Fra le cose che ci mancheranno quest’anno, c’è l’Europeo della prossima estate. Ci attendeva una rassegna inedita, itinerante e allargata. Un vero e proprio festival continentale, sulla linea di quella che è l’essenza del calcio per Nazionali: la rappresentazione dei popoli attraverso le loro espressioni sportive, che nei tempi odierni hanno forse meno valore specifico rispetto alle vicende dei club ma che presentano la magnetica, esplosiva capacità di allargare, di aggregare e di evocare sentimenti. Per questo, oggi vi voglio parlare di cinque Nazionali che hanno fatto la storia del gioco, ma che ancor più di questo hanno marcato delle epoche conquistando trasversalmente la propria gente. Non tutte hanno vinto dei trofei, ma ognuna di loro ha centrato l’obiettivo di diventare una squadra immortale.

Ungheria 1954

Per questo, parto da una Nazionale che non ha conquistato un titolo mondiale. Incredibilmente, aggiungerei. Perché la grande Ungheria degli anni ’50, la Aranycsapat  (letteralmente, la Squadra d’Oro), è stata indubbiamente una formazione che ha portato una svolta epocale nel pianeta del calcio, aprendo la porta alla modernità. Una squadra fortissima, innovativa e d’avanguardia. Una Nazionale capace di rimanere imbattuta per quattro anni dal Maggio del 1950 al Giugno del ’54, per un totale di trentadue partite fra cui la storica esibizione di Wembley, un 6-3 rifilato ai supposti maestri inglesi davanti a centomila spettatori presi fra l’attonito e il meravigliato. La grande intuizione del tecnico Gustav Sebes fu quella di rivoluzionare il modo di attaccare: il suo inganno è partito dall’idea – a metà fra la necessità e la virtù – di schierare al centro dell’attacco non un centravanti classico, regola pressoché infrangibile al tempo, bensì un’ala riconvertita ovvero il formidabile Hidegkuti, che invece di cercare lo sfondamento centrale si abbassava e manovrava, liberando spazi per gli inserimenti di due cannonieri inarrestabili come Kocsis e soprattutto Puskas.

Inventandosi – o quasi… – il “falso nueve”, Sebes ha scombinato ogni idea imperante nel calcio europeo della sua epoca, dettando legge in modo incontrastato. In trentadue partite ottenne ventinove vittorie e tre pareggi, segnando quasi 150 gol: sconfisse l’Inghilterra a domicilio, diede un sonoro 3-0 all’Italia nel giorno dell’inaugurazione dello Stadio Olimpico di Roma, conquistò imperiosamente la medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1952. Ma cadde sul più bello, nella finale del mondiale svizzero del 1954, proprio a un passo dalla coppa. Cadde per una concatenazione di motivi: la miracolosa prestazione della Germania Ovest, ma soprattutto la devastazione riportata dalla caviglia di Puskas durante un torneo in cui tedeschi, brasiliani e uruguagi cercarono di fermare i magiari aggredendoli deliberatamente. Forse ci fu anche qualche errore di valutazione, ma in generale fu una singola partita maledetta che gettò al vento un quadriennio fra i più imponenti e vincenti nella storia del calcio mondiale. E lì finì, da grande incompiuta, l’Ungheria. Finì a livello di campo, perché la sua storia e la sua lezione sono assolutamente imperiture.

Brasile 1970

Quando sento dire cose tipo “quelli lì non possono giocare tutti insieme in attacco”, ripenso sempre automaticamente al Brasile del 1970. E rido. Perché se c’è una cosa che il calcio ci insegna è che più alte sono le capacità tecniche e più possibilità ci sono di vincere. Certamente non bastano solo quelle, ma una squadra con un grado maggiore di talento rimane una squadra con più possibilità di vincere una partita rispetto a a una squadra che ne può vantare di meno. E una dimostrazione estremamente gustosa di questo concetto sta nell’incredibile conformazione della Seleçao brasiliana che travolse tutto e tutti in Messico nel 1970: un Brasile che Zagalo schierava con cinque fantasisti contemporaneamente in campo. Le due ali erano a destra l’inventivo Jairzinho e a sinistra il piccante Rivelino, un baffuto furbo e dal mancino che abbatteva i muri. Il cervello era quello di Gerson, altro mancino che possedeva dentro di sé la ritmica di quel calcio ballato, definendone i tempi, gli spazi e le velocità. Come centravanti giocava Tostao, un medico di Belo Horizonte che faceva il fantasista quasi per hobby e che in quel Brasile si ritrovò a giocare da centravanti di raccordo, peraltro con un grave handicap causato dal distacco della retina patito qualche tempo prima in uno scontro di gioco, che lo costringerà al ritiro a soli ventisette anni.

