Si fa sempre fatica a cercare gli aggettivi giusti da attribuire ai fenomeni del calcio, internazionale e non solo. Viceversa, è quasi raro che dal semplice aggettivo si riesca a risalire al calciatore in questione. È questo il caso di Roberto Baggio che sotto l’appellativo di Divin Codino, ha saputo far brillare il suo talento in tutto il mondo. 

Genio e fantasia, ma prima di prendere noi la parola, lasciamo che siano “gli altri” a definire meglio la carriera e la classe di questo giocatore: a livello individuale ha conseguito riconoscimenti come il FIFA World Player e il Pallone d’oro nel 1993. Nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer nel 1999, Roberto Baggio è sedicesimo (primo italiano) ed è stato inserito da Pelé nel FIFA 100, la lista dei 125 più grandi calciatori viventi.

Gli inizi

Curriculum niente male, arricchito nel corso di una carriera lunga ben 22 anni. Robi conosce il calcio professionista nel 1982 nel Lanerossi Vicenza, poco dopo essersi fatto notare nel Caldogno, squadra del suo paese. Debutta quindi in prima squadra a 16 anni, il 5 giugno 1983, all’ultima giornata del campionato di Serie C1; l’anno successivo entra in prima squadra grazie all’allenatore Bruno Giorgi, realizzando nel corso della sua esperienza vicentina ben 12 reti in 29 incontri di campionato; il bottino messo da parte gli consente sin da subito di diventare uno dei calciatori più amati dai tifosi e consente alla sua squadra la promozione in Serie B.

Le prime gioie quindi, ma anche la prima grande sofferenza: nel 1985 subisce un grave infortunio che compromette crociato anteriore e menisco; sarà il primo di una lunga e sfortunata serie, che però non inibirà il talento di Baggio.

In quel periodo più che della tecnica, il Divin Codino deve prendersi cura della propria psiche, a tratti sconvolta da quell’infortunio che lo aveva tenuto lontano dal campo per più di un anno. Proprio due giorni prima di farsi male, difatti, Baggio aveva firmato con la Fiorentina, ritrovandosi inevitabilmente così ai margini del progetto, almeno inizialmente. È il 21 settembre 1986 quando, grazie all’allenatore Eugenio Bersellini, fa il suo esordio ufficiale in Serie A. Pochi giorni dopo subisce un nuovo infortunio che lo tiene fuori per tutta la stagione. È il momento in cui Baggio diventa Divino a tutti gli effetti.

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L’esplosione alla Fiorentina e il passaggio alla Juventus

Non molla e l’anno successivo, nel corso della stagione 1987/88 si consacra come rivelazione di tutta la Serie A, giocando con continuità e soprattutto realizzando goal; quello più bello lo regala nel corso di un incontro con il Milan, nel quale praticamente dribbla tutta la retroguardia avversaria.

È il principio di un’annata straordinaria che trova continuità fino al 1990. Nei due anni che lo allontaneranno dalla Viola, Baggio realizzerà 15 reti prima e 17 poi, piazzandosi in quest’ultimo caso al secondo posto nella classifica marcatori, dietro a Van Basten.

Tanti goal, che non bastano a tenerlo saldamente tra le braccia di Firenze: ad aspettarlo c’è infatti la Vecchia Signora, quella Juventus che più che mai è la vera rivale della Fiorentina. Qualche tempo dopo Roberto vi farà ritorno in maglia bianconera, scegliendo di non calciare un rigore contro i suoi ex compagni e soprattutto di salutare l’ex tifoseria accogliendo una sciarpa viola, al momento della sostituzione. È una delle prime occasioni in cui Baggio mostra l’uomo, prima che il calciatore, e quel gesto a Firenze, per tanti, non è altro che motivo di un rimpianto ancor più grosso.

Alla fine dei cinque anni con la Juventus, realizza in totale 74 goal, accumulando sempre più trofei personali e di squadra. La sua bacheca racconterà di uno scudetto e una coppa UEFA, che gli vale il Pallone d’Oro nel 1993.

La parentesi milanese

Lascia Torino per Milano, sponda rossonera. È il 1995 e in quella stagione il Milan trionfa in Serie A; un successo che per Baggio significa secondo scudetto consecutivo, con due squadre diverse. Record che condivide con pochi eletti. La sua affinità coi compagni è speciale al punto da diventare il miglior assistman della stagione; diverso invece il discorso con l’allora allenatore del Milan, Fabio Capello, che in più di un’occasione lo lascia fuori dal campo. Non andrà meglio con Tabarez prima e soprattutto Sacchi in un secondo momento, col quale già ai tempi della Nazionale c’erano degli screzi.

La rinascita al Bologna e l’approdo all’Inter

Nell’estate del 1997 al Milan fa ritorno Capello e per il Divin Codino non c’è più spazio. Sposa il progetto del Bologna, dove nonostante le incertezze dell’allenatore Ulivieri realizzò la stagione del record personale di marcature, con 22 gol segnati in 30 partite: un bottino che contribuisce alla qualificazione del Bologna alla Coppa Intertoto e che vale al giocatore la convocazione per il Mondiale di Francia. Baggio viene inoltre nominato capitano della squadra, indossando la fascia per qualche incontro prima di cederla a Giancarlo Marocchi.

Ma non solo, la stagione con i felsinei dà la prova al mondo che il talento cristallino di Baggio è ancora lì. Prova ad approfittarsene quindi l’Inter, nonostante un reparto d’attacco già bello folto e pieno zeppo di talenti: su tutti Ronaldo, Zamorano e Djorkaeff. Nonostante tutto Roberto trova comunque il suo spazio, almeno nei primi tempi; la stagione di quell’Inter infatti non è delle migliori e nel corso della stagione si alterneranno ben tre allenatori diversi. Anche lui subirà gli effetti di tanta incertezza al punto che alla fine della sua esperienza interista avrà realizzato appena 17 reti.

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Brescia

Dopo un anno da “disoccupato” sposa il Brescia. Sarà il capitolo conclusivo della sua carriera e il Divin Codino farà di tutto per onorarlo. L’emblema di quegli anni è la rete magistrale realizzata contro la Juventus, grazie ad uno stop spaziale su lancio profondissimo di un giovane Andrea Pirlo. Nel 2001 addirittura viene inserito nuovamente nella lista dei pretendenti al Pallone d’Oro, giungendo poi 25esimo.

Il 16 maggio, disputa a 37 anni l’ultima partita della sua carriera, un Milan-Brescia. Alla sua uscita, cinque minuti prima della fine dell’incontro, viene abbracciato da Paolo Maldini e tutto il pubblico di San Siro gli tributa una lunga standing ovation. Al termine della stagione, il Brescia ritira in suo onore la maglia numero dieci, da lui indossata per un quadriennio