Oggi, 19 aprile 2021, potrebbe essere il primo giorno di una nuova era del calcio. Quello che fino alla serata di ieri si pensava potesse essere un classico lunedì di aprile avanzato, in cui commentare l’ennesima dimostrazione del fatto che l’Inter vincerà in carrozza il suo diciannovesimo scudetto, l’imprevedibilità focosa della lotta per arrivare fra le prime quattro e anche una bagarre salvezza ancora intricata, diventa invece il momento in cui consuetudini decennali di calcio europeo vengono sconvolte dall’intervento dinamitardo della sua élite.

A dare questo senso di “alba di un nuovo giorno” (ma forse anche di “notte dei lunghi coltelli”), c’è anche la tempistica dell’annuncio più sbalorditivo e scioccante che il mondo del pallone abbia udito nell’ultimo mezzo secolo abbondante: a mezzanotte, con una serie di comunicati congiunti, dodici fra i più importanti e imponenti club europei hanno ufficializzato la costituzione di una lega privata, la Super League, della quale saranno proprietari e gestori. Che si propone di dare vita a un nuovo torneo con cadenza annuale che abbia l’obiettivo di essere la più grande manifestazione calcistica internazionale, e soprattutto la più ricca. Partendo immediatamente, si parla addirittura del prossimo mese d’agosto. E scatenando quella che più che una maxi trattativa con i vertici istituzionali è una vera e propria guerra con obiettivi molto più economici che non sportivi.

Super League: chi ne fa parte, come si gioca e quanto vale

L’atto di fondazione della Super League è stato redatto da sei club inglesi (i due di Manchester, Liverpool, Arsenal, Tottenham e Chelsea), tre italiani (Juventus, Milan e Inter) e tre spagnoli (Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid), ai quali si dovrebbero aggiungere altre tre società inserite permanentemente nel format della competizione, che verrà completato di stagione in stagione da altre cinque formazioni invitate a seconda dei meriti sportivi. I rumors sussurrano che fra le tre che dovrebbero a breve raggiungere questa aristocrazia perpetua autoproclamata dovrebbero esserci Bayern Monaco e Lipsia aprendo così le porte anche al calcio tedesco, però al momento i campioni d’Europa in carica e il Paris Saint Germain sono gli unici due nomi colossali non presenti nell’elenco dei membri fondatori. L’idea, già codificata e illustrata, è quella di creare una competizione a venti squadre: due gironi all’italiana da dieci, con partite di andata e ritorno, per poi fare quarti di finale, semifinali e una finale in gara secca. Un totale di ventitré turni di partite, da disputare sempre in infrasettimanale (ad eccezione della finale che si giocherà nel weekend). Praticamente una sorta di NBA del calcio continentale, con una regular season sviluppata su due conferences e poi i playoff per l’assegnazione del titolo. Se la prendiamo così, tralasciando (ma è impossibile farlo) tutte le altre implicazioni, appare come una sorta di paradiso calcistico che offrirebbe per tutta la stagione eventi spettacolari. Ma sempre più esclusivi, andando terribilmente contro il concetto intimo di sport per aprirsi definitivamente a quello di entertainment. Perché è lì che si gioca la partita economica e finanziaria dei club, ormai diventati delle aziende multinazionali: controllare ed incrementare il più possibile il business plurimiliardario della fruizione dei contenuti audiovisivi legati al calcio, mettendo in secondo piano il vetusto (addirittura pericoloso) motore del merito sportivo per aggredire le moderne dinamiche della finanza. E infatti si dice che il principale irrigatore del progetto sia una (o alcune) delle più grande banche d’affari del mondo, che garantirebbe ai membri fondatori un capitale iniziale di tre miliardi e mezzo atto a coprire le perdite enormi dell’ultimo anno e a finanziare la ripresa. Essendo un gigantesco investimento, serve però la garanzia di avere sempre le squadre più importanti e di offrire settimanalmente le sfide più attraenti possibili. Da qui l’esclusività del sodalizio. Che ha già una sua gerarchia definita, mettendo in primo piano i volti dei tre principali promotori: Florentino Perez, che nel giro di una settimana si è riconfermato sulla poltrona presidenziale del Real Madrid e si è preso anche quella della nuova lega europea, Andrea Agnelli – che ha lasciato immediatamente ogni suo incarico in seno all’ECA e alla UEFA per insediarsi come vice presidente della Super League al pari di Joel Glazer, esponente della famiglia americana proprietaria del Manchester United di cui lui è co-chairman assieme al fratello Avram.

