Per aprire questo 2021 voglio farvi un discorso sentimentale. Veniamo dall’anno più paradossale, inquietante e doloroso delle nostre esistenze, siamo ancora immersi in stranezze che accettiamo ma che non vediamo l’ora di poter superare, anche se dimenticarle sarà impossibile. Il calcio in tutto questo continua, ha ripreso la sua routine seppur sacrificando porzioni significative della sua anima.

Ha cambiato le sue liturgie, ha dovuto negarsi alla sua gente, si muove frenetico, allucinato e anche un po’ plastificato perché non può proprio fermarsi, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Però l’anima del calcio ha deciso di tenderci una mano, di entrare comunque nei nostri cuori e di portar loro un po’ di calore. Domenica sera, a Siviglia, ci ha regalato la storia da romanzo di una conquista epocale, figlia sì delle particolarità e delle modalità obbligatoriamente riviste a cui ci costringe questo momento, ma in fin dei conti testimone di come tutto può cambiare senza però intaccare le radici più profonde. L’Athletic Bilbao ha vinto la Supercoppa di Spagna: in cinque giorni ha battuto prima il Real Madrid e poi il Barcellona, ha riattizzato con una fiammata entusiasmante il fuoco – a volte per forza di cose un po’ sopito ma mai spento – di chi ha scelto la via più complicata ma allo stesso tempo più orgogliosa per essere unico al mondo, e così facendo ha fatto in modo che il proprio mito non possa mai cessare.

L’Athletic non ha paragoni nel pianeta del calcio: un club che ha deciso di legarsi talmente tanto al proprio territorio da ammettere la presenza in squadra solo di giocatori baschi, e che nonostante questo – anzi, probabilmente proprio per questo – non ha mai perso il proprio nobile status. Non è mai retrocesso dalla Liga (come solo i due colossi che ha appena mandato a terra possono dire) e ha vinto trentacinque trofei, l’ultimo dei quali una Supercoppa strappata al Barça con la forza della convinzione, l’astuzia della strategia e il carico emotivo del sentimento. Perché questa impresa dell’Athletic non è una questione di palmares, di risultato e neanche di tifo. È questione di emozione. È un regalo del fútbol a chi ne cerca sempre, e indipendentemente da tutto, il senso più romantico.

La finale con il Barcellona

Per raccontare la pirotecnica serata che ha assegnato all’Athletic una (Super)coppa che non vinceva dal 2015 – e anche allora la tolse al Barcellona, battendolo 4-0 in un San Mames ribollente di estasi – bisogna partire da questa splendida idea avuta dal presidente della Federcalcio spagnola Rubiales un paio di anni fa: disputare il trofeo non con la classica sfida secca fra la vincitrice della Liga e quella della Copa del Rey, ma farlo diventare un elettrico quadrangolare fra le prime due del campionato e le finaliste della coppa nazionale. Che peraltro, per quanto riguarda il 2020, non è ancora stata assegnata perché si attende la possibilità di giocare la finale fra Real Sociedad e Athletic Bilbao con pubblico, per trasformarla nel più grande evento della storia del calcio basco. Una bella trovata sportiva e soprattutto commerciale, non a caso la prima edizione si è disputata in Arabia Saudita e quest’anno solo il covid ha impedito che si traslocasse di nuovo verso mete esotiche, magari discutibili ma sicuramente remunerative. Un torneo da vivere come una sorta di tournée festosa e spettacolare, magari facendo in modo che la finale sia un Clásico a briglie sciolte. Ma quest’ultimo aspetto è l’unico che non è stato ancora centrato, né l’anno scorso quando l’Atleti del Cholo Simeone scompigliò i programmi facendo fuori il Barça in semifinale salvo poi vedersi beffato ancora una volta dagli odiati cugini nell’appuntamento culminante, né in questa edizione, in cui il Barcellona ha sì conquistato il passaggio di turno battendo ai rigori la Real Sociedad dopo ventitré anni in cui non si era mai ritrovato a dover definire una serie dagli undici metri, ma il Real Madrid si è ritrovato sgambettato da un Athletic che lo ha colpito seccamente due volte nel primo tempo e poi si è fieramente trincerato respingendo il furioso assalto blanco durante tutta la ripresa. Quindi, finale Barcellona-Athletic. Per di più con Messi, che nonostante i fastidi fisici che gli hanno permesso di allenarsi solo mezza volta nella settimana precedente, ha voluto e quindi ottenuto di scendere in campo dal primo minuto. Forse – ha insinuato qualcuno- perché sentiva che quella era l’occasione migliore possibile per vincere il suo ultimo trofeo blaugrana e per mettere l’ultima stelletta d’oro nell’irripetibile libro della sua storia con il Barcellona….questo non lo so, di certo c’è però che la storia della serata non è stata la sua, e che il colore del segno che ha lasciato non è stato l’oro ma il rosso di un cartellino che non aveva mai visto in 753 partite con quella maglia che chissà per quanto ancora vorrà tenersi addosso. Un’espulsione brutale, per un pugno carico di nervosismo e impotenza vibrato sulla testa di un avversario senza alcuna motivazione né senso. La pura, anche se totalmente inattesa, frustrazione di chi non solo non riesce ad essere l’eroe del racconto ma ne diventa addirittura il villano

