Abbiamo il quadro delle semifinali di questa strana ma straordinariamente emozionante Champions League: da una parte Paris Saint Germain-Manchester City, l’ennesima sfida titanica per i parigini e il vero banco di prova per l’ossessione di Guardiola e del suo club di andare sul tetto d’Europa; dall’altra Chelsea-Real Madrid, ovvero l’esame di maturità per il progetto giovane più illustre e costoso del continente da sostenere contro l’esponente più alto dell’aristocrazia calcistica europea. Inteso come il club più titolato che ci sia, ma anche come l’allenatore che più di tutti ha inciso nell’ultimo lustro di calcio internazionale, anche se troppo spesso in molti non se ne sono accorti.

Nonostante numeri da stropicciarsi gli occhi e una serie sterminata di decisioni determinanti, anche quest’anno Zizou è stato messo brutalmente in discussione, attaccato come se fosse ancora quel parafulmine sotto cui un contestatissimo Florentino Perez si piazzò nel gennaio del 2016 trovando non solo riparo ma anche il tecnico più vincente dell’ultimo mezzo secolo di storia blanca. E anche quest’anno Zidane ha reagito, ha ribaltato tutto e ha risposto gridando. Ci saranno forse dei sorrisi e sicuramente degli strascichi, perché nella testa dura e finissima di questo genio scorbutico del calcio certe critiche, certi attacchi e certe considerazioni non scivolano via. L’algerino di Marsiglia può anche andare avanti e passare oltre, ma di certo non dimentica. Nel frattempo però, ancora una volta Zinedine Yazid Zidane ha messo nel mirino un’impresa (forse duplice) che avrebbe dell’incredibile.

Un allenatore forte, in grado di riscattare una stagione

C’è stato un momento chiaro di questa stagione in cui il Saladino del football si è arrabbiato, ha messo l’armatura e si è calato con tutta la sua furia illuminata sul campo di battaglia. E’ stato il 5 febbraio, quando per la prima volta si è ripresentato davanti alla stampa dopo due settimane di isolamento. E ha scatenato una clamorosa, rumorosissima carica di cavalleria. Era la vigilia della partita di campionato contro l’Huesca: il suo Real Madrid – reduce da tre sconfitte in quattro partite, fatto fuori dalla Supercoppa e addirittura eliminato dalla Copa del Rey in modo imbarazzante da una squadra di terza divisione – veniva sbeffeggiato a destra e a manca. Era a meno dieci dall’Atletico capolista avendo peraltro giocato una partita in più, e anche la Champions – il giardino di casa – lo aveva visto passare il girone con enormi turbolenze. Di conseguenza, quella critica che troppo spesso si lascia trascinare dal momento scordandosi bellamente che nel calcio parlare prima che sia finita espone quasi sempre a pessime figure, dava per morti sia lui che la sua squadra. E ovviamente individuava nella mano molle dell’allenatore la causa primaria dei mali di un Real Madrid decaduto. Il grido di battaglia lo hanno udito ovunque: “dejadnos trabajar, no merezco este trato por parte de la prensa!”. Lasciateci lavorare, non merito questo trattamento da parte della stampa. Profetico come nella sua prima dichiarazione assoluta, quando si presentò sorridendo e annunciando che “sarebbe andato tutto bene”. Ma stavolta duro, cattivo, rivendicativo. Come la sgasata terribile che gli ha permesso di vincere maestosamente quella Liga che ha rappresentato il più sentito ed emozionante degli undici trofei che ha conquistato sulla panchina più difficile del mondo (in media uno ogni ventitré partite dirette). Come la risposta che ha fornito la sua squadra dal momento del richiamo urlato dal condottiero: undici vittorie e tre pareggi in quattordici partite, nove punti recuperati all’Atletico Madrid in campionato, Atalanta e Liverpool spazzate via dalla Champions League. Una stagione che era stata già bollata come fallimentare è diventata all’improvviso molto promettente, nonostante le difficoltà aumentate da oltre cinquanta infortuni che hanno ridotto il suo margine di scelta al minimo. Ma anche questo ha stimolato il suo acume strategico, e anche questo dimostra quanto Zidane sia un grandissimo allenatore.

Zizou, per sempre il numero uno

Le ultime due partite, la vittoria nel Clásico e il pareggio di Anfield nel breve spazio di cinque giorni, hanno mostrato un Real Madrid magari non spumeggiante, ma di sicuro molto duro, molto furbo e perfettamente orientato vero l’unico piano possibile per ottenere il risultato. Sapeva di doversi difendere, ma anche di doverlo fare non potendo contare sui propri centurioni. Senza Sergio Ramos – la cui assenza prima della guerra dichiarata da Zizou il 5 febbraio aveva praticamente sempre decretato disfatte europee – ma anche senza Varane, Carvajal e Lucas Vazquez, Zidane ha capito che una volta tanto quel pallone che nella sua vita ha sempre voluto attaccato al piede non era lo strumento più importante per centrare l’obiettivo. Lo ha lasciato primariamente agli altri, perché non potendo contare sulle individualità principali ha dovuto formare una difesa di squadra, anche se poi la figura decisiva c’è stata, ovvero il portiere Courtois che ormai da un anno e mezzo a questa parte si è preso un posto inscalfibile fra i primi tre/quattro al mondo. Ha inventato, schierando come terzino destro il suo pupillo Valverde che ancora una volta gli ha dato roboanti risposte affermative. Ha fatto in modo che il suo centrocampo di splendenti veterani fosse prima fonte di equilibrio e subito dopo mettesse la propria ineguagliabile capacità tecnica al servizio della praticità, riconquistando il pallone, ripulendolo nel modo più veloce (e come sempre maestoso) possibile per poterlo verticalizzare, forte e diretto, verso una coppia d’attacco letale. Perché se Karim Benzema è da considerare senza alcuna remora il centravanti più tecnico, elegante e utile che ci sia sul pianeta – e a chi chiede ancora una prova basta anche solo fornire il taconazo con cui ha inchiodato Ter Stegen – Vinicius è il nuovo che avanza solo per chi non ha voluto vederlo bene fino ad ora. Il brasiliano è un vero e proprio prodigio. Lo è sempre stato, anche se solo ora gli viene riconosciuta una capacità disequilibrante che hanno in pochi, oltre che la squisita propensione tattica ad essere sia attaccante esterno che seconda punta. In questo momento, Vinicius Junior è uno dei giocatori più incisivi e decisivi del Real Madrid. E non ha ancora compiuto ventuno anni. Ha già giocato più di cento partite con questa maglia, ha partecipato direttamente a un gol in una su tre, eppure anche lui come il suo allenatore ha già dovuto rispondere alle critiche tantissime volte. Si dice che sia un po’ il destino di chi vuole fare la storia, nel calcio ma non solo: altare e polvere, di continuo, a seconda di come gira il vento. Forse è vero, ma poi nessuno si stupisca se l’ira funesta del divo si abbatte producendo infiniti lutti. Quel che sta facendo in questo momento Zinedine Zidane: dimostrare nuovamente, eternamente al mondo di essere il numero uno. A partire dall’ambiente che ronza sempre attorno al suo Real Madrid. Che magari nel prossimo mese e mezzo si ritroverà a salire ancora sul suo carro celebrativo. E probabilmente poco dopo a dover capire, come se non ci fosse già stata una dimostrazione lampante, quanto ne sentirà la mancanza.