Strana, sicuramente con qualche lustrino in meno, ma indubbiamente bella, spettacolare e intricata questa Liga. Una Liga che ha un grande malato (il Barça), uno strano enigma da risolvere (il Real), un padrone designato che però solo ora comincia ad esprimere il suo vero potenziale (l’Atletico), outsider interessantissime alla ricerca di una continuità che potrebbe spalancare sogni incredibili (Siviglia e Real Sociedad su tutte) e in generale un livellamento globale che apre alla possibilità di lotte gustose a tutte le latitudini della classifica.
Il tutto in un contesto di calcio tecnico, veloce e moderno. Il succo è: siamo di fronte a un movimento che ha perso la dorata grandeur che gli ha permesso di dominare il calcio mondiale per oltre un decennio ma che per questo non si è né depresso né piantato, bensì ha rilanciato puntando forte sui giovani e sulla qualità del gioco.

Però non si può non rimanere colpiti da cosa sta succedendo al Barcellona, perché quello che è stato uno degli imperi più lucenti della storia del calcio, oggi appare goffo, sgangherato e irriconoscibile. E la partita di sabato sera contro l’Atletico Madrid ha certificato un ridimensionamento inevitabile dopo anni di errori madornali, di mosse in molti casi azzardate e in alcuni addirittura torbide, di divisioni che hanno portato allo sfascio. Occorre evitare toni tragici: è fisiologico che anche uno dei più grandi club del mondo possa avere un periodo di riassestamento, specialmente dopo i tempi imprevedibili e assurdi portati da questo ultimo anno e mezzo, così come è prevedibile che la stagione del Barcellona possa un pochino risollevarsi una volta rientrati giocatori determinanti che finora sono stati assenti o comparse (da Dembelé ad Aguero, da Ansu Fati a Jordi Alba e lo sfinito Pedri). Però non si può pensare che il Barça possa tornare in tempi brevi a mostrarsi come ciò che ci ha abituato ad essere, perché la strada sarà lunga e probabilmente segnata da altri passaggi spinosi.

Barça, la crisi viene da lontano!

L’origine di questa crisi, come spesso accade, nasce da lontano. Ovvero nel momento in cui la famosa MSN, il tridente formato da Messi, Suarez e Neymar, l’attacco più spettacolare e vincente che si sia visto in epoca recente, ha perso il primo pezzo. Il 3 agosto del 2017 il brasiliano viene ceduto al Paris Saint Germain per 222 milioni di euro. E lì comincia a rompersi qualcosa. Perché Messi non accetterà mai la partenza del suo socio e farà di tutto, vanamente, per farlo tornare, iniziando così una fronda con il presidente Bartomeu che scadrà in passaggi caotici e persino sconcertanti, tipo la vicenda I3 Ventures. A livello sportivo poi, i proventi della cessione di Neymar sono stati scialacquati malamente: gli oltre 300 milioni per Coutinho e Dembelé e i 125 per Griezmann sono solo le punte di un gigantesco iceberg che, fra cartellini strapagati e un monte ingaggi spropositato (un esempio? Il secondo portiere Neto – che ha giocato diciannove partite dall’inizio della stagione 19/20 ad oggi – è costato una trentina di milioni e ne prende cinque netti all’anno…) ha minato il bilancio del club. Aggiungete la situazione sanitaria, la distanza sempre più netta fra i senatori della squadra e la dirigenza Bartomeu che ha portato a punte di masochismo estremo come la cacciata di Luis Suarez e l’impossibilità di riuscire a trattenere persino il totem Leo Messi, la girandola di tecnici e un cambio presidenziale affascinante ma poco incisivo con il ritorno di un Laporta senza molto margine di manovra, e arriviamo all’attuale situazione. Il Barcellona di oggi è una squadra depotenziata, costretta ad andare su profili come quello di Luuk De Jong o Martin Braithwaite (che solo qualche tempo fa nello spogliatoio del Camp Nou avrebbero potuto entrare esclusivamente da visitatori) e a veder partire molti dei suoi simboli. Ha un allenatore come Ronald Koeman che presenta indubbiamente tratti e modi piuttosto rusticani ma che a ben vedere non ha moltissime colpe: qualcuna sì, perché certe scelte e certe visioni sono parse quantomeno discutibili, però “Rambo” ha provato ad impostare un progetto di lavoro fra mille difficoltà e ha anche sempre avuto il coraggio di dire le cose come lui le vede. Ma non ha fatto risultati e si è inimicato definitivamente quel presidente che non lo ha ancora esonerato solo per due motivi: il primo è che dovrebbe pagargli una penale salata e in questo momento qualsiasi costo pesa tantissimo, il secondo è che non sono in molti gli aspiranti inquilini della panchina catalana.

