Ve lo ricordate il 31 agosto del 1997? Se siete interisti, probabilmente sì: Inter-Brescia a San Siro, partita che sta andando molto diversamente rispetto alle previsioni, entra in campo un fantasista sudamericano all’esordio in Serie A e tutto cambia in un batter d’occhio: due fulmini del Chino Recoba si abbattono sul cuore del popolo nerazzurro e lo conquistano immediatamente.
Ventiquattro anni dopo, la sensazione è di aver rivissuto qualcosa di simile. Perché il debutto di Joaquin Correa con la maglia dell’Inter ha avuto la stessa potenza catartica: ha risolto una pratica molto complicata con una doppietta meravigliosa, ha immediatamente acceso gli entusiasmi della gente e ha confermato in via definitiva che quanto fatto in questa complicatissima estate da Marotta, Ausilio e tutta la dirigenza interista ha i crismi del miracolo.

Qualche analogia fra Recoba e Correa si potrebbe anche trovare: entrambi attaccanti senza fissa dimora e dalle mille licenze poetiche, entrambi talenti cristallini mai in grado però di unire trasversalmente le masse proprio a causa delle loro peculiarità, entrambi geni sregolati del prato verde. Ma in questo caso c’è una differenza fondamentale, e riguarda la loro dimensione nell’Inter che fu e in quella che si sta formando: il Chino era una gustosissima, artistica decorazione in una cattedrale talmente bella e ambiziosa da non riuscire mai a stare in piedi fino in fondo. Il Tucu, invece, è semplicemente il completamento perfetto della rivoluzione forzata ma incredibilmente razionale che ha permesso ai campioni d’Italia di non scomporsi in un’estate che poteva essere di disfacimento e invece è stata di acutissimo rilancio.

I due gol del debutto

Se il buongiorno si vede dal mattino, il debutto veronese di Correa è stato un’alba che promette sole splendente. Arrivato da quarantotto ore, si è fatto trovare prontissimo e ha anche fornito due pezzi inconsueti del suo repertorio, come per far presagire che, in questa tappa cruciale della sua carriera, il ragazzo tucumano ha intenzione di spezzare anche quelle ultime catene che lo tenevano ancorato a una sorta di “normalità di giudizio”, quando invece stiamo parlando di un calciatore con qualità ben al di sopra delle consuetudini. Si è sempre parlato di lui come di un giocatore senza una collocazione specifica, anarchico tatticamente con il bonus di poter scompaginare sempre lo spartito ma anche la criticità di essere un numero primo difficile da inserire in un sistema costante. E poi – sempre secondo una latente quanto superficiale credenza comune – è uno che segna troppo poco per fare l’attaccante in una squadra con ambizioni massime. Invece, dieci minuti dopo il suo ingresso al Bentegodi, il Tucu Correa ha lanciato l’Inter con una martellata aerea da ariete (in tutta la sua carriera aveva segnato un solo gol di testa prima di quello, nel 2017 in un Siviglia-Deportivo La Coruña di Liga) e nel recupero ha sancito la vittoria con un sinistro tagliente da fuori. Bam-bam, due colpi dritti al cuore. Bello, spietato e decisivo. Non so se è il caso di farci l’abitudine, perché l’argentino rimane una mezzapunta che difficilmente potrà ambire a cifre realizzative da classifica dei cannonieri, ma ha dimostrato di poter definire le partite in svariati modi. E in questa Inter, con l’allenatore che gli ha fatto compiere l’evoluzione definitiva, può veramente trovare l’habitat per imporsi agli occhi di tutti.

L’uomo giusto, nel posto giusto

Decidere di andare su di lui per completare il reparto d’attacco è stata la scelta giusta: che servissero due giocatori di alto livello per rimpiazzare Lukaku era chiaro, che dovessero essere due attaccanti diversi da lui e fra loro, anche. E che senza più il totem belga, il ruolo di stella polare del reparto dovesse passare meritatamente a Lautaro Martinez, altrettanto. Il Toro in questa nuova versione di un’Inter che non ha cambiato vestito tattico, che non ha perso la sua mentalità vincente (cosa più importante fra tutte quelle viste nei primi centottanta minuti di campionato) ma che non ha più meccaniche codificate, puntando su una più libera interpretazione del gioco offensivo, è il vero terminale: Lautaro è un giocatore straordinario, ha dimostrato di essere un fantastico attaccante da coppia e con Lukaku ha formato uno dei tandem meglio assortiti degli ultimi anni, però rimane una stella. Una punta. Un numero nove cattivo e prolifico. La novità per lui è che ora non dovrà più fungere da ingranaggio secondario, ma sarà il suo partner a lavorare con lui e per lui. Anche Dzeko, che del centravanti ha la storia, la struttura e il numero, ma che ora è uno straordinario ed efficacissimo rifinitore di gioco, che si abbassa aprendo le difese e smista palloni con la classe che lo ha sempre contraddistinto.
Per questo, Joaquin Correa risulta l’agitatore perfetto per integrarsi in un sistema in cui tutti partecipano e tutti possono arrivare ad essere protagonisti: Lautaro aggredendo l’area di rigore, il Tucu galleggiando fra la sinistra e il centro per creare, assistere o calciare, Perisic stando altissimo sulla fascia e vestendosi da crossatore seriale, Calhanoglu abbassandosi e associandosi, Barella inserendosi…
Prendendo Correa e regalandolo di nuovo a Inzaghi, l’Inter ha compiuto un passo evolutivo totalmente insperato, viste le condizioni con cui ha iniziato la stagione della riconferma. Certo, senza Lukaku, Hakimi, Conte, Eriksen e lo straordinario preparatore atletico Pintus sarebbe eccessivo pensare a un rafforzamento, così come non è il caso di svolazzare troppo quando ancora non è finito il mese di agosto. Però che quest’Inter non si sia sciolta ma al contrario sia stata sorprendentemente capace di trasformare la sventura in opportunità è già visibile, così come che con questo tipo di caratteristiche possa anche pensare di avere una dimensione di gioco più orientata al calcio che si gioca in Europa.
E’ un’Inter bella e diversa. Come il suo nuovo numero diciannove, quel Tucu Correa che da sempre rapisce i cuori di chi cerca la poesia nel gioco del calcio ma che mai fino ad ora ha trovato quella solidità necessaria per essere grande agli occhi di tutti. Questo è il momento giusto e probabilmente anche il posto giusto. La strada è appena cominciata. Buon viaggio.