Al Mondiale ci saranno entrambe. Lo 0-0 fra Argentina e Brasile, complice la contemporanea sconfitta del Cile in Ecuador, ha sancito l’approdo ufficiale in Qatar anche della Seleccion di Messi, che potrà così giocare la sua quinta e probabilmente definitiva Coppa del Mondo. Di gol non ne sono arrivati, e visto che la gara di andata non si è giocata per il clamoroso e increscioso intervento della autorità sanitarie che bloccarono la partita pochi minuti dopo il suo inizio per il famigerato caso della quarantena, dovremo aspettare (forse) la rassegna iridata per assistere a una vera rivincita dell’ultima finale di Copa America. Niente reti, ma emozioni e soprattutto lotta.

Sì, sono stati novanta minuti intensi e piccanti, con l’Argentina che ha fatto la partita e il Brasile che si è reso più pericoloso, senza occasioni colossali ma con momenti di puro gusto calcistico come il tunnel “riquelmista” fatto di suola da Angel Di Maria e la “lambretta” sciorinata dallo sfavillante Vinicius Junior in faccia a Molina. Per la Seleçao, orfana di Casemiro e Neymar, è stata la conferma di un potenziale notevole. Per l’Albiceleste, la dimostrazione di un nuovo corso che parla di estrema solidità. In sintesi: Brasile e Argentina devono ancora completare la messa a punto per il Mondiale, ma ci saranno e hanno tutte le carte in regola per farlo da protagoniste

Argentina: mentalità di ferro, ma soluzioni offensive da chiarire

Che Lionel Scaloni abbia costruito un’Argentina che da tempo non dava una tale sensazione di mentalità ferrea lo sta dicendo il campo ormai da mesi e lo confermano anche i numeri. I risultati utili consecutivi ora sono ventisette, nessuno al mondo in questo momento vanta una simile striscia di imbattibilità. In estate è arrivato anche un trofeo che mancava da oltre un quarto di secolo e la Seleccion di oggi è una squadra dall’identità definita: aggressiva, determinata e compatta. I fattori tecnico-tattici che hanno permesso di costruire questo basamento sono principalmente due. Uno è l’inserimento stabile del “Cuti” Romero nel pacchetto arretrato, un’iniezione di sostanza della quale ha beneficiato anche un Otamendi trasformato. L’altra – la più determinante in assoluto – riguarda la scelta di definire un triangolo di centrocampo dove Paredes è allo stesso tempo diga e costruttore, Lo Celso la variabile tecnica (ma questa è la posizione più “aperta” in ottica Mondiale) e soprattutto De Paul rappresenta il fattore di spinta dinamica. Con un portiere in fiducia (Emiliano Martinez), due centrali duri e sincronizzati, un mediano costante, due terzini (Nahuel Molina e il siviglista Acuña) continui in entrambe le fasi e una mezzala a tutto campo. La “Scaloneta” si è costituita una colonna vertebrale cementata sulla quale poggiare un attacco a tre che deve essere portato a girare a mille, e questo sarà il grande obiettivo del CT in questo anno di preparazione alla Coppa del Mondo. Inutile sottolineare come la figura centrale sia Leo Messi. Stanotte ha provato un paio di guizzi mancini ma per il momento langue ancora in questo strano limbo nel quale si è adagiato dopo l’inattesa partenza da Barcellona. Messi è Messi, è e sarà fino alla fine il centro assoluto dell’attenzione sia ai bordi del campo che in mezzo al prato. Con lui agisce un attacco di figure che incontrano totalmente il gusto del numero dieci, visto che Angel Di Maria (i cui lussi senza tempo sono tanto meravigliosi quanto irrinunciabili) è un socio storico della Pulga e Lautaro Martinez – uscito stanotte all’intervallo per un colpo subito – il suo centravanti preferito. Il problema di Scaloni è che il Toro nerazzurro, specialmente dopo il grave problema cardiaco di Aguero, rimane l’unica soluzione praticabile se si vuole giocare con un numero nove puro. Da qui a un anno potrebbe esserci l’esplosione di qualche talento in erba (Julian Alvarez è il candidato principale), altrimenti l’idea dovrà formarsi attingendo da un amplissimo serbatoio di mezzepunte, tutte di grande qualità ma anche tutte più complicate da incastrare con i grandi senatori Messi e Di Maria. L’elenco è lungo e illustre: dai due Correa a Nicolas Gonzalez, fino ad arrivare a quel Paulo Dybala che la sua storia in Nazionale non ha mai davvero iniziato a raccontarla ma che non può non essere considerato un potenziale di prima grandezza.
Il risultato di questa sorta di incertezza è che l’Argentina ha segnato solo due reti nelle ultime tre partite giocate e solo in una delle ultime cinque è andata in marcatura multipla. Qui si gioca il margine di crescita di questa Nazionale, che però ci sta dicendo chiaramente una cosa: l’Argentina, al prossimo mondiale, sarà una squadra unita, rodata e molto dura da affrontare.

