Due grandi portieri, ma un solo vincitore. La finale di Champions League spesso e volentieri mette uno di fronte all’altro due tra gli estremi difensori più forti sul panorama calcistico, specie quando la gara si conclude ai calci di rigore. Come nel 2001 quando, sul prato di San Siro, andava in scena Bayern Monaco-Valencia, atto finale della Coppa dalle grandi orecchie…

Una guerra di nervi

Da un lato Oliver Kahn, portiere simbolo del Bayern e della Germania, dall’altra Santiago Canizares, eterno secondo portiere della nazionale spagnola chiuso da Zubizarreta prima e dall’esplosione di Iker Casillas poi. La partita è una guerra di nervi, visto che entrambe le squadre devono vincere per diversi motivi: il Bayern ha perso le ultime tre finali a cui ha partecipato, il Valencia invece è finalista per il secondo anno consecutivo e non può fallire quella che potrebbe essere (e in effetti poi così sarà) l’ultima grande occasione per il trionfo europeo.

Sfida tra grandi numeri 1

Tra i pali due grandi numeri uno, dicevamo. Che si esaltano a neutralizzare rigori, anche se in fasi diverse della partita. Sì, perché l’arbitro olandese Dick Jol concederà ben tre tiri dal dischetto nei ’90: il primo, pronti via, al Valencia, che si porta subito sull’1-0 grazie alla trasformazione di Mendieta. Il secondo, al Bayern, con il colpo di reni di Canizares che dice no a Scholl: il portiere spagnolo, però,dovrà capitolare al 50′ quando Effenberg, ancora dagli 11 metri, trova la rete del pareggio.

Si va ai calci di rigore

Dopo 120′ tirati e non certo spettacolari, si va alla lotteria dei calci di rigore. Qui sale in cattedra tutta l’esperienza di Kahn, che para ben tre dei sette calci di rigore (si andò ad oltranza…) calciati dagli avversari, contro i due neutralizzati invece da Canizares. Finì quindi 5-4 per i bavaresi dopo i calci di rigore: un affermazione, quella del Bayern, che spazzava via gli incubi ‘da finale’ per i Rossi, ma significava la fine del ciclo del Valencia di Hector Cuper.

Le lacrime di Canizares

Il calcio, a volte, sa essere spietato. A Canizares non sono bastati tre calci di rigore parati per coronare il sogno di una vita: alzare al cielo la Champions League. Il portiere spagnolo, alla seconda finale persa consecutiva, scoppia in una crisi di pianto che sembra inconsolabile. Lacrime di dolore che scorrono inarrestabili e senza vergogna davanti a 80mila persona.

L’abbraccio di Kahn

Kahn, l’eroe della Coppa, colui che ha parato il rigore decisivo di Pellegrino, viene subito raggiunto dai compagni che, in preda all’adrenalina, vogliono giustamente festeggiarlo. Ma il portiere tedesco, che da 20 anni si porta addosso la fama di ‘bruto’, manda via tutti e decide di ‘ritardare’ la festa: il primo abbraccio è per il collega sconfitto, un grande portiere che si è dimostrato all’altezza del palcoscenico. E che ora si dispera, in lacrime, in un angolo del terreno, capendo di aver perso ancora l’occasione della vita. Kahn va da Canizares, gli accarezza la testa e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Non sapremo mai cosa, ed è giusto così. Ma quella sera abbiamo capito cosa significa essere un grande capitano. Per i propri compagni e per gli avversari.