In questo mercato strano, folle per certi versi e indubbiamente frenetico a causa dei tempi strettissimi, potremmo vivere l’operazione del secolo. Forse addirittura di più: il più clamoroso passaggio della storia del calcio. Perché in quest’epoca diventata improvvisamente instabile, in questo mondo che nell’ultimo semestre ci ha tolto qualsiasi tipo di riferimento, consuetudine o certezza, ci si è messo anche Leo Messi.

Il totem, l’icona, il più incredibile genio del calcio mondiale da sempre identificato con i colori blaugrana ma non per sempre, almeno stando a quello che intende fare lui. La questione è scioccante, e non solo perché in tanti ci siamo sentiti come quel bambino ritratto ieri dalla foto forse più emblematica della vicenda, raccolto nella sua disperazione su di un marciapiedi, con addosso la maglietta del suo idolo e ancor più sulla pelle la delusione inconsolabile per non averlo visto arrivare a svolgere i test medici. Per non aver visto l’eroe dei suoi sogni sbucare magicamente per dissipare il suo incubo. È scioccante soprattutto perché le modalità con cui si sta consumando la madre di tutte le operazioni di calciomercato continuano ad apparire grottesche, ingabbiate dalle righe di un contratto più secretato dei rapporti sull’Area 51, teatralizzate da quella che sembra una banda di commedianti che stanno portando in scena una surreale rappresentazione che assomiglia molto più a una farsa che non a un’opera epocale. Il problema è che gli attori coinvolti sono uno dei club più iconici del calcio moderno e uno dei calciatori più idolatrati della storia. Il Barcellona e Messi. E in questo marasma emozionale, la sensazione più forte è che stiano perdendo, tanto, tutti e due.

Le ragioni del Barcellona

Il club rimane fermo sulla sua posizione: sostiene che Messi ha un contratto in vigore fino al 2021, che la clausola che prevede la possibilità di risoluzione unilaterale da parte del giocatore non è più valida perché scadeva il 10 Giugno mentre rimane in vigore quella da 700 milioni di euro che porterebbe automaticamente allo svincolo. Quindi: l’argentino è a tutti gli effetti un giocatore del Barça e chi lo vuole deve sborsare una cifra obiettivamente fuori dalla portata di chiunque. A spalleggiare la postura della società c’è anche La Liga, che ieri ha comunicato l’intenzione di non concedere il transfer ad alcun club estero se non a fronte della soddisfazione economica pretesa dai catalani, posizione questa – viene da pensare – corroborata dal fatto che la lega spagnola verrebbe parimenti danneggiata dalla partenza del suo giocatore principale.

Il rischio, anzi la certezza, è che ci sarà tanto lavoro per tanti avvocati. La giunta direttiva del Barcellona non può fare altro: gli rimane solo il disperato tentativo di cercare di alzare uno scalcinato muro per parare quello che sarebbe il colpo di grazia al culmine del periodo più confusionario e infarcito di errori dei tempi contemporanei, che ha nell’ormai indifendibile Bartomeu il suo volto di copertina. Fra il presidente e il capitano i rapporti sono logorati ormai da tempo, hanno vissuto innumerevoli passaggi elettrici e ora sono chiaramente impossibili da ricomporre. Però il sodalizio blaugrana sta pian piano prendendo qualche molecola di ossigeno: se la prima reazione trasversale è stata quella di attaccare frontalmente una dirigenza incapace persino di trattenere il più importante e radicato giocatore della storia del club, ora proprio il concetto di “club” sta facendo sempre più presa nei pensieri dei tifosi, perché sono sempre di più quelli che sottolineano come nessun singolo, nemmeno Messi, possa mettersi al di sopra del Barcellona. E, in una guerra fredda che più fredda non potrebbe essere, questo sottile mutamento di equilibri psicologici può avere una sua valenza. Anche se appare chiaro come in nessun caso il Barcellona possa uscirne bene. Sicuramente non ne uscirà Bartomeu, che alla prima occasione utile verrà defenestrato venendo ricordato esclusivamente per questo disastro invece che per il Triplete del 2015 piuttosto che per i dodici titoli messi in bacheca. Ma anche la squadra che si presenterà in campo per la nuova stagione dopo il tragico 2-8 col Bayern e dopo tutto questo tornado sarà inevitabilmente un progetto già fortemente depotenziato, in mano a un allenatore come Ronald Koeman che si è presentato più come una ruspa che non come un orologiaio e che rischia molto più di macchiare il suo status di vecchio idolo che non di diventare l’uomo della rinascita. Tutto questo, se ci pensate bene, indipendentemente dalla presenza o meno di Lionel Messi.