Ridimensionamento in corso

Fra le tante frasi ad effetto rilasciate da Koeman nelle ultime, telluriche settimane, una – peraltro fra le più scomode per tutti – suona come la più condivisibile: al momento gli obiettivi del Barcellona possono sono essere quello di lottare per i primi quattro posti in campionato e di cercare di rivincere la Copa del Rey. La Champions League è un qualcosa di troppo grande, e infatti dopo il doppio 0-3 incassato da Bayern e Benfica (con un solo tiro in porta fatto in due partite) mette a serio repentaglio la qualificazione agli ottavi di finale, cosa che negli ultimi ventuno anni è avvenuta puntualmente e in modo scontato. Anche la possibilità di vincere la Liga appare assai remota: nella sconfitta per 2-0 incassata sabato sera sul campo dell’Atletico Madrid, si è visto un Barcellona decaffeinato e malinconico, che ha cercato di fare ciò che rimane nel suo dna non riuscendo palesemente a farlo. Aveva la palla, ma la girava piano. Cercava di combinare, e sbagliava i passaggi. Costruiva, arrivava a ridosso dell’area, ma non riusciva a creare occasioni serie. E ogni volta che i Colchoneros hanno scatenato il vento del contropiede, lo hanno frustato con facilità disarmante. Oggi il Barcellona è questo: una squadra di livello inferiore rispetto ai grandi colossi internazionali. Però sono convinto che, attraverso altri scossoni e senza poter sognare grandi svolazzi, non sarà una stagione completamente disastrosa, ribadendo comunque che effettivamente il grande e primario obiettivo sia realisticamente quello di non finire fuori dalle prime quattro. Perché sotto alla cenere dell’impero crollato c’è comunque della brace accesa.
È rappresentata in primis dalla possibilità di abbracciare in tempi non più lunghissimi alcuni pezzi fondamentali della rosa: se immaginiamo il Barcellona tipo, ne viene fuori una squadra con un terzetto di centrocampo di grandiosa qualità formato da Busquets, Frenkie De Jong e Pedri, con un attacco che con Depay, Ansu Fati, Dembelé e Aguero avrà comunque delle risorse illustri da sfoderare, e con un portiere di livello top come Ter Stegen. Il problema vero riguarda una difesa dove Piqué scricchiola sempre di più e gli altri nomi non sono ancora pronti (Eric Garcia su tutti) o inadatti (Lenglet ad esempio, ma anche l’attuale Umtiti) per tenere in piedi l’impalcatura, però sugli esterni due come Dest e Jordi Alba possono sicuramente dare impulsi tecnici. Poi mancano tante altre cose, dalle alternative in mediana alla garanzia di continuità di rendimento. Però il secondo aspetto importante che sta emergendo in questa terribile crisi è che la riserva garantita dal serbatoio di casa è sempre il miglior salvagente possibile. Nelle ultime settimane abbiamo visto debuttare talenti smaglianti, su tutti il diciassettenne Gavi che è già stato chiamato in Nazionale maggiore da Luis Enrique, e con lui una batteria di nomi che, arrivando fino al predestinato Ansu Fati, ci dicono che potrebbe essere in arrivo una generazione importante, magari non come quella che ha portato il Barcellona in cima al mondo (ma cose così capitano una volta ogni tanti anni) però sicuramente adatta a dare del respiro. Per cui oggi il tempo è tempestoso a Barcellona, domani sicuramente pioverà e forse neanche dopodomani splenderà il sole, però è ipotizzabile che – con tempo e fatica – da questo disastro emergerà comunque un rilancio.
Ci vorranno idee brillanti, scommesse coraggiose, tanto lavoro e soprattutto un’unità da ritrovare fra tutte le componenti. Praticamente tutto quello che è mancato nell’ultimo lustro e che ha portato alla fragorosa caduta del gigante. Ma visto che davvero nella storia il Barcellona è stato “més que un club”, un minimo di ottimismo, sul lungo periodo, si può avere.