Toccatemi tutto, ma non il mio Zico‘. Nel 1983 il calciatore brasiliano ha rischiato di creare un vero e proprio caso diplomatico tra la città di Udine e la Repubblica italiana. Troppo importante l’asso brasiliano per le sorti sportive dei bianconeri friulani, disposti a rinunciare davvero a tutto, ma non al celebre numero 10…

Zico

Frontiere chiuse

Ma andiamo con ordine. Nel giugno del 1983 Roma e Udinese annunciano l’acquisto di due fuoriclassi brasiliani destinati a lasciare il segno nella nostra serie A: Tonino Cerezo e Arthur Antunes Coimbra meglio noto come Zico. Giallorossi e bianconeri non avevano però fatto i conti con la Federcalcio, allora presieduta da Sordillo, che l’indomani bloccò i trasferimenti e cancellò di fatto l’ingaggio dei due fuoriclasse trincerandosi dietro una chiusura delle frontiere considerata necessaria per far ripartire il movimento calcistico italiano. 

Zico finisce in Parlamento

Apriti cielo. Il 3 luglio una delegazione di politici friulani, capitanata dall’onorevole Gasparotto, scese a Roma per far valere le ragioni dei bianconeri dinanzi all’intero parlamento: l’obiettivo era -documenti alla mano- convincere il Ministro dello Sport che il blocco imposto dalla Federcalcio rappresentassse un vero e proprio sopruso ai danni di Udinese e Roma.

Tutta Udine in rivolta

Il tutto mentre ad Udine scoppiava la rivolta: i tifosi bianconeri si erano letteralmente riversati per le strade dellla città minacciando la secessione dall’Italia e l’adesione all’Austria al grido di ‘O Zico o Austria’.

…e poi il lieto fine

La questione, diventata così di importanza nazionale, passò quindi tra le mani del Coni -allora presieduto da Carraro- che istituì una giuria straordinaria composta da tre esperti che avrebbero dovuto pronunciarsi sulla vicenda: il 23 luglio arrivò la sentenza che, di fatto, cancellò il veto della Federcalcio e reintegrò l’acquisto dei due fuoriclasse, con buona pace del presidente Sordillo che dovette -a furor di popolo- riaprire le frontiere…