Non c’è niente da fare: questa spettacolare, intricata, arroventata e per certi versi surreale Liga ha deciso che ci terrà col fiato sospeso fino all’ultimo minuto. Questo doveva essere il weekend dei due scontri diretti fra le prime quattro, quello che avrebbe sciolto molti se non tutti i nodi. E invece Barcellona-Atletico è finita 0-0 e Real Madrid-Siviglia 2-2, dando la sensazione che non sia mutato nulla. E invece non è così, è cambiato tantissimo. Perché l’unica certezza che ci ha dato e che continua a darci questa stagione è che appena abbiamo l’impressione di aver capito qualcosa, succede puntualmente l’opposto. E’ vero, il weekend più importante dell’anno non ha mutato la classifica: l’Atletico è sempre primo, Barça e Real sono sempre a meno due e il Siviglia è sempre quarto staccato di sei punti. Però adesso di giornate alla fine ne mancano tre.

Soprattutto, sabato mattina la squadra che aveva il proprio destino in mano (nel senso che era l’unica che sarebbe stata aritmeticamente sicura di conquistare il titolo vincendo tutte le partite restanti) era il Barcellona, domenica mattina era passata ad essere il Real Madrid, oggi invece è l’Atletico. E il culmine del paradosso sta nel fatto che quella che ha più recriminazioni da offrire è addirittura il Siviglia, che una settimana fa ha perso con l’Athletic Bilbao subendo gol al novantunesimo dopo aver creato tantissime palle gol e ieri ha incassato il pareggio dal Real nel quarto minuto di recupero! Pazzesco…e domani si torna in campo, in un turbine continuo di ribaltoni e di emozioni. Ma quindi, a tre curve dal traguardo, chi è ad oggi la favorita per vincere questa Liga?

L’Atletico Madrid: la favorita

Detto e ribadito che il tentativo di fare previsioni razionali è semplicemente tempo perso, una favorita c’è. Ed è l’Atletico Madrid, ovvero la squadra che questo campionato lo ha condotto fin dall’inizio, che ha dilapidato un grande vantaggio per una serie di motivi che comprendono qualche errore e tanti inconvenienti, ma che con il risultato che si è presa e soprattutto con l’immagine che ha mostrato al Camp Nou ha dato un segnale molto importante. Per mettersi veramente in tasca il campionato l’Atletico avrebbe dovuto vincere in casa del Barcellona, ma il fatto di non aver perso è molto importane. Anche perché la banda del Cholo, specialmente nel primo tempo, ha mostrato maturità, solidità, idee e risorse. In un pomeriggio in cui tutti attendevano il colpo beffardo del grande ex Suarez che per la prima volta sfidava il suo glorioso passato, la dimostrazione è invece arrivata dal gruppo: quest’anno i Colchoneros non sono più una “sporca dozzina” che va in battaglia con l’intendo di scatenare una guerriglia, bensì una squadra che offre varianti di gioco, che si esalta con le folate di Carrasco, che passa attraverso la regia di Koke e i guizzi fra le linee di Correa, che ha in Llorente il prototipo del centrocampista moderno in grado di coniugare grande sostanza e decisivi colpi di qualità. L’Atletico ha spento i catalani con un primo tempo in cui ha tirato sei volte nello specchio della porta e dimostrato la sua grandezza, piazzandosi poi a fare una ripresa di calcolo e riuscendo sempre ad evitare che il ritmo e la spinta degli avversari si alzassero. In più ha il miglior portiere che ci sia in giro, quell’Oblak che con un volo straordinario ha evitato che Messi decidesse da solo la partita, con una delle sue sempre frequenti avanzate divine in cui ha sconquassato tutto il blocco difensivo rivale per poi scatenare un sinistro affilatissimo che sarebbe stato imprendibile per la quasi totalità dei portieri di questo pianeta, ma che ha incontrato la mano santa dello sloveno al quale, in caso di successo finale, dovranno arrivare tantissimi ringraziamenti. Scampato questo pericolo e dato un altro segnale forte, ora all’Atletico Madrid resta principalmente il cruccio di un calendario non morbidissimo, perché il prossimo incrocio sarà con una Real Sociedad non ancora del tutto certa di qualificarsi per la prossima Europa League e l’ultimo lo vedrà affrontare un Valladolid che si giocherà la salvezza. Però i problemi degli altri sono maggiori. Soprattutto quelli di un Barcellona che in dieci giorni (e in due gare casalinghe consecutive) ha fallito per due volte la possibilità del sorpasso, prima perdendo incredibilmente il recupero con il Granada e poi facendosi imbrigliare dai diretti rivali. E’ vero che un campionato del genere tiene sempre aperta la porta a qualunque cosa, però un doppio spreco in una fase così cruciale sa tanto di treno passato e andato via. Anche perché il Barça, a cui va dato il grande merito di aver rimesso bene in piedi una stagione che sembrava avviata al disastro, appare come la squadra più stanca del lotto: i blaugrana di Koeman nel 2021 hanno giocato 390 minuti in più del Real Madrid e addirittura 660 in più dell’Atletico, oltretutto il tecnico olandese (il cui lavoro è stato notevole e andrebbe elogiato maggiormente) per rimontare ha dovuto spremere i suoi giocatori principali, che oggi hanno inevitabilmente il fiato corto. Non è il caso di Lionel Messi, che in questo anno solare ha già piazzato 26 reti, ha segnato cinque doppiette nelle ultime dieci presenze, si avvia a vincere per l’ottava volta la classifica dei cannonieri e dimostra ogni volta che scende in campo di non avere eguali al mondo. Però lo è di altri come ad esempio Pedri, De Jong e Busquets, ovvero il magnificente trio di centrocampo che ha alimentato la rincorsa. Una rincorsa che rischia di essere vana, perché è assai probabile che il Barcellona vinca tutte le gare che gli restano, ma se questo quarantotto ore fa voleva dire vincere il campionato, oggi potrebbe addirittura significare chiudere al terzo posto.