I protagonisti della storia


E un po’ di frustrazione deve provarla anche Griezmann, che in un anno e mezzo a Barcellona non è mai stato il principito che tutti pensavano di aver accolto. Poteva diventarlo con la doppietta che ha spinto due volte avanti la squadra di Koeman, che l’ha tenuta vicinissima a un trofeo che avrebbe potuto portare una ventata di entusiasmo a un gruppo che sta faticosamente tentando di essere credibile, che a tratti ce la fa ma che continua puntualmente a cadere nei momenti decisivi, vedi l’1-3 nel Clasico, lo 0-3 contro la Juventus costato il primo posto nel girone di Champions e da ultima la prima finale della sua stagione. Una finale nella quale l’Athletic si è rimesso due volte prima di ucciderla in modo dolce e spettacolare. Il primo pareggio lo ha operato Oscar De Marcos, il veterano: un giocatore dalla classe e dalla polivalenza gentili, uno che ha sempre dato tutto al suo Athletic, che ha giocato oltre quattrocento partite in biancorosso e che adesso ha il contratto in scadenza. Uno che nell’ultimo anno e mezzo aveva giocato solo tre partite per intero, per colpa di una caviglia martoriata e di altri problemi assortiti. Una figura che, da quando è arrivato Marcelino, le ha giocate tutte e ha ritrovato quel gol che gli mancava dal settembre del 2018 proprio nel momento più pesante. Il 2-2 invece è arrivato al novantesimo, portato da quella che è diventata la figura più cult di questa storia: Asier Villalibre, il bufalo di Gernika. Villalibre è un ragazzo di casa. Non proprio un ragazzino, visto che ha compiuto ventitré anni anche se ne dimostra molti di più con quella barba da rivoltoso e l’espressione truce. Lo chiamano “il Bufalo” e appena gli metti gli occhi addosso su di un campo da calcio capisci perché: è un centravanti che lotta, che carica, con poca grazia ma molto impatto. A Lezama, il centro sportivo dove si fabbrica il futuro dell’Athletic Bilbao, lo hanno sempre visto come uno che sarebbe arrivato ad essere il numero nove della prima squadra. Ci ha messo un po’ più del previsto, è passato attraverso prestiti formativi che hanno funzionato fino a un certo punto, ha avuto l’umiltà di tornare nella squadra filiale dopo aver già giocato più di trenta partite fra prima e seconda divisione e nel momento determinante è apparso non una ma tre volte: quando ha pareggiato la partita al novantesimo dando la mazzata definitiva al morale del Barcellona, quando si è preso un fendente da Messi provocandone – senza alcuna intenzione né responsabilità – la storica espulsione, e quando – con al naturalezza di chi sta facendo la cosa più normale del mondo – si è messo a suonare la tromba in mezzo al cerchio dei suoi compagni regalando una delle immagini simbolo della celebrazione. Chissà cosa sarà passato nella testa del Bufalo quando ha deciso di partire per andare a giocarsi la Supercoppa mettendo in valigia la sua tromba….e chissà cos’è passato negli occhi di Iñaki Williams in quel paio di secondi in cui si è compiuta la celestiale parabola che ha lasciato interdetto persino il miracoloso Ter Stegen ed è valsa il colpo del 3-2 nei tempi supplementari.

