Devo confessarvi che non perdonerò mai il signor Alejandro Hernandez Hernandez, che ieri attorno alle 18:10 ha osato fischiare la fine del derby di Madrid: ho sperato che facesse un atto rivoluzionario, che si inchinasse di fronte alla magnificenza dello spettacolo e decidesse di farlo durare ancora per qualche ora. E invece, ligio al dovere, ha chiuso la partita più bella ed emozionante che abbia visto in questa stagione. Lo capisco, non poteva fare altrimenti. Ma è stato un vero peccato. Perché questa corrida tecnica e agonistica ci ha fatto palpitare fino all’ultimo e ha dimostrato che una Liga che qualcuno ha considerato già chiusa o addirittura di livello inferiore rispetto alle aspettative non solo ci terrà col fiato sospeso fino alla fine, ma è anche ancora in grado di offrire passaggi difficilmente riscontrabili ad altre latitudini. Atletico-Real è finita 1-1, i Colchoneros hanno steccato la possibilità di tornare in fuga, i Blancos sono rimasti aggrappati alle proprie speranze e in mezzo si è infilato un Barcellona che da ieri ha anche un nuovo presidente arrivato per restaurare la grandeur blaugrana: un fantastico “triello” dagli esiti imprevedibili.

A posteriori, per l’Atletico il pareggio incassato a due minuti dalla fine ha il sapore della beffa, e in effetti lo è. Perché dopo qualche settimana di appannamento che ha fatto assottigliare il grande vantaggio costruito nella prima metà di torneo, la banda del Cholo ha giocato un derby famelico, mettendo il Real Madrid sotto a una pressione estenuante che avrebbe meritato una piena ricompensa. E’ un Atletico indubbiamente nuovo, che fa come da tradizione dell’intensità e dell’aggressività le sue armi principali, ma che in questa stagione propone anche contenuti tecnici innovativi per questa realtà. Ne è una chiara dimostrazione l’azione che ha portato al vantaggio realizzato dall’implacabile Luis Suarez al quindicesimo minuto: una costruzione dal basso orientata alla verticalità, dove il pallone è transitato dai piedi del portiere per poi viaggiare fluido e spedito in avanti, con Correa che ha trascinato fuori posizione Kroos, Llorente che ha bruciato l’uscita avventata di Nacho e Suarez che ha sentenziato Courtois con un colpo d’esterno da ras dei campetti di quartiere. Gol del Pistolero, il centravanti che il Barcellona ha deciso di rottamare e che adesso gli manca terribilmente. Su assist di Llorente, il canterano scartato dal Real Madrid e oggi definibile come il centrocampista puro più impattante d’Europa. Una meraviglia elettrica, alla quale ha fatto seguito un’altra ora di calcio a mille allora, fatto di organizzazione e spavalderia, di giocate ispirate e di agonismo estremizzato. Un bellissimo Atletico Madrid, che però ha avuto la grande colpa di non chiudere il match nonostante le numerose opportunità che si è creato nella prima parte di secondo tempo: merito anche del solito miracoloso Courtois, però l’impressione è che ai biancorossi sia mancata la lucidità per portare fino in fondo la partita, e ciò ha consentito al Real Madrid di riprenderla per i capelli con uno dei suoi finali leggendari. Vincendo il derby, l’Atletico sarebbe volato a più otto sui rivali mantenendo una partita da recuperare (lo farà mercoledì contro l’Athletic Bilbao, non una chiamata semplicissima…) e ciò avrebbe voluto dire eliminarli virtualmente dalla corsa al titolo, mentre le cinque lunghezze di divario danno ancora speranze ai campioni in carica. Però la mia impressione è che, al di là dell’occasione sfumata sul traguardo, l’Atletico Madrid abbia confermato di essere più forte, più completo e anche più bello rispetto alle ultime stagioni. Rimane il favorito per la conquista del campionato, e con una prestazione del genere anche l’idea di ribaltare lo 0-1 incassato dal Chelsea nell’andata degli ottavi di Champions appare tutt’altro che utopica.