Quattro numeri 10 puri, che però giocavano rispettivamente con il 7, l’11, l’8 e il 9, semplicemente perché il numero 10 era di esclusiva proprietà di quello che da almeno un decennio era indiscutibilmente il calciatore più forte del mondo: Pelé, O Rey. Quel Mondiale fu una giostra coloratissima e continua, l’esplosione di un calcio a pura libertà e inventiva, anche se poi la chiave della straordinarietà di quel Brasile stava proprio nel saper sostenere questo baccanale tecnico, grazie alle impalcature tattiche di Zagalo ma soprattutto al valore di altri interpreti da celebrare come il capitano Carlos Alberto, il mediano Clodoaldo e anche lo sfortunato terzino sinistro Everaldo. Anche la bella Italia di Valcareggi dovette inchinarsi a quel Brasile, perdendo 4-1 la finalissima allo Stadio Atzeca di fronte a più di 107mila spettatori. Era forte quell’Italia, ma quel Brasile era semplicemente inarrestabile.

Olanda 1974

Come l’Ungheria degli anni ’50, l’Olanda dei ’70 è stata la più bella squadra “non vincente” nella storia del calcio. E proprio come quell’Ungheria, ha rivoluzionato completamente il gioco senza poter godere dei frutti più prelibati. L’Olanda di Rinus Michels e del suo “calcio totale”, dove le posizioni si invertivano e gli interpreti si mischiavano concretizzando l’immagine utopica del caos organizzato. Un concentrato di spirito d’avanguardia e abilità tecniche straordinarie, incastonate attorno al talento del più grande giocatore europeo che si sia mai visto, oltre che uno dei più fini pensatori che si siano occupati della materia calcistica: Johan Cruijff. Cruijff nell’Olanda che incantò il pianeta durante il Mondiale del 1974 era la proverbiale punta dell’iceberg, il volto di copertina di una squadra che giocava senza un elemento fisso al centro dell’attacco ma che sapeva scatenare una tempesta offensiva mai vista prima, con le puntate delle ali Resenbrink e Rep, le incursioni delle mezzeali Van Hanegem e Neeskens o le salite repentine dei terzini Surbieer e Krol.

Un’esibizione continua di dominio tecnico, arrivata al suo apice assoluto nella finale dell’Olympiastadion di Monaco, quando l’Olanda si portò in vantaggio contro la Germania Ovest segnando senza che gli avversari avessero mai toccato il pallone nella partita: dal calcio di inizio al fallo da rigore di Hoeness su Cruijff e alla conseguente trasformazione di Neeskens, nessun tedesco è mai riuscito ad entrare in possesso di palla. Poi però la Germania rimontò e vinse la partita, perché anche quella era una squadra formidabile, guidata da Beckenbauer, lanciata dai gol di Gerd Muller, sostenuta dalla forza di Berti Vogts e dalle scorribande di Breitner. La Germania Ovest si prese la Coppa del Mondo in casa e lo stesso fece l’Argentina quattro anni dopo, all’Olanda sono rimaste due finali perse ma anche l’aver lasciato un ricordo ben più grande rispetto alle due formazioni che l’hanno sconfitta. 