La posizione di Leo Messi

Messi che per il momento non parla, al massimo manda dei burofax o lascia che suo papà organizzi dei meeting. Messi che però, pur nel suo mutismo, ha scatenato un terremoto il cui sciame sismico rischia addirittura di travolgerlo. Il capitano del Barcellona, il bambino da film arrivato a tredici anni con la necessità di essere assistito e la promessa di diventare il più forte di tutti, l’uomo che ha fatto innamorare del Barcellona gente di ogni continente e dal Barcellona è stato sempre trattato come una divinità, adesso si ritrova stretto in una stanza di un metro quadrato sui cui lati si aprono quattro porte. Una, quella che lo farebbe rientrare in casa, non la vuole più aprire e forse non può più nemmeno farlo, perché l’unica cosa più sorprendente di tutte quelle che lo hanno visto protagonista nell’ultima settimana sarebbe un ripensamento.

Avrebbe tanto, troppo da perdere: tornerebbe a testa bassa, si ritroverebbe in quello che è stato il suo mondo di una vita ma sarebbe diverso. Avrebbe un’aura molto più sbiadita, sarebbe visto da tutti con occhi differenti. Perché Messi il gran rifiuto ad essere l’alfiere della rinascita lo ha opposto, e dopo certi atti non si può tornare indietro. Due porte forse sono addirittura finte: Paris Saint Germain e Inter si sono destate subito, hanno provato a pensarci, ma sono destinazioni molto complicate da perseguire, la prima perché supporrebbe una movimentazione di mastodonti troppo complicata da organizzare in tempi così stretti, la seconda perché bisogna fare i conti con la realtà economica. Di conseguenza, la porta che attende socchiusa è quella che conduce al City di Guardiola, che potrebbe anche apparire come una nuova comfort zone e che oltretutto servirebbe immediatamente le condizioni per puntare a vincere tutto. Ma, portando l’analisi un po’ più in profondità, di confortevole ci sarebbe solo la presenza del suo ex allenatore e poco d’altro. Perché Messi si ritroverebbe a dover cambiare mondo in un attimo, senza possibilità di adattamento e nemmeno di preparazione, visto che sarebbe subito chiamato ad essere sbalorditivo fin dal primo pallone che gli verrà servito.

Oltretutto in un contesto calcistico profondamente diverso, in un clima molto più intransigente (in tutti i sensi), in una città all’opposto di quella che lo ha abbracciato e cullato negli ultimi vent’anni, che parla un’altra lingua e che fa parte di un Paese che tende sempre d’acchito a screditare i miti degli altri talmente è ancorato ai propri. Sarebbe chiamato a fare qualcosa che non ha mai fatto, nelle condizioni più complicate possibili, all’età di trentatré anni e senza il minimo margine d’errore. E forse è l’unica soluzione che gli è rimasta. Ah, ce ne sarebbe anche una quinta di porta. Una porticina talmente piccola, talmente nascosta che non viene neanche da prenderla in considerazione. Quella che dalla sua casa adottiva lo porterebbe alla sua vera casa. A Rosario, al Newell’s. Al suo più puro amore di bambino. Quello sì che sarebbe il più sbalorditivo dei colpi di Leo Messi. Ma è una porta effettivamente da non prendere in considerazione, visto che non succederà. Perché sarebbe un finale troppo bello per essere vero. E l’impressione, oggi che comincia la settimana più importante dell’epopea di Messi, è che questa storia non avrà un finale da romanzo…