Se guardiamo ai risultati, questo inizio di Champions per le italiane non è andato molto bene: una sola vittoria (quella decisamente più abbordabile), un buon pari e due sconfitte nelle due partite più difficili. É la durissima legge della competizione più importante che ci sia, dove il livello è massimo e il margine d’errore praticamente inesistente.
Però, se da una parte non bisogna nascondersi e ammettere che il gap fra il nostro calcio domestico e quello internazionale rimane piuttosto ampio, dall’altra non si può non segnalare come siano stati solo i famosissimi dettagli che segnano i destini di questa competizione. Quei dettagli che hanno portato alla sconfitta dell’Inter. Che il Milan ad Anfield sia stato investito da una tempesta che l’ha sì piegato ma di sicuro non spezzato. Che la dimostrazione data dall’Atalanta al cospetto dei campioni in carica dell’Europa League, valga molta consapevolezza, e che vincere 3-0 in trasferta, come ha fatto la Juventus a Malmoe, in Champions non sia mai una cosa scontata.
Per cui quello che emerge dal primo giro di giostra è che ci sarà da fare parecchia fatica, però per il nostro calcio non è di certo notte fonda.

La rabbia dell’Inter

Chi mastica più rabbia dopo il debutto è indubbiamente l’Inter, che è riuscita addirittura a dominare per tratti il Real Madrid ma si è fatta beffare alla fine da una grande giocata di due giovani rampantissimi di Ancelotti. Un ko immeritato, alla luce del gioco prodotto e delle tante occasioni create nella prima ora di partita.
Questa squadra appare nettamente evoluta sia in termini di mentalità che a livello di proposta calcistica rispetto a quella che aveva iniziato la Champions un anno fa e ciò non può che promettere bene. Però, sia domenica a Genova che ieri sera contro il Madrid ha pagato un conto salato per gli errori commessi sotto porta. Il che a metà settembre può non essere un grande problema, a patto che Lautaro in primis (brillante nella partecipazione, troppo poco spietato al momento di premere il grilletto) sappia assumere il ruolo di vera e propria stella polare della squadra, riuscendo quantomeno ad avvicinare l’apporto realizzativo che garantiva – e continua a garantire ad altri – Romelu Lukaku.
Anche perché la chiave che poi ha consegnato la partita alla banda di Re Carlo sono stati i cambi: l’Inter con le modifiche di Inzaghi si è progressivamente afflosciata, il Real con gli ingressi del classe 2002 Camavinga e del classe 2001 Rodrygo ha invece trovato gli interpreti che gli hanno permesso di vincere con il minimo sforzo la partita più difficile dell’intero girone. E questo è un aspetto eloquente sulla differenza di livello fra la nostra Serie A e la Champions League. Il messaggio derivante è che in questa competizione è fondamentale capitalizzare i momenti. Comunque, il (doveroso) passaggio di turno rimane assolutamente alla portata dell’Inter, visto soprattutto il clamoroso crollo dell’immaturo Shakthar di De Zerbi al cospetto della favola Sheriff.

Milan: poteva andare molto peggio

Più o meno rimangono le stesse anche le (poche) speranze di accedere agli ottavi del Milan, che nel suo ritorno in Champions dopo otto anni di esilio si è subito scontrato con la realtà più dura. Il Liverpool lo ha infilato immediatamente in un frullatore, lo ha centrifugato fin dal primo pallone del match e il fatto che i rossoneri abbiano perso di misura rimanendo comunque in gara fino alla fine è l’aspetto sul quale costruire una lezione da imparare.
Ieri sera ad Anfield il giovane e volitivo gruppo di Pioli ha avuto l’immediata dimostrazione di cosa siano i ritmi e la qualità del grande football. Poteva subire diversi gol nella prima mezz’ora – deve ringraziare soprattutto il provvidenziale Maignan (Donnarumma chi?) e la stoica prova di resistenza dei centrali di difesa – e invece, si è ritrovato addirittura in vantaggio per un misto di destino burlone e qualità nello sfruttare l’unico momento di relax da parte del Liverpool. Ma nel secondo tempo è stato giustamente contro rimontato. Il pareggio di un Atletico impolverato con il Porto aiuta il Milan a poter ancora programmare l’impresa, così come la presa di coscienza di essere sì un bel gradino sotto alle big ma di poter offrire ormai al cospetto di chiunque – quando possibile, in Italia molto spesso, in Europa decisamente meno… – la capacità di sviluppare un calcio pungente e di qualità. Questa squadra deve continuare a fare esperienze e a crescere, ma andando avanti così questa stagione può riservare soddisfazioni significative.

