Il Clasico è fa storia a sé, non esiste al mondo un’altra partita così. E ogni Clasico è una storia, ogni Clasico può fare la storia. Qualcuno ogni tanto ci prova a sminuirlo, come per quello di sabato: guardano la classifica, pensano di interpretare i momenti, parlano di “Clasico decaffeinato”, di “partita in tono minore”, di “ridimensionamento”. Poi arriva il Clasico, fa la storia, e ricorda improvvisamente, meravigliosamente a tutti perché è la partita più grande del mondo. Lo è perché non è solo una partita: è la battaglia atavica e infinita fra le due più grandi e contrapposte galassie dell’universo calcistico: Real e Barsa, Madrid e Barcellona, il fascino del potere e la rivendicazione dello stile. Il Clasico è calcio al massimo livello, è politica, è fenomeno sociologico. È spettacolo, sempre, anche se – come di questi tempi – gli togli la cornice del pubblico.

Una storia infinita

Non c’era nessuno a vedere dal vivo l’ultimo Clasico, quello che ha redento il Madrid, che ha di nuovo incoronato Zidane come l’allenatore dalle mille vite, che ha dato un altro duro colpo a Messi nell’anno più difficile della sua carriera, che ha dimostrato che la vecchia guardia madridista non è poi così consumata e che il nuovo Barcellona di Koeman non è ancora abbastanza nuovo. C’erano invece duemila incuriositi spettatori il 13 Maggio del 1902, in un ippodromo del centro di Madrid, quando si celebrò il primo. Il calcio non era ancora la più grande passione popolare di Spagna, era un qualcosa di nuovo, quasi un’attrazione esotica da esibire ad un pubblico borghese ed educatamente voglioso di entusiasmarsi. Così pensò il giovanissimo re Alfonso XIII nel momento in cui decise di organizzare un “Concorso di Foot-ball”, al quale si iscrissero cinque squadre e che in semifinale vide il Barcellona, già in attività da due anni e mezzo, incrociare il neonato Madrid FC (l’appellativo Real non c’era ancora, sarebbe arrivato diciotto anni dopo, conferito dallo stesso monarca). Fu una vittoria per i catalani, che si imposero 3-1 grazie anche a un gol dello svizzero Joan Gamper, membro fondatore e considerato il più importante presidente della storia. Uno che amava così tanto il suo Barça da non poter vivere senza: fu esiliato per motivi politici nel 1925, cinque anni dopo gli permisero di tornare a Barcellona ma solo a patto che non avesse più alcun vincolo con il club. E lui si sparò, ponendo fine ai suoi giorni ma rimanendo immortale nel cuore di ogni blaugrana.

Non solo una sfida calcistica

Sono passati 118 anni e si sono giocati 245 Clasicos, ogni volta sembra che sia quella definitiva e invece non c’è mai una parola fine. Neanche uno squilibrio, tutto sempre sul filo del rasoio, se pensate che la differenza la fa proprio l’ultimo episodio, il 3-1 di sabato scorso: è stata la novantasettesima vittoria del Real Madrid, mentre il Barcellona ne ha ottenute novantasei. Equilibrio totale nel più grande disequilibrio che ci sia. Perché la storia del Clasico è sempre andata a ondate: i suoi primi decenni di vita videro prevalere dei catalani, poi a seguito della guerra civile e dell’ascesa del franchismo arrivò l’inversione di tendenza e l’esplosione della rivalità, che cominciò ad assumere connotati fortemente politici oltre che sportivi. E poi, all’inizio degli anni cinquanta, ci fu il caso Di Stefano, colui il quale viene ancora oggi considerato il più grande giocatore nella storia del Real Madrid (ex aequo con Cristiano Ronaldo, forse…) ma che fu comprato a metà dai due club, in quello che si può probabilmente considerare il più spinoso thriller della storia del calciomercato. Le versioni sono tutt’ora discordanti, ma pare che il Barcellona fosse arrivato per primo su di lui e che il Real Madrid si fosse poi inserito: le autorità decretarono che avrebbe giocato alternativamente per entrambe, un po’ per l’una e un po’ per l’altra. Il Barça, sdegnato, rifiutò l’accordo e si ritirò dall’affare, per vedere poi Don Alfredo vincere cinque Coppe dei Campioni consecutive alla guida dei bianchi della capitale, che presero il sopravvento nella rivalità coi catalani per un quindicennio. Finché a Barcellona non sbarcò il profeta olandese.