Italia 1982

L’Italia ha vinto quattro titoli mondiali, due dei quali nell’epoca moderna del gioco. Sia nel 1982 che nel 2006, gli Azzurri hanno trionfato ribaltando i pronostici ed emergendo da situazioni di tensione. Specialmente nel 1982, il Mundial tricolore ha portato un inebriante climax ascendente che sta alla base di ogni storia italiana che si rispetti, con quel senso di epica, di resistenza disperata che diventa riscatto travolgente, di cuore oltre l’ostacolo che infiamma i sentimenti ma che forse fa scivolare in secondo piano il grande valore puramente calcistico che aveva la squadra del CT Bearzot. Una squadra contestata alla partenza, quasi sbeffeggiata durante un girone preliminare fatto di tre modesti pareggi, e poi immediatamente gonfiata e liberata dalla chiamata alla responsabilità. La squadra di capitan Zoff, il giocatore più anziano ad aver vinto una Coppa del Mondo, di marcatori eroici come Gentile e Collovati, del libero galantuomo Scirea, del bell’Antonio Cabrini a sinistra e del giovanissimo Bergomi che già aveva la figura dello zio. Dell’inesauribile Oriali e dell’urlo infinito di Tardelli. Dell’imprendibile Bruno Conti, dell’elegante Antognoni, del furbo Altobelli, del generoso Graziani. L’Italia del diabolico Pablito Rossi.

L’Italia capace di stentare con il Camerun e con il Perù, ma poi di fermare Maradona e un’Argentina campione del mondo sia appena prima che appena dopo. Di superare quello che per molti brasiliani era il Brasile più forte di sempre in un continuo gioco a “guardie e ladri”, con Paolo Rossi a scappare e la spettacolare macchina verdeoro affannata a cercare di riprenderlo, vanamente. Perché quella era l’Italia del “non ci prendono più”, detto in mondovisione dal Presidente Pertini dopo il terzo gol alla Germania nella finale del Bernabeu, appena prima del triplice “Campioni del Mondo” proferito dalla calda voce di Nando Martellini. Ogni trionfo è il massimo, ma ogni volta è diversa. E ognuno ha la sua volta preferita. Per me, che quel Mundial l’ho vissuto nel pancione di mia mamma evidentemente assorbendo a pieno il magnetismo calcistico di quell’estate, il trionfo del 1982 è il più pieno, il più leggendario, il più italiano di tutti. 

Spagna 2010

Così come, sempre appellandomi al gusto personale del quale – si sa – non disputandum est, se devo indicarvi in definitiva la Nazionale più forte della storia scelgo la Spagna del quadriennio 2008-2012, quella capace di vincere in fila due edizioni del campionato europeo e il Mondiale sudafricano. Una Spagna costruita dalla saggezza pratica di Luis Aragones e immortalata dalla finissima capacità gestionale di Vicente Del Bosque. Una Nazionale che ha avuto una concentrazione addirittura esagerata di campioni, visto che probabilmente avrebbe potuto trionfare anche con le riserve: lo dimostra il fatto che nelle tre finali disputate e vinte (Vienna 2008, 1-0 alla Germania ; Johannesburg 2010, 1-0 all’Olanda ; Kiev 2012, 4-0 all’Italia) la Spagna abbia presentato in campo addirittura ventidue giocatori. Due squadre, appunto. In quel quadriennio le Furie Rosse hanno fatto una scorpacciata pantagruelica definendo una sorta di “dolce stil novo” spagnolo, espresso in una “centrocampocrazia” illuminata figlia della rivoluzione di Rijkaard e Guardiola al Barcellona, irradiatasi poi in Nazionale grazie alla presenza di una generazione dorata senza eguali.

Fai il sondaggio!

Qual è stata, secondo te, la nazionale più forte dal dopoguerra ad oggi? VOTA QUI per scegliere la tua preferita!

Il commento di Stefano Borghi

Il governo assoluto dei giocatori di palleggio e inventiva viene sancito dalla formazione scelta da Del Bosque per affrontare l’Italia nell’atto conclusivo di Euro 2012: scendono in campo tutti insieme Busquets, Xavi, Iniesta, Xabi Alonso, Fabregas e David Silva, sei centrocampisti, senza attaccanti davanti ma con la capacità di produrre una turbina calcistica che bucherà quattro volte Buffon cancellando il sogno degli Azzurri di Prandelli. Quello è stato il culmine, l’inizio invece era stato il colpo stiloso del Niño Torres contro la Germania e soprattutto la stoccata di Iniesta nei tempi supplementari della finale Mondiale, arrivata dopo la grandiosa parata di “San” Casillas su Robben nell’ennesimo appuntamento mancato all’ultimo dagli olandesi. Quattro anni che a ricordarli sembrano quaranta per la monumentale quantità di calcio di straordinaria qualità che ci ha regalato la Spagna di Aragones e del Bosque. Per questo, non solo per il tris di trionfi, mi sento di metterla al di sopra di tutte le altre.