Se non ci fosse stata la tremenda notizia dell’infortunio di Zaniolo, il talento più cristallino ma finora anche più sfortunato del calcio italiano, si potrebbe dire che non avremmo potuto desiderare un modo migliore per dare il via alla stagione del calcio italiano: una vittoria esaltante della Nazionale. Un successo importante per gli obiettivi e illustre per il blasone, in casa di una squadra di rango come l’Olanda. Un’imposizione che dà la chiara conferma di un percorso tanto innovativo quanto spedito, sancita peraltro da un favoloso gol in stile “calcio totale” segnato nello stadio che porta il nome di Johan Cruijff.

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L’Italia di Mancini è ancora giovane ma già avanti nella sua maturazione, è vincente anche ad un livello più alto e soprattutto appare sempre più bella per la sua moderna elasticità sia fisica e mentale, per il suo trovare sostanza nella ricerca della qualità. Non è ancora il momento di esaltarsi, lo sarà solo quando questa Italia si ritroverà davvero a giocarsi di nuovo i vertici del calcio, ma non si può rimanere indifferenti ai segnali che continua a dare e a questa vittoria al cospetto dell’Olanda: dopo undici successi consecutivi – definiti morbidi forse da chi non ha ancora capito quanto costi oggi vincere qualsiasi partita internazionale, figuriamoci undici di fila! – e dopo il pareggino con la Bosnia figlio delle contingenze e per questo poco allarmante, l’aver trovato un risultato e una prestazione del genere nel primo vero stress test di questo progetto è piuttosto eloquente, oltre che promettente.

Una squadra convincente

L’1-0 di Amsterdam, firmato da Barella alla fine del primo tempo dopo un’azione turbinante sulla sinistra culminata nel suo inserimento inatteso e in un letale colpo aereo, difeso a denti stretti negli ultimi minuti ma costruito costantemente attraverso una prestazione totalmente attiva in tutte le componenti del gioco, non è solo il risultato che mette l’Italia in vetta al suo girone di Nations League dopo le prime due uscite, è anche (forse soprattutto) un altro veloce step di crescita per una squadra che appare estremamente fresca in senso globale. Una squadra che, in questa stagione appena iniziata e destinata a concludersi nel grande show dell’Europeo, dovrà imparare ad aumentare le proprie esperienze e ancor di più le proprie malizie, intese come l’insieme di elementi che le permetteranno di aumentare quel cinismo fondamentale per non rischiare di ritrovarsi magari un giorno a rimpiangere la mancata capitalizzazione di un grande volume di occasioni come quello creato ieri sera contro l’Olanda. Ma se questo è ciò a cui dovrà tendere il lavoro di Mancini nei prossimi mesi, la cosa che oggi è obbligatorio notare e sottolineare con forza è quanto il CT azzurro abbia già costruito, in un tempo sorprendentemente breve, con piena cognizione di quale sia il tipo di calcio che ti permette di toglierti delle soddisfazioni in quest’epoca e con un’apprezzabile capacità di instaurarlo immediatamente nella testa dei suoi giocatori. 

Veder giocare questa Italia vuol dire ammirare un gioco moderno ed efficace, codificato e condiviso, corale sia nella fase di pressione che in quella di creazione. La spina dorsale è formata da quattro elementi cardinali e insostituibili attorno ai quali ruota un sistema estremamente identitario e allo stesso tempo malleabile, che ragiona e agisce come un blocco unico. Il cuore è un centrocampo dove Jorginho è un costruttore ingegnoso ma anche pratico, illuminato ma mai manieroso, al fianco del quale sta diventando sempre più irrinunciabile la presenza di Barella. All’elettrico centrocampista sardo manca solo di assimilare alla perfezione l’arte della gestione, però l’impressione crescente è che stia diventando sempre più l’ultimo, brillante erede della dinastia storica dei mediani italiani che fanno la differenza, ovvero quei giocatori primariamente di quantità che sanno abbinare qualità nel momento giusto. Una coppia che funziona, alla quale oltretutto abbiamo da aggiungere Marco Verratti ovvero il centrocampista italiano più completo e di maggior status internazionale, ma anche una serie di alternative giovani, variegate e già in grado di dare significative dimostrazioni di prontezza: da Pellegrini e Tonali, da Castrovilli a Sensi fino all’ultimo debuttante Manuel Locatelli, che ad Amsterdam è diventato il venticinquesimo esordiente dell’era Mancini e ha messo il punto esclamativo a un anno di poderosa maturazione che lo rende un giocatore pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri compiti, sempre svolti con attitudine umile ma modalità illuminanti. 

