In due anni, nel calcio, puoi fare o disfare qualsiasi cosa. Ed è esattamente quello che ha fatto Roberto Mancini con la Nazionale italiana, che nel Novembre del 2017 toccava il fondo venendo eliminata dalla Svezia negli spareggi mondiali e che nel Novembre del 2019 ha trovato la sua vittoria più larga degli ultimi settant’anni.

Mantenere alta la guardia

L’Italia, con una serie strabiliante di fuochi d’artificio, ha chiuso un percorso di qualificazione all’Europeo perfetto e più in generale ha sancito la costruzione di un progetto che non può che far avvampare i cuori azzurri. Anche se, per quest’Italia bella, vincente, innovativa, fresca, sfacciata e trascinante, c’è comunque qualche riflessione di prospettiva che consiglia di non lasciarsi troppo andare e di mantenere alta la guardia.

Numeri storici per un progetto estremamente moderno

Il 9-1 rifilato in una Palermo giubilante all’Armenia è un altro risultato che fa fioccare record sul ciclo di Roberto Mancini, l’uomo che pensando e operando agli antipodi del suo predecessore ha restituito all’Italia calcistica una Nazionale che entusiasma, peraltro proiettandola nel futuro non solo con i risultati ma anche con le modalità attraverso le quali li cerca e li ottiene.

Quiz: quanto conosci Roberto Mancini

Quanto conosci Roberto Mancini? Fai il quiz!

Undici partite di fila

Non era mai successo prima che l’Italia vincesse undici partite di fila e non succedeva dal 1946 che vincesse tutte le gare giocate in un anno solare (allora peraltro furono due su due, oggi dieci su dieci). Mancini ha portato in Nazionale ventiquattro giocatori nuovi, ne ha mandati in rete ventitré, è il primo CT a vincere tutte le gare di qualificazione a una grande manifestazione e nelle dieci partite perfette del suo girone ha visto la sua squadra segnare trentasette reti e subirne solo quattro, mai più di una per gara. Basterebbero questi riscontri per dargli un’onorificenza.

Progetto

E invece non ci si deve fermare a questo. C’è una cosa addirittura più importante, ed è come Mancini ha pensato e realizzato il suo progetto di squadra. Una squadra estetica, sincronizzata, che sviluppa un calcio orientato sia sul gioco corto che sulla possibilità di andare per il lungo. Una formazione che combina nello stretto, ma che quando può e quando deve apre cambiando campo. Un gruppo aggressivo e ispirato, giovane ma con personalità.

Innovazione

Sul campo, l’Italia mostra (da tempo) un’idea di gioco molto moderna, che trae ispirazione dalle novità più profonde e interessanti proposte dal calcio internazionale degli ultimi anni e le adatta alle caratteristiche degli interpreti. Mancini ha pensato a un’Italia innovativa, evoluta rispetto ai canoni classici del nostro calcio ma allo stesso tempo molto concreta sia nelle sue volontà che nelle sue espressioni.

Finalmente!

In sintesi: lasciate perdere i disegni, guardate il campo e divertitevi.

Finalmente, la Nazionale azzurra ha un CT che ha ripreso la lezione di Sacchi, che ha riportato il calcio italiano ai tempi in cui si guardava avanti e non solo indietro, in tutti i sensi. Infatti, come qualsiasi grande squadra del giorno d’oggi, l’Italia di Mancini non ha un sistema di gioco inquadrabile in un’impolverata formula numerica: se proprio volete, si può dire che parta sulla traccia del 4-3-3, per poi mutare però in una sorta di 3-2-3-2 in fase di impostazione e addirittura scattare su di un 2-1-4-3 quando sferra l’attacco. In sintesi: lasciate perdere i disegni, guardate il campo e divertitevi.

Gli uomini per l’Europeo

Colonne

E’ una squadra che è già delineata al novanta per cento (forse addirittura di più) per quelli che saranno i suoi interpreti per l’Europeo prossimo venturo. L’Italia ha una colonna d’impostazione formata da Bonucci e Jorginho, i due primi insostituibili della formazione perché mandano il pallone in avanti, scegliendo se inaugurare una manovra di fraseggio che punti a toccare rapidamente in velocità o se optare per una palla profonda che faccia lavorare gli avanti e arrivare a rimorchio gli incursori. Ai fianchi di Bonucci, ci saranno sulla sinistra un centrale puro (Chiellini si spera, alternativamente o Acerbi o Romagnoli) e sul lato opposto un altro elemento di natura difensiva, perché il terzino destro in questo sistema di gioco è prima di tutto un difensore che stringe e avanza solo se ci sono precisi presupposti.