La guerra alla Uefa prima ancora che ai campionati nazionali

Quello sferrato alla mezzanotte di ieri è stato un vero e proprio gancio al mento dell’establishment attuale del calcio, e se la gente ai quattro angoli del mondo ha reagito con sbigottimento, gli organismi dirigenziali hanno subito preso ad urlare minacce. Prima ancora che si sentisse la voce ufficiale della Super League, hanno tuonato quelle della FIFA, della UEFA, delle federazioni e delle leghe del calcio inglese, italiano e spagnolo, preannunciando reazioni durissime. E’ chiaro che una simile secessione e la creazione di un prodotto così imponente andrebbe a minare in modo molto impattante l’appeal dei vari campionati nazionali, ma soprattutto del sistema di competizioni europee vigente. Nel senso: l’impressione è che la UEFA sia la vittima principale, prima e più dei vari ambiti domestici. E non è un caso che la Super League sia nata proprio nel primo minuto del giorno che avrebbe dovuto svelare al mondo il nuovo progetto della Champions League a trentasei squadre. Che di per sé sarebbe già il modello di rilancio partorito per aumentare il numero di eventi (si salirebbe da trentadue a trentasei squadre coinvolte, passando da 125 partite a stagione a 225), ma che non uscirebbe, almeno non completamente, dal concetto meritocratico di partecipazione, perché sarebbe sempre necessario qualificarsi alla competizione. E non parteciparvi per diritto costitutivo. Questo è il rischio che i fondatori della Super League hanno deciso di evitare: non può esistere che Davide batta Golia, anzi evitiamo proprio che lo incroci perché poi un pallone rotondo che rimbalza su di un prato potrebbe sconvolgere i bilanci e cambiare le previsioni di profitto. Lo sport è divertente, ma il business è sovrano. Questo è il nocciolo della questione: l’azienda calcio a livello mondiale nell’ultimo anno ha perso fra i sei e gli otto miliardi, di conseguenza i grandi padroni privati di questo mondo vogliono la garanzia di poter disporre della stragrande maggioranza dei fondi, prendendone così il definitivo controllo. Perciò la reazione delle istituzioni tradizionali è stata esplosiva: si è subito parlato di esclusione dei club secessionisti da ogni competizione FIFA e UEFA, il che vorrebbe dire per i “dodici grandi” giocare solo la Super League. Ma, a ben vedere, l’aspetto più forte delle misure paventate dagli organismi dirigenziali del calcio mondiale, sostenute peraltro anche dalle dichiarazioni immediate di attori politici primari come il Presidente della Repubblica Francese, il capo del Governo inglese e anche diversi esponenti italiani, è quello che potrebbe colpire i calciatori. Perché fra le minacce proferite c’è anche quella di vietare ai giocatori che dovessero prendere parte alla nuova competizione di rappresentare le proprie Nazionali in partite ufficiali. E qui arriviamo a due categorie che paradossalmente sarebbero le due classi più protagoniste dell’intero scenario ma che ancora una volta rischiano di rimanere sullo sfondo, ovvero quella dei calciatori e quella dei tifosi.

Il ruolo di giocatori e tifosi

Sì perché in tutto ciò il progetto di business ruota attorno a marchi, format, fondi ed eventi ma non tiene primariamente conto di chi poi le partite dovrà giocarle e gustarle. E le domande che emergeranno appena i fumi dell’esplosione atomica cominceranno a disperdersi saranno inevitabilmente queste: cosa ne pensano i grandi calciatori? Davvero preferirebbero ingaggi ancora più lauti tagliando però completamente le loro radici? E poi, da dove nasceranno i calciatori del futuro se il sostentamento primario del calcio fosse riservato a un ristrettissimo numero di oligarchi e non arrivasse più ad alimentare tutto il resto del mondo? Ma anche sugli stessi tifosi andrebbe fatta una riflessione: come ha sottolineato Andrea Agnelli, che dalle nostre parti oggi è chiamato a rispondere ai più o meno velati brutti pensieri di alcuni suoi colleghi presidenti visti gli sviluppi degli ultimi mesi di governo del calcio italiano che alla luce di questi fatti assumono contorni spinosi, l’idea che ha mosso le intenzioni dei separatisti è quella di avere una “fanbase” da oltre un miliardo di persone che garantirebbero un indotto in grado di triplicare nel medio periodo i ricavi dei club attraverso queste nuove modalità. E’ una pura previsione economico/finanziaria, basata però sulle dinamiche di un gioco che ha raggiunto questa popolarità proprio per la sua capacità di veicolare passioni, emozioni e sogni. Siamo così sicuri che alla totalità di questa piattaforma di clienti – quelli che una volta erano chiamati appassionati e tifosi – piaccia davvero questa rivoluzione e sia pronta a irrorarla con il proprio entusiasmo e soprattutto le proprie spese? Non lo so, lo vedremo nei prossimi tempi. Ma questa sensazione che dei meri calcoli numerici possano funzionare matematicamente in molti ambiti ma non in quello del calcio non mi abbandona. Così come il ricordo delle modalità che accompagnarono, ormai quasi settant’anni fa, l’ultima enorme rivoluzione del football del Vecchio Continente. Quando, nel 1955, nacque la Coppa dei Campioni, codificando per la prima volta le regole competitive del calcio internazionale europeo. Anche allora fu un movimento di presidenti e inizialmente venne accolta con manifesta ritrosia da parte della UEFA, che puntava più sul calcio delle Nazionali che su quello dei club. Ma è la ragione di fondo che risulta completamente diversa: l’idea nacque da un giornale (L’Equipe) che voleva eleggere la squadra più forte di tutte e fu un successo immediato perché portò lo sport sul piano più alto possibile, mentre ora i genitori della Super League sono un manipolo di imprenditori con l’obiettivo di essere i più ricchi di tutti e di alzare il tiro del business. La differenza è questa, e come sempre alla massa è affidata la risposta. Ma già solo il fatto che si ponga la domanda, parla inequivocabilmente e ineluttabilmente non solo di cosa sia il calcio di oggi, bensì in generale la società in cui viviamo.