediato sarà parecchio difficile.

I crucci di Mancini

L’immagine fotografica del cambiamento di umori vissuto a trecentosessanta gradi dalla Nazionale italiana negli ultimi quattro mesi è quella di Jorginho che manda in cielo il rigore della vittoria. Del suo volto molto preoccupato, quasi terrorizzato, prima dell’esecuzione di un gesto che da naturale è diventato pesantissimo. Jorginho è ancora quello che pochissimo tempo fa ha vinto Champions League ed Europeo da grande protagonista. Quello che per risultati ottenuti meriterebbe più di tutti il Pallone d’Oro. Quello che ci ha portato a Wembley segnando il tiro di rigore decisivo nella semifinale con la Spagna. Ma il Jorginho di oggi è invece quello che gli ultimi tre penalty in Nazionale li ha sbagliati, e se nella finale dell’Europeo ci han pensato gli altri a conquistare la gloria, i due contro la Svizzera pesano tantissimo.
La faccia del nostro regista e il suo errore ci raccontano perfettamente di quali siano adesso i due grandi crucci di Mancini: uno è di ordine tecnico, l’altro – quello più difficile da sciogliere – riguarda il piano mentale e attitudinale.

Un’assenza pesante

A livello tecnico, è fin troppo semplice e semplicistico leggere nel rendimento molto avaro in termini realizzativi dell’Italia la conferma del “problema centravanti”. Lungo la strada che porta in Qatar gli Azzurri hanno segnato tredici reti, il che vuol dire (anche se c’è disparità di partite giocate e nel nostro girone non è presente una di quelle selezioni materasso da subissare di gol tipo San Marino, Gibilterra, Liechtenstein o Andorra) meno di Portogallo, Serbia, Spagna, Belgio, Danimarca, Scozia, Israele, Austria, Olanda, Norvegia, Turchia, Russia, Croazia, Inghilterra, Polonia, Ungheria, Germania e Macedonia del Nord. É vero: né Immobile – che comunque ieri sera sarebbe servito e non poco – né Belotti, né i giovani Raspadori o Scamacca sono quegli attaccanti che ti possono tirare da soli fuori dai guai a questi livelli. Non abbiamo un Lewandowski, un Lukaku, un Kane o un Benzema, e forse neanche un qualcosa che possa avvicinarsi alla figura di un centravanti di top livello internazionale. Però fino ad ora l’Italia era riuscita a sopperire a questa carenza con la collettività, il gioco e l’entusiasmo. Cose su cui sapevamo di poter contare dal primo all’ultimo pallone di ogni partita, e invece adesso si vedono solo a sprazzi. E nel caso specifico del match di ieri sera, la mia impressione costante è stata che la carenza primaria non fosse tanto quella del numero nove, quanto l’incompletezza del reparto mediano. La sala macchine che è fin da subito spiccata come il reparto più importante ed illustre di questa squadra nonché il suo vero motore. Jorginho appunto, che da direttore sicuro e inscalfibile ora è diventato timoroso, ma anche un Barella visibilmente acciaccato e soprattutto un Verratti assente. Locatelli è un giocatore importante e lo diventerà sempre di più, Tonali è entrato bene e sta crescendo in modo spettacolare, ma Verratti è un’altra cosa. E il fatto che abbia giocato solo tredici minuti nelle due partite pareggiate contro la Svizzera non mi pare un caso. All’Italia manca sì un centravanti che risolva i problemi, manca anche forse una difesa miracolosa come lo è stata quest’estate, ma – in ambito tecnico-tattico – manca prima di tutto la certezza data dal suo centrocampo. La fonte del ritmo e del gioco. La garanzia dell’identità.

Andiamo a vincere!

Sul fronte psicologico invece, appare chiarissima una differenza di forza mentale fra la Nazionale che ha vinto l’Europeo e quella che sta zoppicando verso il Mondiale. Qui c’è lo stacco maggiore. Quest’estate per la famiglia azzurra tutto era ammantato di sicurezza e spensieratezza, mentre oggi c’è un dubbio ad ogni passo.
Le gambe erano irrorate di vitalità, i cuori spinti dal sacro fuoco dell’impresa e le menti proiettate verso il sogno.
Oggi invece ci sono i segni degli impegni sconsiderati con i club. L’impossibilità di focalizzarsi su di un’unica missione. L’affanno dato dal non poter mai staccare e recuperare. Non può essere un qualcosa di completamente inaspettato la prima mezz’ora della partita di ieri sera: è la fatica della testa prima ancora che del fisico. Perché credere che il calcio sia un gioco che si pratica esclusivamente con i piedi, è come pensare che gli scacchi si giochino solo con le mani. É una Nazionale fiaccata quella che stiamo vedendo, e sarebbe strabiliante il contrario. Il problema è che forse non si è capita fino in fondo la natura del trionfo agli Europei. Questo gruppo ha saputo colmare il gap tecnico rispetto ai giganti sovrastandoli sul piano temperamentale, ma se questa supremazia decade allora ogni partita diventa complicata. Adesso ne abbiamo all’orizzonte una che vale molto, e che rimette l’Italia di fronte alla responsabilità di dover fare un grande passo. Intendiamoci, non è assolutamente impossibile: nonostante tutto, dobbiamo vincere contro l’Irlanda del Nord e abbiamo anche due gol di margine (in realtà uno…) rispetto alla Svizzera. Abbiamo il nostro destino in mano, e lo avremo anche in caso di flop. Ma non pensiamo al futuro, guardiamo all’immediato e a un’Italia che ha sì scoperto di doversi ancora, e sempre, conquistare tutto con il massimo dello sforzo, ma che non ci ha traditi come successo quattro anni fa. Andiamo a Belfast carichi. “Andiamo a vincere”, come diceva un’enorme, indimenticabile figura del nostro giornalismo e del nostro sport.