È innegabile che, rispetto a un paio di anni fa, Real Madrid e Barcellona abbiano in questo momento perso un po’ della loro aura di invincibilità, dimostrazione ne è il fatto che i due più grandi colossi del calcio mondiale, i due club che hanno tiranneggiato almeno un lustro di Champions League, oggi non siano a braccetto nella prima Final Eight nella storia della coppa più ambita del pianeta.

C’è il Barcellona, dopo aver superato il Napoli grazie a una di quelle serate ingestibili del suo genio argentino, ma ci è arrivato senza aver mai dato la sensazione di essere un vero e proprio squadrone, nonostante la presenza di Messi e di tanti altri nomi che fanno invidia a chiunque. Non c’è invece il Real Madrid, che ha l’alibi di essersi infranto contro uno degli scogli più imponenti che ci siano ma che per il secondo anno di fila non entra fra le prime otto d’Europa dopo aver vinto la Champions quattro volte in cinque edizioni ed essere sempre arrivato almeno in semifinale nelle precedenti otto. Verrebbe quasi da pensare a un ridimensionamento, e in effetti la fine dell’era “Messi vs Cristiano” ha portato degli scossoni nello status apparentemente intoccabile di queste due superpotenze. Però ci sono altri fattori che fanno pensare più a un fisiologico momento di decompressione che non all’avvento di un ciclo inferiore. E, paradossalmente, questa sensazione vale più per il Real Madrid che non per il Barça.

Il Barcellona: pura Messidipendenza

Il Barcellona si è qualificato ai quarti di finale superando un Napoli passato dal Camp Nou indubbiamente a testa alta ma altrettanto chiaramente di livello globale inferiore, tant’è che la squadra di Gattuso ha provato a mostrare baldanza con un approccio convinto ma è finita schiacciata da una di quelle porzioni di gara in cui Lionel Messi ti sembra semplicemente impossibile da contrastare nel suo strapotere sovrumano. Messi in questa stagione è addirittura qualcosa di diverso da quello che abbiamo sempre visto, segna di meno ma fa segnare di più (questo dicono i numeri), soprattutto ha amplificato sia dentro che fuori dal campo il suo carisma di leader: parla molto e spesso in modo incendiario, si arrabbia, contesta, litiga e trascina.

In più, evidentemente il capitano del Barça è sceso in campo con una motivazione extra: la sera prima si erano levati di mezzo i suoi due più atavici rivali ovvero il Real Madrid e Cristiano Ronaldo, ragion per cui l’odore del sangue ha stimolato ancora di più l’istinto predatorio della belva. Ha regalato uno dei quai suoi gol che non ti dimentichi più, un gol da potrero perché fatto andando contro a tutto, cadendo, rialzandosi e creando la magia dalla polvere. Ne ha fatto anche un altro, annullato per una di quelle “cose da arbitri” sempre più difficili da capire e da coniugare con lo spirito del gioco. Si è preso un rigore di furbizia, ha incantato e spinto. È stato lui a portare i blaugrana a Lisbona, perché per il resto si è vista sì una squadra che ha gonfiato il petto sovrastando le velleità altrui, ma si è anche notata una formazione che nel secondo tempo – complici le assenze – ha dovuto mettersi in modalità di gestione, lasciando la palla, abbassandosi e facendo trascorrere il tempo senza particolari patemi ma anche senza quelle continue fiammate tecniche e spettacolari che ti attendo sempre da gente così.

E questa sensazione di potenziale mai espresso fino in fondo ha accompagnato costantemente la stagione dei catalani, sempre agitati da crepe qualche volta rattoppate ma non aggiustate definitivamente fra le varie componenti del club (società-tecnico-squadra). Adesso per il Barcellona arriva il più difficile dei test, quello contro il Bayern Monaco che in uno scenario totalmente inedito e perciò imprevedibile appare comunque come la prima favorita: sarà una cartina al tornasole determinante, perché il calcio ha sempre dimostrato che un solo totem – per quanto possa essere il più grande – non ti porta mai in paradiso. Ci vuole sempre una squadra attorno a lui. E questo Barcellona, neanche battendo il Napoli e prendendosi d’imperio la Final Eight, ha ancora dimostrato di averla ancora trovata fino in fondo. Né nel presente, né in prospettiva.

