Chi si aspettava due semifinali di andata di Champions League in stile Bayern-PSG, con velocità stratosferiche e un turbinio di occasioni, è forse rimasto con una punta di delusione. Ma ha ragione (come sempre) Guardiola: il primo atto di una semifinale è inevitabilmente un momento di grande calcolo, dove subentrano timori, prudenze e la voglia di mollare le briglie per lasciar fluire un calcio d’attacco e di passione viene giocoforza superata dai calcoli. L’unica stellissima attesa che effettivamente è riuscita a brillare è stata quella di Karim Benzema, il motore assoluto di un Real Madrid stanco ma ancora vivo e vegeto, grazie soprattutto alla giocata da etoile del suo centravanti che con un controllo di fronte vellutato e una girata killer in piena area ha permesso a Zidane di non inginocchiarsi di fronte a un Chelsea che nei primi novanta minuti ha fatto meglio, ma non ha vinto. E non sentenziare un animale come il Real Madrid dopo averlo ferito, risulta spesso un errore fatale.

Benzema in questo momento (già da un po’, per la verità…) rappresenta almeno il settanta per cento del potenziale e delle ambizioni dei Blancos: ha partecipato direttamente a sei degli ultimi dieci gol messi a segno fra campionato e Champions, è il capocannoniere per distacco della squadra e ha già superato il bottino dell’ottima stagione scorsa, in più è un meraviglioso centravanti di manovra che con i suoi raccordi, i suoi movimenti ampi e i suoi interscambi crea un enorme mole di gioco, oltre a concretizzarlo con puntualità. Per questo si può forse dibattere su quale sia – all’interno comunque di uno strettissimo novero di tre/quattro candidati – il centravanti più forte del mondo, ma non ci sono dubbi su quale sia il più tecnico e completo: Karim “The Dream”.

Le cifre di un giocatore totale

Scoprire oggi la grandezza di Benzema vuol dire essere un (bel) po’ in ritardo, perché questo algerino di Lione dal sorriso bonario e il sangue ribollente ha dimostrato fin da ragazzino di essere una strana figura calcistica in grado di armonizzare al massimo del livello dei chiari contrasti, che lo hanno reso sempre un po’ enigmatico ma indiscutibilmente unico: la potenza trattata con eleganza, la dimensione di un attaccante purissimo votato però al movimento e all’interpretazione in più zone, l’attitudine che lo porta ad essere inevitabilmente una prima voce ma anche il gusto di servire. Per questo forse Karim Benzema non è stato del tutto riconosciuto come una superstar se non passati i trent’anni, peraltro dovendosi disimpegnare solo con il club visto che la Nazionale per lui dal 2015 è diventata un tabù a causa di uno dei lati oscuri della sua vicenda. Però lo è, indiscutibilmente. Altrimenti non sarebbe al Real Madrid da dodici anni e non avrebbe visto arrivare e andare via una serie sterminata di illustri colleghi, dal Pipita Higuain fin persino a Cristiano Ronaldo, di cui è stato in modo manifesto il miglior partner di sempre. In tanti sono passati e Benzema è sempre restato, vincendo tre campionati, quattro Champions League e quattro Mondiali per Club fra le altre cose. Arrivando a fissare cifre che certificano quanto sia imponente il suo profilo nell’epopea del club più vincente del mondo: è il quinto marcatore di tutti i tempi e gli mancano tredici reti per agganciare Santillana al quarto posto, peraltro calciando pochissimi rigori e convivendo per nove stagioni su dodici con Cristiano Ronaldo, il fagocitatore assoluto del gol, che in lui ha trovato il principe degli scudieri. Sì, perché se quattro uomini nella storia sono riusciti a fare più gol di Karim Benzema con la maglia del Real Madrid, nessuno invece può dire di aver servito più assist di lui. Che in teoria sarebbe il centravanti, il numero nove, l’utilizzatore finale. E invece è il tutto, come dimostrano i 277 gol e i 125 assist serviti in 553 partite madridiste. Un tutto che, una volta svincolatosi definitivamente dal ruolo di cavalier servente del divo Cristiano, ha potuto passare in prima persona sotto la luce principale, illuminando non tanto il proprio volto ma la mente di chi non si era ancora reso conto della sua magnificenza. A differenza del suo mentore più totale, un altro algerino francese dai nervi scorbutici e dai piedi fatati: Zinedine Zidane, che non ha mai dubitato di lui, se lo è sempre coccolato come un fratellino in cui veder riflessa una versione della propria immagine e non ha mai voluto un’alternativa al suo “straordinario Karim”, come ha avuto modo di definirlo ancora una volta dopo la partita contro il Chelsea. Sono molto simili per molti versi: stesse origini, stesse pennellate e stessi spigoli. Stessa propensione a un’arte calcistica tanto concreta quanto sublime, tanto dolce quanto tagliente.

Gli orizzonti

La differenza è che a questo meritatissimo status Zizou ci è arrivato prima, mentre Benzema se lo gode pienamente a trentatré anni suonati: forse un po’ tardi, ma di sicuro non al tramonto della sua storia. Perché questa strana stagione potrebbe addirittura diventare la migliore della sua carriera: ha segnato ventotto reti e con altre quattro eguaglierebbe il primato realizzativo personale, mentre gliene mancano solamente due per agganciare Lewandowski al terzo posto dei cannonieri più prolifici nella storia della Champions League. Sarebbero riscontri meritatissimi per un grande protagonista che ha saputo essere spalla e diventare volto principale a seconda dei bisogni. Ma quel che interessa in primis a Karim Benzema è vincere ancora, è ampliare ulteriormente una bacheca che conta già venticinque trofei, è magari poter mettere le mani sul Pallone d’Oro che sbatterebbe volentieri in faccia a una Francia che non ha mai sentito veramente del tutto sua. E riuscire a vincerlo senza poter partecipare agli Europei, sarebbe proprio un’impresa degna del suo anticonformismo.