E’ stata dura, molto più dura del previsto. Ieri sera abbiamo sperimentato cose nuove di questa Italia: l’abbiamo vista soffrire come mai aveva fatto in questo ciclo, l’abbiamo vista per la prima volta avere paura, sbagliare, piantarsi, ringraziare la buona sorte e rischiare, sia prima che dopo aver indirizzato la partita nei tempi supplementari. Abbiamo scoperto che la corsa in questa avventura non è solo sogno ma anche sudore.
Però siamo passati, con la forza di un gruppo che è forte e folto. Abbiamo vinto con i cambi di Mancini, con i ganci incrociati di Chiesa e Pessina, che non ci hanno risparmiato patimenti ma ci hanno trascinato ai quarti.
E’ stata la vittoria più “all’italiana” di questo Europeo, e così forse abbiamo accontentato anche quelli che sostengono che senza flagelli l’Italia non possa vincere.
L’abbiamo scampata bella, e probabilmente abbiamo anche imparato qualcosa. Fosse anche solo che adesso la musica è cambiata, e ci sarà da ballare sempre più forte.

La partita

L’Austria ce l’ha fatto capire fin da subito: squadra tatticamente evoluta e atleticamente molto intensa, che sull’onda di una rosa “made in Bundesliga” e con quasi il quaranta per cento di elementi cresciuti nel calcio totale del mondo Red Bull, ha imposto fin da subito ritmi forsennati, peraltro tenendoli fino alla fine. Stavolta, più che contratta nei primi minuti di gara, l’Italia è sembrata sbigottita, quasi non si aspettasse di essere investita da un pressing tanto alto quanto coraggioso e organizzato. Però il primo tempo è stato ancora passabile. Con le accelerazioni di uno Spinazzola sempre più devastante e completo a tirarci fuori dall’asfissia dalla morsa austriaca, con la volontà intelligente di tagliare il campo mediante verticalizzazioni improvvise all’indirizzo di un Ciro Immobile che, fra i corpulenti ma non velocissimi centrali Dragovic e Hinteregger, poteva avere quegli spazi di corsa individuati dal nostro CT come la chiave per sbloccare il match. Niente di trascendentale sia chiaro, anche perché una volta tanto la “centrocampocrazia” che caratterizza la nostra bella Nazionale non ha potuto applicarsi. Verratti è giustamente considerato un giocatore di primaria importanza però non ha ancora novanta minuti al massimo del ritmo, mentre Barella – seppur pericolosissimo con una fiera stoccata d’esterno respinta di piede dal portiere Bachmann – ha probabilmente risentito un po’ del colpo preso al primo minuto da Arnautovic. E’ però stato un primo tempo in cui l’Austria non ha mai tirato in porta e l’Italia ha avuto almeno tre o quattro occasioni per andare in vantaggio, compreso un clamoroso palo colto da Immobile con un tiro che se fosse finito dentro sarebbe diventato uno dei gol più belli della manifestazione. Quel che ha davvero intimorito è stata la prima mezz’ora del secondo tempo, quando l’incertezza ha bloccato gambe e teste degli Azzurri e la benedetta presenza del VAR (benedetta per la serata imprecisa della terna arbitrale inglese: non è stata fortuna, è stata giustizia) ha evitato che prima Arnautovic ci mandasse sotto e poi venisse concesso un calcio di rigore che, a un quarto d’ora dalla fine, avrebbe potuto avere effetti devastanti.
Abbiamo barcollato, ci siamo guardati negli occhi e per la prima volta abbiamo avvertito insicurezza. Ma non sfiducia, perché l’unità e la profondità di questa “Nazionale di tutti” ha fatto sì che con due doppi cambi Roberto Mancini recuperasse il controllo della situazione: prima in mezzo al campo, dove il duo Locatelli-Pessina al posto di Barella e Verratti ha ridato verve. Poi in attacco, dove è emersa l’importanza di avere uno come Chiesa più fresco, più riposato ed estremamente motivato.
L’uno-due con cui abbiamo messo al tappetto i forti austriaci si è originato dalla panchina e ha parlato ancora una volta di ricerca di gioco, visto che entrambe le azioni sono state caratterizzate da giocate in movimento (meraviglioso il pallone disegnato da Spinazzola da posizione interna per Chiesa) chiuse da inserimenti e precise stilettate. Poi ci siamo dovuti sorbire la tensione fino alla fine, per una leggera disattenzione su corner che ha permesso all’interessante gigante Kalajdzic di dare all’Austria un meritato gol e di tenere aperti i discorsi fino al fischio finale, quando ancora una volta Vialli e Mancini – sempre più i volti gemelli di questa estate italiana – si sono abbracciati preparandosi come tutti noi ad andare a Monaco di Baviera. Dove arriviamo con la consapevolezza che adesso è tutto più grande e quindi più difficile, ma che da questo complicato e faticoso ottavo di finale abbiamo tratto un nuovo insegnamento e di conseguenza un’ulteriore crescita.

Adesso i giganti

Ora non saprei dirvi se sia meglio incontrare Belgio o Portogallo. Sono due squadroni, complessivamente più forti di noi e partiti con velleità massime.
Io eviterei volentieri Lukaku, De Bruyne e tutta la rullante banda di Roberto Martinez, però non è che ritrovarsi di fronte Cristiano Ronaldo e i suoi tecnicissimi fratelli sia molto meglio, perché è vero che i portoghesi non sono ancora riusciti a incantare e tendono a volte ad immalinconirsi nel loro gioco di continuo palleggio, ma è ancor più vero che piedi del genere possono in qualsiasi momento squarciare la partita.
Quello che però mi par di avere inteso, è che l’Italia nella sua “fatica londinese” abbia assimilato alcuni concetti nuovi e fondamentali. Fin qui – ed è già un traguardo molto illustre – ci è arrivata perché si è costruita una base fatta di gioco moderno, identità propositiva e varietà di soluzioni, ora però per andare oltre i limiti ci vuole anche (forse soprattutto, visto che dalla prossima partita saremo sempre gli outsider del pronostico) quel sacrificio irrinunciabile, quella disperazione positiva che ti catapulta verso l’impresa. Riassunto in una fotografia, ci vuole Federico Chiesa.
Puntare su Berardi nella fase iniziale è stato lucido e giustissimo, perché in partite di gioco e di prevalenza sia territoriale che di possesso ci ha dato ulteriori fonti tecniche.
Ora però arrivano le partite di ribaltamento, di corse indiavolate verso una meta lontana, di spazi da creare con un dribbling secco che spogli l’avversario del proprio equilibrio. E l’intensità magari non del tutto estetica ma stracolma di elettricità del figlio d’arte potrebbe diventare la corrente elettrica necessaria per illuminarci. Ci penseremo da venerdì, intanto godiamoci questi quarti di finale e un obiettivo (neanche tanto) minimo che abbiamo centrato di slancio. Adesso però sappiamo che questo Europeo è diventato un’altra cosa. Continuiamo legittimamente a sognare, sapendo che da adesso abbiamo cominciato veramente a sudare.