Real Madrid: una stagione da trampolino

Diverso, molto diverso il discorso che si può fare per mettere a bilancio la stagione del Real Madrid, che il suo grande stress-test europeo non lo ha superato cedendo il passo con due sconfitte in due partite al poderoso Manchester City di Guardiola, ma che da questa annata, a ben vedere, ha tratto delle potenziali possibilità di rilancio. Prima di tutto, va chiarito che l’obiettivo primario di Zidane per la stagione 2019/2020 era assolutamente quello di vincere la Liga, e lo ha centrato con una cavalcata finale magnificente, una progressione devastante che ha espresso pienamente il concetto di squadra che va a prendersi l’obiettivo con impressionante continuità. La Champions League, il giardino di casa, per un anno è stata leggermente più trascurata rispetto alle necessità di rimettere in ordine la situazione all’interno delle mura domestiche, dopo il confusionario disordine creato dalla claudicante idea di nuovo progetto messa in atto nella scorsa stagione e dall’addio di Cristiano Ronaldo, tutt’oggi pagato da una squadra che è più equilibrata, più solida ma alla quale continua a mancare una certa quantità di gol, nonostante il calcio splendente regalato da Karim Benzema.

Non è un caso che il primo, vero Real Madrid 2.0 di Zizou si sia imposto nella competizione della regolarità e abbia invece finito presto il torneo in cui devi azzannare tutti i momenti determinanti, senza sapere bene quando capiteranno. Il Real Madrid di quest’anno ha ritrovato a pieno leader antichi come Sergio Ramos (determinante la sua assenza a Manchester, chiedere per credere al disorientato Varane…) e i componenti della Santissima Trinità di centrocampo, ma soprattutto ne ha costruiti di nuovi che lasciando pensare alla possibile nascita di un nuovo ciclo dorato, perché mentre il tempo passava, Ronaldo veniva rimpianto e la grandeur vedeva crescere su di sé uno strato di polvere, il Real è andato a rastrellare e a coltivare una batteria di giovani che minacciano di essere i grandi protagonisti del calcio dell’immediato futuro, dai teenager brasiliani Vinicius e Rodrygo, passando per il sempre più completo Valverde e il ritrovato Asensio, fino a terminare con elementi come Odegaard e Kubo che per ora la maglia bianca (una delle più pesanti del mondo) non se la sono ancora messa ma che con altri colori hanno già fatto vedere con continuità cosa molto interessanti.

Questa è la nuova base su cui Zidane e il Real Madrid hanno scelto di edificare un nuovo palazzo dorato, al quale ora manca però la decorazione più importante, quella che fa la differenza e fa diventare la grande opera una meraviglia mondiale. Manca la superstella alla Cristiano Ronaldo, quella che doveva essere Hazard il quale invece al suo primo anno non ha minimamente brillanto sia a causa degli infortuni che di qualche impreparazione personale di troppo. Se sarà lui in un secondo anno di resurrezione, o se magari Florentino Perez si lascerà tentare dalla possibilità di un altro colpo galactico, lo vedremo presto, anche se la sensazione è che non sia questa cortissima estate di mercato il momento giusto per piazzare un’operazione faraonica. Di certo però quello che abbiamo visto è eloquente, e perciò mi tengo la sensazione che i verdetti di questi ottavi non siano pienamente sinceri riguardo alle prospettive dei due colossi di Spagna. Perché a volte nel calcio vincere la Champions League non è l’unica cosa che deve contare in termini di progettualità e sviluppo del lavoro. Anche per chi vive primariamente in funzione di quella.