Tantissimi fuoriclasse

L’arrivo di Johan Cruijff in Catalogna ha rappresentato il vero inizio dello stile-Barcellona per come lo vediamo e intendiamo oggi. Avvenne nel 1973 e l’inversione di tendenza fu immediata: nel suo primo anno in maglia blaugrana riportò immediatamente il Barça a vincere la Liga, cosa che non gli accadeva da quattordici anni. E nel suo primo Clasico a Madrid vinse 5-0. Prima in campo e poi dalla panchina, Cruijff arrivò a definire cosa sarebbe stato il club negli anni a seguire, consegnando peraltro al Barcellona anche la sua prima Coppa dei Campioni, vinta nel 1992 a Wembley contro la Sampdoria, grazie a un bolide su punizione di Ronald Koeman all’ultimo minuto dei tempi supplementari. Il suo “Dream Team” dominava la scena, nonostante a Madrid ci fosse la splendente “Quinta del Buitre”, una generazione di smaglianti interpreti calcistici imperniata sul talento di Emilio Butragueño. È stato però un altro canterano a guidare la nuova emersione del Real, ovvero Raul Gonzalez Blanco: sotto la sua egida il Real si è di nuovo rimesso a livello del Barcellona, ha riconquistato il trono d’Europa e ha inaugurato l’era dei Galacticos. E di Raul, in tema di Clasico, non si può non ricordare quella notte dell’ottobre del 1999, quando dopo il suo secondo gol silenziò il Camp Nou infiammando di orgoglio il madridismo.

Tempi più recenti

Il nuovo millennio è quello che ha portato il Clasico ad essere la rivalità locale più globale del mondo, con audience di centinaia di milioni di telespettatori e l’estensione della contrapposizione a tutto il pianeta. Tutti hanno cominciato a partecipare alla festa. Tutti hanno visto quella volta in cui Luis Figo, dopo il grande tradimento, si ripresentò al Camp Nou e gli lanciarono di tutto, compresa una bottiglia di whisky e una testa di maiale. Tutti si sono divisi negli anni di Guardiola e Mourinho, specialmente in quei diciotto folli giorni del 2011 in cui si giocarono quattro Clasicos in tre competizioni diverse e si raggiunse il massimo livello di tensione nella storia di questa sfida, con il Real che vinse la Copa del Rey e il Barcellona che si mise in tasca la Liga e la Champions. Tutti sono stati o dalla parte di Ronaldo o da quella di Messi durante l’unico decennio della storia del calcio in cui due fra i sei più forti calciatori che si siano mai visti si sono affrontati quotidianamente, nello stesso ambito e all’interno della più cruda rivalità sportiva che ci sia in Europa. E Leo Messi è diventato il massimo marcatore nella storia del Clasico, superando Di Stefano in una notte che non potrò mai dimenticare: era il 23 Marzo del 2014 ed era la prima volta che mi trovavo al Bernabeu a commentare un Clasico, il Barcellona vinse 4-3 e Messi ne fece tre. L’ho considerata per tre anni la più grande partita che avessi mai visto. Finché ancora Messi, ancora al Bernabeu, non decise di fermare spazio e tempo per prendersi l’ultimo pallone della partita, gettare il mondo intero nella catarsi e regalarmi il mio personale nirvana calcistico.

E siamo arrivati fino a quest’ultimo, il Clasico che ha visto un minorenne spalancare la porta al futuro e due immarcescibili condottieri ribadire che il presente è però quello che conta, un presente in cui il passato ha sempre un suo peso. Il Clasico numero 245, il primo senza spettatori, l’ultimo (per il momento) di una saga infinita. Che ogni volta può sorprendere ed esaltare. E che porta sempre una sola certezza: indipendentemente da momenti, classifiche e protagonisti, rimane e rimarrà sempre la più grande partita del mondo.