Il Real, grande nonostante le difficoltà

Perché di mezzo c’è un Real Madrid molto incerottato ma soprattutto molto arrabbiato, visto che il 2-2 di ieri sera contro il Siviglia è sì arrivato in pieno recupero e grazie a un tiro disperato di Kroos deviato fortunosamente in gol da Hazard, ma è anche arrivato dopo la miglior prestazione dei Blancos dell’ultimo mese e dopo l’unica cosa che mancava a questo arroventato finale: un enorme episodio thrilling. E’ accaduto al settantaquattresimo minuto, sul punteggio di 1-1 dopo che a Benzema era stato annullato un gran gol di testa in avvio per un fuorigioco millimetrico di Odriozola, dopo che Fernando aveva portato avanti il Siviglia e dopo che Asensio, alla prima azione dal suo ingresso in campo, aveva firmato il pareggio. Accade che gli andalusi attaccano, Militao sfiora il pallone con un braccio in area, l’arbitro lascia correre, il Madrid ribalta il fronte e Benzema viene steso nell’altra area dal portiere: rigore per il Real Madrid è la decisione sul campo, rigore per il Siviglia quella che viene presa dopo la revisione del VAR. Apriti cielo! Nonostante le grandi proteste di Zidane, il rigore poi trasformato da Rakitic è legittimo. E i Merengues devono accontentarsi di essere riusciti solamente ad evitare il ko, rimanendo a meno due dalla vetta con il vantaggio di avere gli scontri diretti favorevoli con chiunque (e in una situazione così serrata non è poco) ma anche con il fastidio di dover per forza dipendere da un errore altrui. Andrebbe sottolineato prima di tutto che il fatto che il Real Madrid di quest’anno – quello che solo sei mesi fa veniva dai più definito il peggiore dell’ultimo ventennio – sia arrivato a maggio in semifinale di Champions League e in piena corsa per il titolo domestico è un vero e proprio miracolo fatto da un gruppo pieno zeppo di mentalità vincente e in primis da un allenatore dalle capacità gestionali straordinarie: Zidane ha dovuto districarsi fra una miriade di infortuni (si è giocato la determinante partita di ieri sera contro il Siviglia senza nemmeno uno dei suoi quattro difensori titolari, tanto per fare un esempio) e ha sempre trovato delle soluzioni per far avanzare un transatlantico ancora splendidamente lussuoso ma sempre più avviato alla fisiologica fine del suo ciclo. Lo ha fatto ottenendo sempre l’appoggio incondizionato dei suoi veterani e migliorando ogni singolo giovane talento a sua disposizione. Il che nella stragrande maggioranza dei club del mondo gli varrebbe solo applausi, ma non al Real Madrid dove o vinci o finisci nel frullatore della critica. E al momento i Blancos non sono quelli messi meglio. Ma mancano ancora tre giornate e di momenti ne vivremo ancora tantissimi. Il consiglio è quello di non dare nulla per scontato, ma di accomodarsi per godere il gran finale di una Liga infinita e indimenticabile.