Un centrocampo completo, forse non illustre come quello di altre superpotenze ma compatto e armonico, che viene sempre alimentato dalle uscite di palla lucide di Leonardo Bonucci, il quale ha da sempre dei limiti in quelli che dovrebbero essere i puri compiti difensivi di uno stopper ma che allo stesso tempo porta in dote la preziosissima capacità (quasi da antico libero) di vedere e di conseguenza costruire il gioco prima di tutti. Un capitale che una squadra orientata alla modernità come quella di Mancini non si sogna minimamente di non sfruttare.
Bonucci è il volante di un reparto che si muove in modo asimettrico ma molto chiaro e interessante: al suo fianco nel ruolo di centrale mancino c’è l’imbarazzo della scelta fra Chiellini (che dovrà recuperare condizione ma rimane un leader assoluto) Romagnoli e anche Acerbi; alla sua destra D’Ambrosio, Di Lorenzo e magari anche Gianluca Mancini o Armando Izzo sono tutti elementi che possono rispondere molto bene alla volontà di schierare un terzino che sia più difensore che cursore, perché è sull’altra fascia che l’Italia si distende al fine di arrivare fino in fondo, e anche in questo caso elementi come uno Spinazzola sempre più ritrovato ed Emerson Palmieri sono pedine dalle caratteristiche ideali per svolgere questo compito e arrivare a collaborare proficuamente con il vero epicentro tecnico del tridente d’attacco, ovvero Lorenzo Insigne, che da quando ha incontrato Gattuso ha fatto un click mentale impressionante. 

Del suo talento si è sempre saputo, così come si sono sempre viste incostanze, insofferenze, immaturità e incapacità di arrivare veramente a consacrarsi in alto. Oggi invece Insigne è diventato un giocatore vero e di importantissimo valore, uno che si spende, che azzanna la partita come deve fare un numero dieci con le sue potenzialità, e così si è finalmente conquistato a trecentosessanta gradi l’investitura piena di capitano del Napoli ma anche la centralità del suo protagonismo nell’attacco della Nazionale. Un attacco che si esprime con un centravanti di sforzo (Immobile prima e Belotti subito dopo) al quale dobbiamo per forza chiedere qualche gol in più per poter sognare ma il cui lavoro sia in ampiezza che in profondità si armonizza sempre con quello della squadra. Quello che risulta invece il punto di maggior variabilità nel reparto offensivo è da ricondurre all’interpretazione dell’esterno destro, che a seconda delle contingenze può essere un vero e proprio cursore di fascia che sappia dare anche equilibrio oltre che spunto (Chiesa è la figura di riferimento), addirittura una seconda punta come ha deciso di fare Mancini ad Amsterdam nel momento in cui ha avuto il coraggio di spedire dentro Kean, o più generalmente un trequartista a piede invertito che parta dall’esterno e venga a giocare dentro al campo.
Uno come Bernardeschi o soprattutto come Zaniolo, che nell’azzurro che ha ammantato la capitale dei Paesi Bassi in questa serata di fine estate ha rappresentato purtroppo il buco nero, visto che il responso degli esami effettuati in mattinata è purtroppo il più temuto ovvero la rottura del crociato del ginocchio sinistro otto mesi dopo aver subito lo stesso infortunio al destro. Una notizia triste, dura, che colpisce un ragazzo al quale la sorte sembra non voler far spiegare le sue magnificenti ali. Per consolarlo, si potrebbe raccontargli la storia di Roberto Baggio, uno che come lui aveva ginocchia fragilissime ma ha finito per diventare uno dei calciatori più poetici e amati che si siano mai visti sui campi italiani.

Oppure dirgli che stavolta ha i tempi giusti per non perdersi l’Europeo, che lui deve lavorare, soffrire ancora ma può e deve crederci. Come questa Nazionale, che dall’Olanda è tornata con una grande vittoria e con un’altra fetta di consapevolezza di essere già qualcosa di significativo, di dover ancora crescere molto per poter restituire agli italiani i veri sogni, però anche che il passo e il percorso scelti sono quelli giusti.