È un campionato apertissimo, che nella sua anomalia sta trovando una spettacolarità quasi dimenticata dalle nostri parti: ci sono sei squadre in cinque punti, per di più con la decisione sul caso di Juve-Napoli ancora in attesa del giudizio definitivo, il che ci dice che ogni giornata può portare mutamenti e nuove sensazioni. E i due turni che chiuderanno questo indimenticabile e (speriamo) irripetibile 2020 minacciano di sconvolgere ancora di più la geografia della classifica di Serie A. 

Grande scoglio per il Milan?

Il Milan è ancora al comando, anche se si percepisce una fisiologica flessione: i rossoneri – unica squadra nel grande calcio europeo ancora imbattuta nel posto lockdown – hanno giocato ventuno partite in tre mesi praticamente senza commettere errori, prendendosi meritatamente un primo posto che però ora è minacciato seriamente dal ritorno dell’Inter, che dopo un’altra grande delusione europea è obbligata a riversare tutto il proprio furore sul campionato, con il risultato che la banda di Conte viene da cinque vittorie consecutive, si è riportata a meno uno dalla vetta e ora ha a calendario gli incroci con Spezia, Verona, Crotone e Sampdoria che potrebbero portarle un’autostrada verso il primato.

Il Milan invece viene da due pareggi con Parma e Genoa, entrambi strappati in rimonta e prendendo due gol per partita: pesa soprattutto il grande dispendio energetico profuso e pesano le assenze di cardini come Ibrahimovic, Kjaer e Bennacer, anche se poi a ben vedere quello che pesa veramente è il fatto che questa squadra non perda mai e abbia segnato almeno due reti nelle ultime quattordici partite giocate in Serie A, record assoluto nella storia del nostro campionato. Però ora arriva un determinante momento della verità, con due scontri tanto pesanti quanto ravvicinati che possono dirci una cosa importante: se il Milan contro Sassuolo e Lazio dovesse riuscire ad infilare una serie brillante, allora la parola “scudetto” andrebbe definitivamente sdoganata. Il vantaggio finora è stato quello di non avere obblighi sulle spalle: è chiaro che in casa rossonera non possa esserci il dovere di lottare per vincere e che ritornare nell’Europa dei grandi sia il vero obiettivo della stagione, però  passare il Natale conservando la vetta non solo aumenterebbe l’appetito ma certificherebbe lo status di una squadra che, al di là di tutti i riscontri numerici, propone una caratteristica determinante: gioca bene, ha un sistema virtuoso che esalta i singoli e protegge il collettivo nei momenti di emergenza.

E questo, in una corsa lunga e accidentata come un campionato (specialmente quello che stiamo vivendo) è un capitale enorme. Però il test di domenica contro il Sassuolo è quanto mai spinoso, perché i neroverdi sono uno di quei casi tecnici in cui i numeri non sono sufficienti per inquadrare l’attualità del campo: è vero che la banda di De Zerbi ha vinto solo una delle ultime quattro partite giocate e che in questo lasso di tempo hanno segnato solamente due reti, però anche nel pareggio di mercoledì sera a Firenze si è vista una squadra armonica, affilata, conscia delle proprie qualità.

E in più si è rivisto Caputo dopo quaranta giorni di assenza, per cui la sensazione è che il Sassuolo stresserà parecchio la rabberciata difesa di Pioli: ci sarà da divertirsi al Mapei Stadium, e ci sarà forse anche da approfittarne, non solo per l’Inter ma anche per questa strana Juventus che pareggia troppo, non convince ancora del tutto, ma che sabato sera a Parma potrebbe fare un balzo in avanti significativo per far sì che almeno la classifica possa dare quelle certezze che non vengono (almeno per il momento) fornite dalle espressioni di gioco.

Intrecci tra squadre ambiziose

Gioco che invece rimane la grande risorsa di chi come Roma e Napoli sta cercando di capire se davvero può imbucarsi al gran ballo: ve lo dico, la mia sensazione è che sia effettivamente possibile, a patto però che vengano tolti i piccoli limiti che le tengono per il momento in seconda fila. Quello del Napoli è legato esclusivamente ai risultati: a San Siro è arrivata una sconfitta sì immeritata, ma è stata la terza in undici partite giocate (quarta su dodici considerando anche il pasticcio di Torino), ed è vero che quest’anno i numeri sono da prendere con le pinze perché figli di uno scenario che non ha paragoni possibili, però vedere come queste sconfitte siano arrivate tutte in confronti diretti (Milan, Sassuolo, Inter) deve suscitare una riflessione. Gattuso sta facendo un lavoro enorme: prima ha ridato spirito e consapevolezza a un gruppo che rischiava il naufragio, poi ha vinto e adesso sta trovando il modo di alzare ulteriormente l’asticella portando gioco, idee e senso estetico.

