Non importa quanti anni compia, per i tifosi rossoneri Franco Baresi sarà sempre e comunque El Piscinin (Il piccolino, in dialetto milanese) come era stato soprannominato ai tempi degli esordi. Consacrato alla storia del calcio come uno dei liberi più forti di tutti i tempi, Baresi è stato l’icona del Milan per vent’anni, collezionando in rossonero la bellezza di 18 trofei e oltre 700 partite giocate, quasi tutte con la maglia numero 6, quella che segnerà tutta la sua carriera. Ecco perchè, per lui, abbiamo deciso di fare un’eccezione e scegliere non i 5, bensì i 6 momenti più significativi della sua carriera…

#1 Il provino all’Inter

Strano ma vero: la storia della più grande icona rossonera ha rischiato di tingersi di nerazzurro. Era infatti il 1974 quando Guido Settembrino, allenatore della squadra dell’oratorio di Travagliato, portò i fratelli Baresi a fare un provino per i nerazzurri. La storia è nota: fu preso Beppe e non Franco, considerato “troppo gracile” dai dirigenti nerazzurri. Quelli che poi, qualche anno dopo, avrebbero visto il suo fisico minuto irrobustirsi a forza di tirare su una coppa dietro l’altra con la maglia dei rivali di sempre…

#2 Lo scudetto della stella

Il primo grande urlo rossonero di Franco Baresi è senz’altro lo Scudetto della Stella, una delle vittorie più care per i tifosi rossoneri: il Milan di Liedholm nel 1979 non era certo tra i favoriti, eppure -pochi mesi dopo la scomparsa di Nereo Rocco- il Barone si riscoprì demiurgo di un gruppo di giovani che avrebbe riscritto alla storia del calcio. Tra questi c’era anche lui, El Piscinin, che a neanche vent’anni si cuciva sul petto lo Scudetto, il primo di tanti. Ma non solo: quel giorno, Franco Baresi raccoglieva anche il testimone da Gianni Rivera in una staffetta tra leggende rossonere.

#3 La serie B e il Patto col Diavolo

Non avrei mai pensato che alcuni miei compagni giocassero contro il Milan“. In questa frase c’è tutta la delusione di un giovane uomo che si è sentito tradito proprio da chi avrebbe dovuto dargli l’esempio. In questi casi le scelte sono due: tagliare la corda o rimboccarsi le maniche. Quelle maniche, Baresi le stava già rimboccando per prendere le misure a quella fascia da capitano che non lascerà più nei quindici anni successivi. Una fascia che ha asciugato le lacrime quando i dottori gli hanno diagnosticato un brutto male, una fascia che ha stretto al cuore al momento della seconda retrocessione, la più dolorosa, dopo la vittoria Mundial 1982. E’ qui che Baresi ha siglato il suo personalissimo Patto col Diavolo.

#4 La prima coppa Campioni

Un patto col Diavolo, dicevamo. Con il dubbio che però, questa volta, il signore delle tenebre non abbia fatto un grande affare: Kaiser Franz dopo aver sofferto le pene dell’Inferno, ha saputo rialzarsi, scalare la montagna del Purgatorio e tornare finalmente a “rivedere le stelle”. Quelle che brillano nei cieli di Barcellona, Vienna e Atene, dove conquisterà -da icona del Milan di Sacchi e di Berlusconi- la bellezza di tre Coppe dei Campioni. Il giusto premio alla sua fedeltà rossonera: sarà lui l’ambasciatore delegato dal popolo milanista ad alzare coppe in giro per il mondo. La prima in un Camp Nou di Barcellona interamente pitturato di rossonero: 90mila cuori che aiutano -con il loro soffio- quel ragazzo dal fisico gracilino ad alzare al cielo il primo di tanti trofei internazionali.

#5 Il rigore di Pasadena

Troppo facile, quando si parla di un campione, ricordarsi solo dei momenti belli. E’ proprio nei momenti difficili che, invece, il campione sa trovare la forza di rialzarsi. E allora come non ripensare al caldo asfissiante di Los Angeles e a quella finale mondiale con il Brasile del 1994: dopo lo 0-0 dei supplementari, solo la lotteria dei calci di rigore avrebbe potuto decretare un vincitore. Dopo aver recuperato in tempi record da un infortunio al menisco, Baresi si presenta sul dischetto: ha i crampi, il caldo lo attanaglia e la gamba fa male, ma è il capitano e deve dare l’esempio ai compagni più giovani. E’ quello che Kant, in filosofia, chiama imperativo categorico. Il rigore lo sbaglierà, l’Italia perderà quella maledetta finale. Ma il suo pianto liberatorio rappresenta ancora oggi una delle pagine più commoventi della storia di questo sport: anche i capitani piangono, ma le lacrime servono solo per innaffiare nuovi sogni.

#6 Il ritiro della numero 6

Siamo arrivati a fine corsa quando, il 23 giugno del 1997, il Capitano saluta quello che per quasi 40 anni è stato il suo mondo. San Siro gli tributerà un addio da leggenda, il Milan ritirerà per sempre la maglia numero 6, perchè nessuno sarà mai degna di onorarla allo stesso modo. I tifosi nell’anno del centenario lo eleggeranno “Giocatore del secolo”, lui che non aveva i dribbling di Rivera, lui che non segnava i gol di Van Basten, lui che -con il suo silenzio e il suo braccio alzato- al Millan aveva semplicemente dedicato tutta la sua vita. Buon compleanno, Piscinin!