Perciò, i nomi principali sono quelli di D’Amborsio e Di Lorenzo, al limite di Izzo, molto meno  quello di Florenzi. Sull’out di sinistra sfreccia invece un vero e proprio stantuffo, quasi un laterale a tutta fascia, nello specifico Emerson Palmeri. E’ un ruolo cardinale e delicato, perché presuppone sia qualità che estrema educazione tattica. Anche Spinazzola può farlo, ma l’italobrasiliano di proprietà del Chelsea è il prescelto.

Equilibrio

Questa impalcatura sostiene la presenza di cinque giocatori che devono allo stesso tempo fornire equilibrio ma soprattutto varianti offensive. Le mezzeali sono chiamate a disassarsi, con una che fornisce appoggio a Jorginho e l’altra che diventa l’uomo che arriva da dietro per costruire e definire: Verratti e Barella sono i più titolari di tutti, ma Sensi, Pellegrini, Tonali e Zaniolo hanno tutti la credibilità per poter giocare. Soprattutto il talento romanista, il più puro del nostro calcio attuale, che Mancini ha provato anche sull’esterno d’attacco ma vede soprattutto come intermedio.

Perché ha quegli strappi, quegli scambi, quegli inserimenti e quelle finalizzazioni che rappresentano merce rarissima da piazzare in quel settore di campo: se ce l’hai e se la utilizzi al meglio, ti fa sicuramente la differenza.

Pari opportunità

Davanti, detto di un gustoso e proficuo ballottaggio fra Belotti e Immobile che hanno entrambi pari opportunità per la continuità che offrono sia in termini realizzativi che di lavoro (e che potremmo persino vedere insieme in certi momenti e in certi frangenti), Mancini lavora sull’idea che l’attaccante di sinistra sia la vera seconda punta, visto che da quella parte la fascia è il feudo. Di conseguenza, si configura lo scenario tattico costantemente invocato da Insigne, che infatti è la primissima opzione per quel settore e dovrà dimostrarsi pronto per cotanta responsabilità. Stavolta, senza il minimo alibi.

Il vero Chiesa

L’attaccante di destra ha invece compiti un po’ più complessi e mutevoli: il profilo ideale è quello di Chiesa, che ha l’energia, i colpi e la continuità atletica per essere sia un attaccante aggiunto che un esterno puro nelle scalate difensive. Però c’è bisogno del vero Chiesa, quello che abbiamo rivisto contro l’Armenia trovando il suo primo gol azzurro dopo due legni, un assist e una partita in cui ha profuso ogni sua singola molecola di energia. E che vediamo piuttosto raramente quest’anno in maglia viola.

Berna c’è

Alternativamente potrebbe esserci Bernardeschi, che però tenderebbe ad accentrarsi sul mancino chiamando la mezzala da quella parte (che dovrebbe quasi obbligatoriamente essere Barella) ad aprirsi per bilanciare, cambiando così quella che è la dinamica primaria di sviluppo del gioco. Anche Zaniolo può giocare lì, e probabilmente in certi momenti lo farà. Questo è il settore in cui Mancini può variare maggiormente lo spartito, e ho la sensazione che i nomi che avete letto se li porterà tutti.

Adesso però ci vogliono conferme

Questo quadro così brillante e così definito deve portare spirito positivo attorno a una Nazionale nuova, entusiasmata ed entusiasmante. Però non è il caso di partire per degli svolazzi in stile Icaro.

Perché quello di cui ora avrebbe fortemente bisogno la Nazionale italiana è di andare in difficoltà, per capire davvero quale sia la forza della sua mentalità e il suo grado di maturità.

Ci vorrebbero un paio di complicatissimi ed esigentissimi test a Marzo. L’Italia ha bisogno di affrontare due avversari molto forti, possibilmente più forti (e ce ne sono almeno quattro o cinque, è inutile illudersi troppo), per vedere come questa squadra reagisce allo stress, cosa che non ha ancora potuto provare. Vedere l’Italia affrontare ad esempio la Germania e l’Inghilterra sarebbe molto interessante e molto utile, per capire come risponde questo macchinario nel momento in cui gli viene richiesto di viaggiare sui ritmi massimi per novanta o meglio ancora centottanta minuti ravvicinati. Vedere magari anche come reagisce a uno svantaggio, o a una sconfitta. Per capire anche il suo grado di maturità, non solo il suo livello di sviluppo tecnico. Mancini ha già fatto un lavoro encomiabile: non solo ci ha restituito una Nazionale italiana degna della sua storia e del suo nome, ma ce l’ha anche lanciata nella modernità del calcio. Questo non si cancella e conta tanto. Però se parliamo dell’Europeo alle porte, dobbiamo essere pienamente consapevoli del fatto che sarà una cosa molto diversa dal percorso ci ha portato a giocarlo.