Il nuovo millennio del calcio italiano si aprì con il trionfo della Lazio: il 2000, anno del Giubileo straordinario indetto da Papa Giovanni Paolo II, era anche il centesimo compleanno del club biancoceleste, fondato il 9 gennaio del 1900 su una panchina del Lungotevere nel Rione Prati. Una serie di coincidenze davvero impressionanti, soprattutto se si pensa a come la Lazio riuscì a laurearsi Campione d’Italia: un pomeriggio intenso all’Olimpico con l’orecchio attaccato alla radiolina per scongiurare un eventuale gol della Juventus sul campo allagato di Perugia…



Un finale al cardiopalma

14 maggio 2000, ultima giornata di campionato: la Juventus capolista è di scena a Perugia, contro un Grifone già salvo, per formalizzare la pratica Scudetto. I due punti di vantaggio dei bianconeri sulla Lazio sono un margine sufficiente per approcciare la gara con realizza tranquillità, anche se gli uomini di Ancelotti non avevano fatto i conti con il meteo avverso che si sarebbe abbattuto sul Renato Curi sotto forma di un acquazzone memorabile, che avrebbe cambiato la storia recente del calcio italiano.



L’attesa e il trionfo laziale

In quello Scudetto conquistato dalla Lazio di Sven-Göran Eriksson c’è davvero di tutto: la rincorsa alla Juventus, il sorpasso in extremis e, soprattutto, la grande attesa. Sì, perchè la Lazio la sua partita Scudetto la vince, battendo in casa la Reggina per 3-0 con le reti di Simone Inzaghi, Veron e Simeone. Poi comincia il pomeriggio più assurdo della storia biancoceleste: Perugia-Juventus è infatti stata sospesa più volte a causa del nubifragio abbattutosi sul Curi e, per questo, salta la tanto attesa contemporaneità studiata ad hoc dalla Lega. Al momento del triplice fischio della gara contro la Reggina, lo Stadio Olimpico rimane immobile, quasi sospeso: nessuno spettatore lascia il proprio seggiolino e i calciatori laziali seguono la gara in mezzo al campo, dove viene piazzato un televisore, mentre i tifosi si affidano alle ben più romantiche radioline. Alle 17 e 17, il boato: il Perugia passa clamorosamente in vantaggio grazie alla rete di Calori e la Lazio è ad un passo dalla vittoria. Guai però a dare il Tricolore per scontato: la beffa subita l’anno prima -sempre a Perugia- per mano del Milan (ricordate la paratona di Abbiati su Bucchi?) induce anche il più ottimista dei tifosi alla prudenza. Questa volta, però, l’attesa paga. Alle 18 e 04 la voce di Riccardo Cucchi annuncia la fine della gara di Perugia: la Lazio è finalmente Campione d’Italia per la seconda volta nella sua storia.



“Dio ha tifato Lazio!”

Una vittoria indimenticabile anche per un campione come Dejan Stanković, all’epoca centrocampista laziale, che -anni dopo- ha spiegato le sue emozioni di quel pomeriggio con una frase passata alla storia:

Ansia, tensione, adrenalina. A fine partita 90mila persone si fermarono per un’ora. Io ero nello spogliatoio, accanto alla tv, così teso da non riuscire ad andare in bagno. Rimasi in un angolino, e sudavo. Persi 3 chili. Poi all’improvviso un ragazzo entrò nello spogliatoio e urlò dalla gioia, in lacrime, come se fosse una liberazione. Non ricordo neanche chi abbracciai per primo. A Roma c’era il sole, a Perugia il diluvio universale: quel giorno, lassù, qualcuno ha tifato Lazio. Dio ci ha aiutato buttando acqua su Perugia, era destino vincessimo noi! Eravamo Campioni d’Italia!