Ci si lamenta a volte del fatto che nel calcio, come si suol dire, non esistano più le bandiere. Però poi basta una serie negativa di risultati per mettere in discussione chiunque, anche i miti apparentemente più intoccabili: non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, è semplicemente una constatazione costante. Specialmente in certi club. E il Real Madrid, che per blasone e per imponenza non ha eguali al mondo, è uno di questi. Ho sentito con le mie orecchie fischi a Cristiano Ronaldo al Bernabeu, l’ho visto con i miei occhi andare via, e ora allo stesso modo sento e vedo Zidane messo spalle al muro, addirittura alla gogna. Come se non fosse stato (parlando solamente della sua carriera di allenatore) uno che ha vinto con lampanti meriti personali un campionato solo quattro mesi fa, come se non avesse conquistato undici trofei – all’incirca uno ogni venti panchine – fra cui la quasi irripetibile tripletta di Champions League. È oltremodo chiaro che questo Real Madrid sia una squadra in grande difficoltà, piena di problemi, che ha perso cinque partite su quindici in stagione, che rischia di andare incredibilmente fuori dalla Champions alla fase a gironi dopo che negli ultimi due anni non ha superato mai gli ottavi. Ma siamo così sicuri che sia tutta colpa di Zizou?

I capi d’imputazione

Indubbiamente, ci sono degli elementi che accusano il secondo allenatore più vincente della storia dei Blancos: l’anno scorso, nella prima stagione completa del suo secondo ciclo, Zidane si è portato a casa la Supercoppa di Spagna e soprattutto una Liga che ha voluto con tutte le sue forze e che ha strappato con una clamorosa sgasata post pausa forzata vincendo dieci partite di fila e sorpassando l’isterico Barcellona di Setien, però lo ha fatto più di forza che non di stile, presentando numeri storici nei riscontri difensivi e segnando decisamente poco rispetto alle abitudini passate. È stato un trionfo d’imperio, di fame e di muscoli. Cose che quest’anno per il momento non si sono mai viste, perché ad eccezione delle vittorie nei big match contro Barcellona e Inter (due volte), il Real Madrid è sempre parso una squadra ai limiti del flaccido, adagiata mollemente sul sofà del proprio status. Il Madrid 2020/2021 non ha ancora mostrato un’identità tattica delineata: gioca alternativamente con il 4-3-3 che punta ad alzare i ritmi sugli esterni e con una forma di 4-4-2 a rombo “centrocampocentrico” che garantisce ampi momenti di palleggio ma poco sfogo verso la profondità. Due sistemi molto differenti, che appunto non danno alla squadra una conformazione e un piano di gioco costanti. L’unica cosa che pare comune è la ricerca di una pressione avanzata che però non mostra mai una coralità omogenea, che peraltro non si vede spessissimo neanche nella costruzione delle giocate che tende frequentemente ad apparire come il frutto dell’ispirazione individuale. Questi sono temi che riguardano inevitabilmente l’allenatore, così come alcune scelte sulle rotazioni dei giovani talenti offensivi che in alcuni casi sono state difficili da comprendere. Però risulta impossibile pensare razionalmente che un allenatore arrivato a superlative conquiste grazie ad un’acclarata e giustamente celebrata capacità di gestione delle risorse sia improvvisamente così sprovveduto. Così come appare decisamente chiaro che la differenza fra il suo grande Real Madrid e questo non possa stare esclusivamente in questi aspetti.

La gestione del post Kiev

Ad esempio, un chiaro fattore di discontinuità è legato al crollo dei riscontri realizzativi rispetto al suo primo triennio, il che coincide perfettamente con la partenza di Cristiano Ronaldo, una decisione sicuramente non pretesa da Zinedine Zidane ma più che altro figlia del progetto di Florentino Perez per un rinnovamento della squadra che stenta ad attecchire. Un po’ di dati per configurare quanto manchi CR7 al Madrid: nelle nove stagioni in cui il portoghese si è vestito di bianco il Real è rimasto a secco in media una volta ogni undici partite e ha segnato 2,66 gol per partita, mentre da quando è andato via è sceso a 1,89 non trovando la porta mediamente in una gara ogni cinque. Il che vuol dire che la scelta del presidente di liquidare un giocatore ancora costantemente decisivo è stata clamorosamente sbagliata. Anche perché per rimpiazzarlo la scelta è caduta su Hazard, che oltre ad essere profondamente diverso da Cristiano sia in termini stilistici che temperamentali, è stato raramente disponibile e mai decisivo. Zidane probabilmente aveva intuito la necessità di inserire dei campioni diversi che potessero ammorbidire il passaggio generazionale, aveva chiaramente indicato in Pogba e Mbappé i nomi giusti per rimanere sulla cresta dell’onda, ma Florentino Perez non lo ha accontentato. Il plenipotenziario madridista ha preferito guardare al futuro piuttosto che al presente e ha fatto cose importantissime sul piano istituzionale come mantenere uno status finanziario da top club anche in questi tempi di crisi gravissima e ristrutturare il Santiago Bernabeu che promette di diventare un gioiello mirabile. Ha probabilmente anche gettato le basi per il domani sportivo del Real Madrid rastrellando talenti smaglianti in giro per il mondo, però ha così scaricato sulle spalle dell’allenatore una gestione quasi impossibile dell’immediato. Perché se nel presente il Madrid non è il solito Madrid è soprattutto a causa del gruppo di giocatori che deve rappresentarlo