Real Madrid: uno spirito che non muore mai

La sensazione con cui si è invece risvegliato il Real questa mattina è sicuramente quella di chi si sente sopravvissuto. Ancora una volta. Perché la domenica del Wanda Metropolitano è stata durissima per i Blancos: per una settantina di minuti la squadra di Zidane è stata sconquassata, sferzata e direi quasi dominata dal suo avversario. Ha avuto il grande merito di rimanere in piedi, e si può anche aggiungere la recriminazione per l’episodio thrilling di fine primo tempo, quando a seguito di uno di quegli interventi di braccio in area che non abbiamo ancora capito (e forse non capiremo mai) come dobbiamo considerare, l’arbitro è stato richiamato all’on field review confermando però a sorpresa la propria decisione di non assegnare il calcio di rigore. Difficile dare un giudizio perché continuiamo a vedere episodi similari valutati in modi diversi, e questo ci dice che al di là della scrittura di regole e protocolli, persino oltre l’utilizzo della tecnologia, la discrezionalità del direttore di gara rimane una componente determinante. Però anche il Madrid ha dato una dimostrazione importante: ha saputo per l’ennesima volta allungare la partita e arrivare alla fine meglio dell’avversario, come già era successo nella vittoria di Bergamo e nel pareggio trovato in extremis lunedì scorso contro la Real Sociedad. E questo nonostante a Zidane manchino ancora tante pedine (da Ramos a Carvajal, da Hazard e Mariano), quindi le possibilità di intervento dalla panchina siano ridotte. Però nel derby i cambi hanno fatto molta differenza, forse anche perché le scelte iniziali non erano state le più azzeccate: il recupero di Valverde è fondamentale per dare respiro a un centrocampo fatto di campioni senza tempo che però fisiologicamente patiscono come tutti gli essere umani l’eccessivo utilizzo, soprattutto la presenza delle scariche elettriche di Vinicius risulta al momento imprescindibile per una squadra che se viene aggredita con intensità palesa scompensi. E questo è un messaggio molto importante per l’Atalanta…che però dovrà ben guardarsi dal centravanti più tecnico e stiloso che ci sia nel mondo del calcio: è stato ancora Karim Benzema, con una giocata lussuosa al minuto numero ottantotto, a portare i punti al Real Madrid, dimostrando che quando si parla di lui si può solo celebrare un calciatore che ha le medie realizzative del grande numero nove, la raffinatezza d’esecuzione di un ispirato numero dieci e lo spirito di servizio di un gregario. Un giocatore fantastico, che forse in carriera non ha mai avuto il giusto riconoscimento universale ma che è sempre una beatitudine per occhi affamati di calcio poetico.

E fra i due litiganti, chi gode è il Barcellona

Il derby è finito con un pareggio che non sconvolge la parte alta della classifica e che piace soprattutto a un Barcellona che ha vissuto una domenica potenzialmente di grandiosa svolta: non solo la classifica lo pone al secondo posto con soli tre punti di svantaggio rispetto alla vetta (anche in questo caso però con una partita in più dell’Atletico), ma da ieri sera il club ha finalmente anche un presidente che dovrà fare un grande lavoro ma che ha già sbandierato programmi ambiziosi. Il Barça è tornato in mano a Joan Laporta, quello che costruì prima la super squadra di Rijkaard e poi si inventò l’era Guardiola. Non c’è da volare troppo con la fantasia: i tempi son cambiati e la situazione finanziaria del club è molto grave, però sicuramente l’avvocato catalano è in questo momento l’uomo che più di tutti può portare la prospettiva che Messi resti a Barcellona e che possano arrivare a breve dei pilastri su cui poggiare quella che più che una vera e propria rifondazione tecnica dovrà essere una profonda e accurata restaurazione. E poi, conoscendo l’ambizione ma anche lo storico tocco magico di Laporta, l’idea che un suo ritorno possa immediatamente portare dei titoli inimmaginabili anche solo poche settimane fa stuzzica. E questa Liga è aperta a tutto, anche perché a inizio aprile si gioca il Clasico e alla quartultima giornata ci sarà Barcellona-Atletico. Se il derby di ieri è stato il fischio d’inizio di una caldissima volata, credo che ci sarà parecchio da divertirsi.