Il Napoli è bellissimo da veder giocare, ha una rosa ricca e qualitativa che si adatta perfettamente alle esigenze di un calcio che impone fluidità per poter essere più cose differenti all’interno della stessa partita e profondità di rosa per sfruttare al meglio la possibilità dei cinque cambi. Proprio per questo però deve riuscire a capitalizzare di più, e in questo momento le assenze di Mertens e Osimhen diventano limiti pesanti, specialmente se si pensa che per il confronto di domenica sera con la Lazio mancherà anche il capitano Insigne per squalifica.

Un bel problema, anche perché la Lazio non è da considerare squadra in crisi: dieci punti dalla vetta sono molti, però sono anche figli dell’enorme sforzo che Simone Inzaghi e il suo gruppo hanno dovuto fare per emergere da un avvio di stagione pieno zeppo di problematiche, in cui il grande obiettivo è stato centrato molto brillantemente qualificandosi agli ottavi di Champions da imbattuti. Adesso è il momento del campionato per i biancocelesti, che continuano ad essere trascinati da un Immobile straordinario per la continuità e la spettacolarità dei suoi colpi: la Lazio prima di Natale incrocia Napoli e Milan, ha di fronte un bivio fondamentale per capire che tipo di orizzonti avrà. E l’impressione è che questa sia una squadra che ha ancora più di qualcosa da dire.

Lupa e Dea: un bel calcio

Da dire ne ha tantissimo la Roma, che se non avesse l’atavica tendenza di crearsi dei problemi da sola potrebbe tranquillamente essere vista come una candidata per il titolo. I giallorossi giocano forse il miglior calcio della Serie A: hanno un impianto di grandiosa qualità, sfruttano il campo sia in ampiezza che in profondità grazie a un sistema di gioco coraggioso, armonico e variegato, possono contare su diverse individualità decisive e hanno un allenatore di grande valore. Fondamentalmente non manca niente alla Roma: forse un pizzico di solidità difensiva (ma in questo calcio è molto più importante fare gol piuttosto che non prenderlo, fidatevi), ma soprattutto manca quella stabilità generale e quella capacità di isolarsi dal chiasso del mondo esterno che diventa fondamentale per arrivare fino in fondo e che per troppo tempo è stato un limite invalicabile.

Però, se guardiamo solo il campo e ci lasciamo trascinare dalle vampate di Mkhitaryan e Pedro, dalla totalità di Spinazzola, dalla qualità di Veretout e Pellegrini o dall’eleganza produttiva di Edin Dzeko, la squadra di Fonseca incanta davvero. Incanta quasi come ci aveva abituato a fare l’Atalanta, che peserà le velleità giallorosse domenica ma soprattutto le proprie, perché l’aver passato il girone di Champions e anche l’essere riuscita ad imporre il pari allo Stadium dimostrano come i nerazzurri siano ancora una fabbrica di sogni, però è indubbio che qualcosa sia cambiato nell’isola felice del calcio italiano.

Non è la stessa Atalanta degli ultimi due anni: è un qualcosa di differente, come se un progetto arrivato a raggiungere un punto talmente alto di maturità ora cominciasse a mostrare qualche primo segno di consunzione. È meno esondante l’Atalanta di quest’anno, anche se rimane una squadra di altissimo livello. Soprattutto è meno “famiglia felice”, e la dimostrazione ai limiti dello sconcertante è data dalla rottura clamorosa fra il padre e il figlio primogenito: Gasperini e il Papu Gomez. Che possano recuperare il loro feeling mi pare impossibile da pensare, però urge una tregua (seppur armata) perché altrimenti il rischio è quello di avvilupparsi e ridimensionarsi. Avremo dei segnali e dei riscontri già dopodomani, nell’ennesima intricata, imprevedibile e potenzialmente sorprendente domenica di questa matta Serie A.