L’abbondanza del Brasile

Se invece spostiamo lo sguardo sui verdeoro, non possiamo che vedere una delle due principali favorite alla vittoria finale. Può sembrare un’esagerazione ma non lo è, visto che oggi nel mondo nessuna selezione nazionale può vantare l’abbondanza di risorse che hanno a disposizione Brasile e Francia. Dalla Copa America del 2019 ad oggi, Tite ha maneggiato un gruppo che ha svolto un’evoluzione positiva, cambiando qualche punto di riferimento ma mantenendo la capacità di gestire sia tecnicamente che soprattutto mentalmente ogni partita che affronta.
Tutto questo, indipendentemente dagli interpreti. Stanotte mancavano due capisaldi enormi come Casemiro e Neymar, eppure il Brasile ha sempre dato l’impressione di essere sereno nella partita, di non finire mai in balia dell’agonismo avversario e di essere in grado di creare pericoli costantemente. Non a caso ha scheggiato una traversa con Fred, ha spaventato l’Argentina con qualche accelerazione vorticosa ma non sempre lucidissima di Vinicius (comunque il migliore in campo) e ha anche sfiorato un gol da metà campo in un momento di entusiasmante follia di Matheus Cunha. Tite – nonostante venga puntualmente discusso, ma è il destino di ogni allenatore del mondo… – continua a dimostrare di essere un tecnico di straordinarie capacità, e ora gli resta da capire come gestire il suo incommensurabile serbatoio di opzioni. Anche in porta la gerarchia non è certa. Ultimamente Alisson è tornato a giocare con continuità, ma Ederson è molto più che un’alternativa ed è stato il titolare dell’ultima Copa America. La linea difensiva è invece ben definita. Con i due terzini juventini Danilo e Alex Sandro che si piazzano ai lati della spettacolare coppia formata dal nuovo, enorme leader Marquinhos e dal veterano inarrivabile Thiago Silva, che deve logicamente essere gestito e che comunque ha in Eder Militao un’alternativa non propriamente di secondo piano. Il tutto, con la protezione del miglior mediano basso che ci sia al mondo: Carlos Henrique Casemiro. Il reparto più rivoluzionato negli ultimi due anni è quello degli intermedi, soprattutto per il decadimento di Arthur che nei piani originari di Tite era un intoccabile ma che invece oggi deve recuperare molto terreno. Ne ha approfittato Fred, la cui intelligenza tattica unita a un moto continuo e alla possibilità di trovare soluzioni personali ne hanno fatto un nuovo pilastro della squadra. Un altro giocatore diventato fondamentale è quel Lucas Paquetà che a Milano in pochi hanno capito ma che ora, fra Lione e Brasile, ha chiaramente confermato di essere una mezzala d’attacco creativa, intensa e risolutiva. Davanti, fatta salva la posizione di Neymar che gioca dove vuole e ha già chiarito urbi et orbi che ha un mirino speciale puntato su Qatar 2022, c’è veramente possibilità di sbizzarrirsi. Vuoi giocare con un numero nove? Ecco serviti Gabriel Jesus, Firmino, Matheus Cunha o Gabigol, senza dimenticare Richarlison che là davanti può fare di tutto. Vuoi esuberanza, fantasia ai limiti dello screanzato e ampie dosi di futebol bailado? Con Vinicius, Rapinha, Antony ed Everton Ribeiro tutto può sempre succedere. Il tutto in un sistema di gioco che può adattarsi alle contingenze della partita passando dal 4-3-3 al 4-2-3-1 fino a spingersi sugli estremi di un 4-2-4 fantasia estremamente carioca o compattarsi nella traccia di un 4-4-2 in fase di non possesso come quello che stanotte ha inaridito le possibilità offensive dei rivali di sempre. La mia impressione è che il Brasile al Mondiale avrà anche un’ulteriore arma: potrebbe essere sottovalutato dalle europee, perché la sensazione generale è che al di qua dell’oceano non si sia ancora compresa del tutto la grande forza di questa grande squadra.