Vi siete chiesti il perché negli ultimi tre anni il calcio inglese abbia preso letteralmente a tiranneggiare il mondo del pallone? Perché due delle ultime tre finali di Champions siano state derby british? Perché abbiamo visto tre squadre di Premier nelle ultime tre finali di Europa League? Perché l’Inghilterra – tradizionalmente una squadra bella, accreditata e perdente – abbia fatto la semifinale all’ultimo Mondiale e ora sia in finale all’Europeo?
Vi siete risposti, semplicisticamente e superficialmente, che è tutto merito del fatto che il football di Sua Maestà sia, per distacco, il più ricco del pianeta? Se è così, vi manca un pezzo. Ed è il motivo che sta alla base di questa roboante emersione sportiva e di questa inarrivabile ricchezza. Una cosa, peraltro, molto semplice: in Inghilterra hanno investito forti capitali sul calcio, non su quello che gli sta attorno. E il risultato è questo dominio.

Il successo della Premier

La rinascita del movimento parte da uno shock, ed è cominciata dalla spinta dei club su input delle istituzioni. Dopo la tragedia dell’Heysel, dopo l’esclusione dalle competizioni internazionali, dopo la presa di coscienza di essersi impantanati in un isolamento che di splendido aveva ben poco. Gli inglesi hanno reagito inventandosi il modello della Premier League: una lega di prim’ordine, staccata dal sistema precedente (non esclusiva, tutt’altro…) però con l’obiettivo di trainare tutto. Stadi sempre più moderni e accoglienti, squadre sempre più competitive e internazionali, star sempre più produttive sia in termini calcistici che commerciali. Una locomotiva scintillante che ha spinto con sé anche le categorie inferiori. La Championship – il campionato di seconda divisione – è un torneo di altissimo livello e di notevole appeal, se considerate che uno studio della Deloitte di qualche anno fa lo inquadrava come il settimo campionato più ricco d’Europa con un fatturato complessivo che già nel 2013 aveva superato il mezzo miliardo di euro. Il calcio inglese ha aperto il nuovo millennio ripresentandosi ai vertici internazionali con espressioni come il Chelsea di Vialli, il grande Manchester United di Ferguson, l’Arsenal di Wenger o il Liverpool di Benitez, e ha compiuto la sua definitiva imposizione negli ultimi anni abbinando ad un potere economico sempre più spiccato anche la capacità di diventare un movimento di avanguardia e di riferimento nella proposta calcistica che i suoi club hanno presentato. Ciò è avvenuto in via definitiva grazie alla presenza di grandi giocatori e soprattutto allenatori stranieri. Da Benitez a Mourinho, da Ancelotti a Guardiola, da Conte a Sarri fino a Pochettino, Klopp e Tuchel. Tutti i migliori tecnici d’Europa hanno portato la Premier League ad essere una realtà che mantiene la sua forte identità tradizionale, resa però moderna e vincente, anche al di fuori dei propri confini, dall’apertura intelligente e determinante alle migliori idee provenienti dall’esterno. La dimostrazione chiara di un concetto che dovremmo sempre tenere tutti ben presente: spalancare le frontiere sia materiali che mentali è sempre sinonimo di crescita, espansione ed arricchimento. Ad ogni livello.

Il progetto illuminato della Nazionale

Ma il bello, e veniamo proprio a questi giorni, è che questa trasformazione rivoluzionaria non ha riguardato solo il movimento dei club. Anche una Nazionale che si fregia di essere quella dei maestri inventori del gioco ma che in tutta la storia ha vinto una volta sola, più di cinquantanni fa, collezionando per il resto al massimo qualche epilogo sfortunato ma soprattutto più di una sonora figuraccia, è stata proiettata in un futuro vincente da una profonda, illuminata e radicale opera di cambiamento di strutture e visioni.
Ci sono un luogo e un nome che determinano il cambio di marcia dei Tre Leoni nell’ultimo quinquennio: il St.George’s Park National Football Center e Gareth Southgate. A Burton-Upon-Trent, nelle Midlands occidentali, la Federazione inglese ha deciso infatti di costruire un avveniristico centro di formazione costato oltre cento milioni di sterline. Una sorta di Coverciano albionica, in cui vengono coltivati non solo i giocatori, ma anche tecnici e dirigenti. St.Geroge’s Park rappresenta la base di sviluppo per le selezioni sia maschili che femminili dall’Under 17 all’Under 21 ed è un vero e proprio gioiello, che comprende fra le tantissime cose anche un campo di gioco che replica perfettamente quello di Wembley (c’è persino la stessa erba) e una camera climatica che riproduce le condizioni di una partita in altura. È stato inaugurato alla fine del 2012, e in meno di un decennio l’Inghilterra ha conquistato un Mondiale Under 20, un Mondiale Under 17 e un Europeo Under 19, costruendo quella base di campioni che ora sono sfociati in una Nazionale maggiore che nell’ultima rassegna iridata ha centrato le semifinali e in queste settimane si è conquistata la finale dell’Europeo.
La figura tecnica che ha impresso la svolta sul campo è indubbiamente Gareth Southgate, che dal 2013 al 2016 è stato il CT dell’Under 21 facendo debuttare ben sedici giocatori e che successivamente ha preso la guida della prima squadra portando innovazioni cruciali. C’è voluta anche una dose di fortuna, non tanto da parte sua quanto per una Federazione che aveva scelto un tradizionalista come Allardyce salvo poi dover virare in fretta e furia su Southgate per lo scandalo che colpì Big Sam. Negli ultimi cinque anni, il commissario tecnico dell’Inghilterra ha interpretato alla perfezione il suo ruolo di innovatore e costruttore di una squadra che potesse imporsi in ambito internazionale dimostrando di sapersi far permeare dalle filosofie calcistiche che hanno invaso la Premier League e di saperle trasferire ad un gruppo di giocatori che proprio da queste sono stati resi più ricettivi. Southgate ha dato nuove linee, impiantando un gioco di palleggio e facendo anche cose inaudite come optare per la difesa a tre. Ha sostanzialmente aperto la finestra facendo entrare aria freschissima e decretando l’avvento della New Wave inglese nel mondo del calcio.
Un’ondata che pare travolgente, ma che ora si ritrova di fronte un qualcosa di simile proveniente dall’Italia.
La differenza, grandissima, è che questa Inghilterra è frutto di un progetto comune a tutte le parti in causa – Federazione, Leghe nazionali, corpo tecnico – sviluppato con costanza e applicazione in un quarto di secolo. Mentre la nostra grandissima Italia è soprattutto l’opera di un singolo uomo, Roberto Mancini, che proprio dall’innovativo ambiente inglese ha tratto grande ispirazione. E adesso punta a rovinare, o probabilmente solo a rinviare ancora di un po’, il ritorno dell’Inghilterra sul trono.