Le carenze della squadra

Si fa fatica davvero a credere a quel che si vede fare a Real Madrid sul campo, perché le cinque sconfitte stagionali sono arrivate contro Cadice, Alaves, Valencia e Shakhtar due volte, sempre con buchi prestazionali sbalorditivi. C’è chiaramente una questione di atteggiamento che perdura da diverso tempo, perché dopo il terzo trionfo consecutivo in Champions la squadra non è quasi mai stata continua e sicura su basi continuate: lo è stata solo nell’immediata ripresa del calcio dopo la serrata e infatti si è presa la Liga con una cavalcata insostenibile per chiunque, ma né prima né dopo lo ha fatto vedere. C’è però soprattutto una questione di valori: tolta la colonna vertebrale formata dal leader totale Sergio Ramos (trentaquattro anni, in scadenza di contratto, in più attualmente infortunato e il Real senza di lui ha perso sette delle ultime nove partite di Champions), dal cavaliere dell’attacco Benzema e dal terzetto Casemiro-Modric-Kroos, con il brasiliano che però viene sfibrato dalla mancanza di un sostituto naturale, il croato che ha compiuto i trentacinque e il tedesco che sembra avere qualche paturnia personale perché appare insolitamente nervoso, pochissimi altri offrono garanzie. Si potrebbe dire fondamentalmente quattro: i due terzini Carvajal e Mendy, il dinamico e sempre più in crescita (ma a sua volta infortunato) Valverde e il portiere Courtois. Un totale, al massimo, di nove giocatori su una rosa intera: troppo pochi per poter progettare orizzonti di vera gloria.

Le mancanze più roboanti sono quelle di Varane e Marcelo: il primo senza il suo grande capitano al fianco risulta sovente perso e incapace di guidare la retroguardia, il secondo dà sempre più l’impressione di aver svuotato il serbatoio dopo anni in cui è stato il migliore al mondo nel suo ruolo. Ma anche Isco, sparito da due anni, o Asensio che della batteria dei giovani è il più veterano ma che dopo il sussulto riservato al suo immediato rientro dall’infortunio poi si è terribilmente involuto. E intanto è andato via Bale. E con lui James. Ed è arrivato Hazard che in un anno e mezzo ha giocato solamente 1836 minuti (l’equivalente di 20,4 partite complete) e segnato la miseria di tre reti: una al Granada, una all’Huesca e una su rigore all’Inter. In più c’è la banda dei giovani, una serie di profili fortissimi che probabilmente saranno la base di un grande Real Madrid futuro ma che nel presente sono fisiologicamente altalenanti: Vinicius, Rodrygo, Odegaard, probabilmente Kubo che attualmente è in prestito, tutte mezzepunte a cavallo dei vent’anni dal talento indiscutibile ma fisiologicamente non ancora pronte per trascinare una realtà come il Real Madrid, mentre addirittura investimenti da cinquanta milioni cada uno come Militao e Jovic non stanno dando neanche l’impressione di essere futuribili. 

Tutti dati oggettivi, tutte attenuanti chiare nel processo a Zidane, che non solo dovrebbe godere di una sorta di immunità da certi attacchi per quel che ha fatto fino a pochissimo tempo fa ma che anche a livello di campo ha delle responsabilità ma non tutte le responsabilità. Però è lui che rischia, e rischia davvero, perché all’orizzonte ha una caldissima partita di campionato a Siviglia, lo spareggio (speriamo non pareggio…) Champions con il Borussia Moenchengladbach e poi il derby con l’Atletico che definiranno il suo futuro. Finora è sempre riuscito a risorgere in queste situazioni, ma l’impressione è che se riuscirà a farlo anche stavolta potrebbe non essere una soluzione, bensì un palliativo.