Il balsamo della Juve

L’importante è che il Milan riesca a rigenerarsi velocemente, perché la parte più preoccupante di questo infrasettimanale di coppa riguarda l’accumulo di sforzo e di fatica che potrebbe rappresentare un bel problema in vista del big match di domenica sera all’Allianz Stadium. Il Milan, infatti, troverà di fronte una Juventus che per la prima volta in stagione ha fatto il proprio dovere e di conseguenza ha cominciato, seppur in colpevolissimo ritardo, a costruirsi delle certezze. La vittoria in Svezia era qualcosa di doveroso, sia per cancellare un inizio stonatissimo, nei risultati così come nella proposta, sia perché il Malmoe rappresentava oggettivamente un ostacolo molto modesto. Detto questo, vincere 3-0 in Champions League non è mai cosa da poco.
Allegri ha ritrovato giocatori determinanti (Cuadrado in primis), ha avuto segnali dagli attaccanti che collettivamente dovranno bilanciare la partenza del totem da trenta e più gol, ha visto la sua squadra tenere la porta chiusa dopo diciannove partite consecutive con almeno un gol al passivo e ha anche trovato la prima chiave per provare a risolvere l’intricatissimo rebus del centrocampo, visto che come da previsioni, Locatelli si sta subito rivelando un acquisto di qualità e personalità. Però la strada da fare è tenta, l’evoluzione di cui ha bisogno la Juventus per poter essere davvero ambiziosa passa per mutamenti profondi e un generale innalzamento dei livelli. Appena rientrerà Chiesa arriverà un altro impulso importante. Il fatto è che in campionato il margine d’errore è già piuttosto ridotto, specialmente nel brevissimo termine: i bianconeri devono fare risultato domenica contro il Milan, e per trovarlo dovranno fare di più anche di quanto visto martedì.

Lo status dell’Atalanta

Dovrà fare molto se si vuole qualificare agli ottavi per il terzo anno consecutivo anche l’Atalanta, che però sul campo del Villarreal ha giocato la sua solita partita forte, portando a casa un pareggio che indirizza nel modo giusto il cammino e dimostrando per l’ennesima volta di avere ormai uno status comprovato anche in ambito internazionale. Fra il Submarino Amarillo e la Dea è stata una partita bella, feroce ed emozionante, giocata fra due squadre forti e di pari livello, il che deve suonare come un sentito complimento alla squadra di Gasperini visto che di fronte c’era quella che ha vinto l’ultima Europa League. La condizione per i nerazzurri sta arrivando e il mercato ancora una volta ha agito bene sulla rosa, se pensiamo anche solo a come Juan Musso è diventato immediatamente l’inflessibile guardiano della porta. Manca ancora un po’ il grande potenziale offensivo, visto che l’assenza di Muriel non può essere cosa di poco conto e che Zapata ci mette fisiologicamente un po’ di più a trovare il cento per cento della forma. Però, l’Atalanta c’è anche quest’anno e si giocherà fino in fondo la qualificazione con gli spagnoli di Emery e chissà forse anche con il colossale Manchester United di Cristiano Ronaldo, squadrone tanto forte quanto troppo timidamente guidato dal suo tecnico Solskjaer.

E oggi tocca alle nostre tre squadre che devono farsi e farci onore fra Europa League e Conference League: trasferte molto insidiose per la Lazio a Istanbul e per il Napoli a Leicester, mentre per la Roma l’impatto (e in generale tutto il girone) sarà molto più morbido. Lì di gap ce n’è sicuramente meno. Lì dobbiamo essere forti e ambiziosi.