Il gol meraviglioso di un ragazzo che ancora una volta ha fatto la storia dell’Athletic, dopo essere stato il primo uomo di colore a segnare un gol per il club, dopo avergli giurato amore eterno firmando un rinnovo di contratto decennale, dopo aver sentito sulla sua pelle tante volte la forza del vento che spira nel Golfo di Biscaglia anche in termini calcistici, perché la sua differenza è sempre stata chiara ma il suo talento non sempre celebrato. C’è sempre stata la sensazione latente che sia un attaccante velocissimo ma che sbaglia troppi gol. Può anche essere vero, anzi forse addirittura non è un vero e proprio attaccante ma un tagliente esterno da tridente che in tante situazioni – come capita da queste parti – è stato chiamato ad adattarsi e ha comunque sempre dato tutto se stesso, per la maglia, per il club e per la comunità. E Iñaki Williams a Siviglia ha mandato, nel modo più artistico possibile, un pallone in rete che rimarrà nella storia. La stessa rete che il portiere Unai Simon ha tolto dalla porta per portarsela a casa per ricordo. Il ricordo di un’impresa che è anche pienamente di una figura quasi picaresca come quella di Marcelino, l’allenatore cacciato da Valencia appena dopo un trionfo in Copa del Rey e appena prima del disfacimento a cui stiamo assistendo. L’allenatore appena arrivato a Bilbao e che lì ha subito trovato un luogo ideale per il suo calcio: il 4 di gennaio è stato presentato e meno di due settimane dopo ha alzato un trofeo dopo aver lasciato per terra prima il Real Madrid e poi il Barcellona. Ha ereditato una squadra che aveva bisogno di essere rassicurata e stimolata, un gruppo che sembra potersi adattare perfettamente al suo 4-4-2 sì pratico, sì furbo ma anche estremamente organizzato e orientato a un calcio di protagonismo.

Un ingresso in scena cesariano: veni, vidi vici. E a lui è stata portata quella coppa che Iker Muniain – altra storia nella storia… – è andato a prendersi sul palco, superando definitivamente il ricordo di quella precedente, quella del 2015 che il Bart Simpson di Bilbao aveva dovuto festeggiare in stampelle, mentre questa l’ha alzata da capitano. A tutti noi invece rimane l’immagine di un’imposizione sentimentale, romantica, passionale. Tanti frame di tanti volti, tanti accenni di tante storie individuali fusi nella grande storia di un club, di una città e di un popolo che è diverso da tutti gli altri. E lo dimostra in ogni suo dettaglio, come ad esempio la scelta di inserire nel fotomontaggio celebrativo ufficiale anche il volto dell’ex allenatore Gaizka Garitano, esonerato da meno di un mese ed evidente protagonista di questa nuova emersione dell’Athletic Bilbao. Che in questo avvio di 2021 ci ha regalato subito una grande iniezione di emozione. Per questo, chiedendo scusa ai sostenitori del Barcellona che indubbiamente vivono questa storia da una prospettiva comprensibilmente diversa e andando al di là di partigianerie tifose che rimangono comunque il sale della passione per questo gioco immortale, vi dico che un miglior augurio di Buon Anno il calcio non poteva proprio farcelo.