E’ proprio il caso di definirlo un sogno diventato realtà. Perché di sogno si è trattato, soprattutto se pensiamo a dove eravamo calcisticamente tre anni fa e a tutto quello che abbiamo dovuto passare negli ultimi sedici mesi.
Mai come in questo caso non si tratta di retorica: il fatto che la nostra meravigliosa Nazionale ci abbia fatto esplodere di nuovo la vita nel petto è la cosa più bella, simbolica e soddisfacente che ci potesse capitare. Ma è il concetto di realtà quello che conta davvero, perché la materializzazione di questo sogno non è stato qualcosa di magico, bensì l’opera estremamente concreta di un uomo che ha avuto il coraggio di fare il gigante, la convinzione di trascinare un gruppo, trasformandolo in popolo. L’impressionante capacità di far svoltare completamente un movimento che oggi si accoda al suo successo ma che non stava neanche minimamente programmando questa accelerazione vorticosa verso il futuro e la gloria. L’ha fatta solo perché gliel’ha impressa lui, Roberto Mancini, la mente, il braccio e il cuore di questa indimenticabile impresa.

La famiglia del Mancio

Oggi, nel giorno della celebrazione, ci vediamo di fronte tanti volti.
E’ stato indubbiamente l’Europeo del riscatto di Donnarumma, che il peso di quella condanna morale, che in molti gli hanno affibbiato, non l’ha minimamente sentito, risultando il miglior giocatore della competizione e dimostrando ancora una volta di essere non solo il top player del futuro, ma anche del presente.
L’Europeo dei vecchi centurioni Bonucci e Chiellini. Quei due che appaiono nella foto del gol che ha ripreso gli inglesi oltre che, in tutte quelle dei salvataggi che hanno costruito l’epica di quest’estate. I due veterani svariate volte decorati in patria ma più d’una caduti sul grande palcoscenico internazionale. Stavolta no, se lo sono presi loro d’imperio. L’Europeo di Jorginho, il campione su tutti i fronti di questa stagione, e dei suoi soci Verratti, Barella, Locatelli, Pessina e anche Cristante o Castrovilli, tutti mattoni più o meno portanti ma indubbiamente importanti per un centrocampo che è stato fin da subito l’epicentro della scossa rivoluzionaria che ha animato questo progetto e la sua carta d’identità. L’Europeo delle folate esasperate e delle immagini strappacuore di Spinazzola e Chiesa, della classe di Berardi e Insigne, dei rigori intrisi di riscatto di Bernardeschi, del ruolo silenziosamente rumoroso di Sirigu, anche delle difficoltà dei nostri centravanti che saranno anche mancati in momenti di massima esigenza ma che come tutti gli altri hanno fatto parte di un gruppo leggendario, che con la sua compattezza ha resistito a ogni possibile difficoltà, battendo in serie Belgio, Spagna e Inghilterra fino all’apoteosi finale. Il gruppo di Roberto Mancini, che le sue scelte ha iniziato a farle fin da subito andando sì controcorrente ma con un’idea ben chiara. Quella di puntare sul calcio, sul gioco, sull’apertura alla modernità.
Quel Mancini che nella sua prima lista ha posto il nome di Zaniolo, facendo sorridere o addirittura insorgere molti, e invece semplicemente lui era l’unico che aveva capito in anticipo che si trattava del più grande talento in potenza del nostro movimento. Quel Mancini che ha vinto immediatamente tutte le partite di qualificazione all’Europeo, sentendosi dire che erano solo partitelle contro avversari di rango minore. Quando poco tempo prima era stata la Svezia a farci sprofondare nell’imbarazzo di dover vedere un Mondiale da casa, non il Brasile… Ma il suo interesse era esclusivamente quello di convincere il suo gruppo di quale fosse la via da seguire per realizzare i sogni. E per qualcuno che oggi celebra e festeggia allora erano solo “partitine”, chissà se adesso riesce a rendersi conto che si trattava del fondamentale punto di partenza per instaurare nella squadra la mentalità, il dna e la filosofia che l’hanno portata ad emergere vincitrice da Wembley. E’ sempre lo stesso Roberto Mancini al quale le grandi menti della Federazione avevano deciso non più tardi di un anno fa di affiancare un grande ma anche ingombrante Direttore Tecnico come Marcello Lippi, senza dirgli nulla e rischiando di causare un patatrac al quale oggi è meglio non pensare…
Mancini, il nome che dovremo per sempre ricordare come quello che ha fatto una delle più grandi e benefiche rivoluzioni nella storia del nostro calcio, regalandogli uno dei trionfi più forti a livello simbolico e più rilevanti sul piano storico. Il Mancio che dopo tre anni di battaglie per il calcio del suo Paese ha avuto in premio dal destino la possibilità di trionfare nello stadio che gli aveva riservato la più atroce delusione da calciatore, quello dove con la sua prima famiglia calcistica era caduto sull’ultimo pallone di una finale di Coppa dei Campioni e con quella nuova ha invece trionfato all’ultimo di una finale dell’Europeo. Che poi a ben vedere la famiglia è un po’ sempre la stessa, infatti le prime lacrime le ha liberate fra le braccia del suo fratello di sempre Gianluca Vialli…

La festa e gli orizzonti azzurri

E con lui, tutti noi siamo legittimati a scioglierci nei festeggiamenti, nella gioia totale che ci regala il calcio e che come tante volte è diventato fattore di comunione, collante che fa comunità e cancella le distanze, fondamentale elemento di traino per la popolazione. Ricordiamoci di questo nei momenti in cui va riconosciuta al calcio la sua positività e la sua importanza sociale. Poi, però pensiamo a quello che concretamente è stato fatto, che ci lascia un successo epocale ma anche la possibilità di renderlo l’inizio di un ciclo. Perché oggi siamo Campioni d’Europa ed è un sogno, è tantissimo, è bellissimo. Ma fra qualche mese avremo anche una Final Four di Nations League qui nel nostro Paese, e fra poco più di un anno uno stranissimo Mondiale invernale che ci sposta ancor più in alto l’asticella e la portata del sogno. Con la consapevolezza che i sogni si realizzano così: con visione, con coraggio, con propensione costruttiva, avendo il coraggio di scardinare consuetudini retrograde e morbose per spalancarsi alla modernità, di abbattere vecchi muri per aprire degli spazi innovativi su cui costruire grandi opere.
Grazie Mancio, hai regalato all’Italia una una gioia incommensurabile e soprattutto le hai dato una lezione inestimabile.