La Champions League è veramente il paradiso del football. E’ il torneo più importante, più ricco e di più alto livello al mondo, le sue emozioni sono uniche e per il vero appassionato trasversale di calcio è sempre una garanzia di spettacolo ed esaltazione. E questa edizione della Champions è molto particolare, perché si sta dimostrando una porta di passaggio: è il presente che mostra il futuro.

Lo abbiamo visto chiaramente in questa turbinante due giorni di partite d’andata dei quarti di finale: nell’edizione che per la prima volta dopo un quindicennio non vede né Messi né Cristiano Ronaldo fra le migliori otto, quella in cui il capocannoniere è un ventenne e il suo vice un ventiduenne, i primi quattro atti dei quarti sono stati decisi da un classe ’98, un classe ’99 e due classe 2000. Come a dirci: non sono più quelli che stanno arrivando, sono arrivati eccome.

Kylian Mbappé: il veterano che ha appena ventidue anni

Nella pirotecnica partita innevata di Monaco di Baviera, fra assenze illustri e presenze spettacolari, fra infortuni e papere, fra giocate strabilianti e ritmi da montagne russe, contro un super Bayern che ha attaccato a testa bassa dal primo all’ultimo pallone trovando però la sua prima sconfitta dopo diciannove risultati utili consecutivi in Champions, la differenza l’ha fatta Kylian Mbappé. Ormai – e da tempo – un campione conclamato. Talmente tanto che praticamente tutto di lui non stupisce più: ha già vinto un Mondiale, ha già giocato una finale di Champions League, ha già segnato una tripletta al Camp Nou e ora anche una doppietta all’Allianz Arena. C’è una cosa che però ti lascia sempre di stucco: la sua età, perché Mbappé ha solo ventidue anni. Non è per niente normale che uno nato nel dicembre del 1998 domini con questa continuità e naturalezza. Il primo gol glielo hanno servito Neymar e Neuer, ma il secondo è stato una vera opera d’arte personale. Una rete davvero in stile Ronaldo Fenomeno, il mostro sacro verso il quale è stato subito presentato uno di quei paragoni assurdi che di solito fanno molto più male che bene ai giovani talenti emergenti. Ma neanche questo è riuscito a schiacciarlo. Mbappé, che oltretutto ora con l’evoluzione definitiva che gli può garantire Pochettino si sta presentando indifferentemente in qualsiasi ruolo del comparto offensivo, ha sciorinato nel gelo bavarese una danza calcistica infuocata: ha puntato Boateng, ha mosso i piedi undici volte in meno di due secondi, ha esitato scientemente per creare il contesto giusto e ha segnato riuscendo con lo stesso tiro a fare un tunnel al difensore e a spiazzare il portiere. E sono già ventisette i suoi sigilli nella competizione più esigente e definitiva del calcio mondiale, quella che dopo la finale dell’anno scorso – ma anche dopo una fase a gironi da sole due reti, segnate peraltro nell’ultima e comoda partita contro il Basaksehir di Istanbul – sembrava chiamarlo ancora al passo in avanti decisivo. Ne ha segnate sei in tre incroci con Barcellona e Bayern, cinque delle quali fuori casa. Ora, l’unica cosa in più che ci si può aspettare, è che tiranneggi il prossimo decennio di calcio internazionale. Ma anche per un prodigio assoluto come lui non sarà facile, perché ci sono parecchi altri ragazzini terribili che spingono per ascendere al trono.

Mason Mount: mandato da Lampard, Tuchel ringrazia

Tre settimane dopo Mbappé, in Inghilterra, è nato Mason Mount. Un fantasista, ma dai canoni piuttosto britannici. Nel senso che questo ragazzo della costa sud ha indubbiamente un talento libero ed espressivo, ma ha dovuto fin da subito accompagnarlo con quell’intensità e anche quella praticità indispensabili per emergere nel football di Sua Maestà. Il suo mentore è stato Frank Lampard, uno che in tema di gol partendo dalla posizione di centrocampista potrebbe tenere un master universitario. Mount è sempre stato un vincente, e anche un protagonista. Nelle giovanili del Chelsea ha vinto una Youth League e due Fa Cup giovanili, aggiungendoci un Europeo Under 19 con la Nazionale. Poi, a diciotto anni, è andato in prestito alla Vitesse in Olanda, e ha segnato quattordici gol in trentanove partite fra tutte le competizioni. Il passo successivo è stata la Championship inglese, il campionato cadetto di più alto livello al mondo. Una sorta di mini-Premier sotto tutti i punti di vista: ambiente, ritmo e qualità. E’ andato al Derby County di Frank Lampard, ed è arrivato subito a giocarsi la gran finale playoff di Wembley dopo una stagione da nove gol giocando da mezzala/trequartista: l’ha persa contro l’Aston Villa del suo amico Tammy Abraham, però non ha perso la fiducia del manager che nella stagione scorsa non ha esitato un attimo a farlo subito un titolare del suo Chelsea. E che quest’anno lo ha abbandonato, esonerato per l’incapacità di far fruttare a pieno un faraonico ma anche un po’ complicato mercato estivo. Però ha lasciato in dote un ragazzo brillante, intenso e soprattutto pronto a Thomas Tuchel, che lo ha ammirato a Siviglia contro il Porto mentre controllava, si girava, e calciava nella porta di Marchesin il pallone che ha sbloccato e indirizzato il quarto di finale. Con la velocità, la naturalezza e lo stile magari non scenografico ma indubbiamente molto elegante di un centrocampista d’attacco che può fare tante cose sull’arco della trequarti, tendenzialmente tutte bene. E che ha il gol nel sangue. Ottime notizie sia per i Blues che per Gareth Southgate.

Phil Foden: l’ultima frontiera di Guardiola

Peraltro, al CT dell’Inghilterra gli occhi brillano doppiamente, perché Mason Mount è perfettamente integrabile con il talento che ventiquattrore prima aveva deciso il complicato match fra Manchester City e Borussia Dortmund: Philip Walter Foden, nato nell’hinterland di Manchester il 28 maggio del 2000, l’ultimo talentissimo plasmato e sparato nel firmamento del calcio internazionale da Pep Guardiola. Il catalano appena ha visto questo mancino di velluto è rimasto incantato: a sedici anni e mezzo gli ha regalato la prima convocazione in prima squadra, a diciassette lo ha fatto debuttare, a diciotto lo ha visto segnare la sua prima rete e prima che compisse i diciannove anche il suo primo centro in Champions League, dove risulta il più giovane marcatore inglese della storia. Soprattutto, Guardiola ha dato e continua a dare a Phil Foden quel respiro tattico e quell’evoluzione visionaria che, uniti ad un modo unico di toccare il pallone, ne fanno uno dei giocatori con le prospettive più incredibili che ci siano in giro. Perché attualmente Foden non è già più solo un semplice trequartista, ma un giocatore in grado di disimpegnarsi sia centralmente che sull’esterno, di imbastire il gioco come di rifinirlo e di concretizzarlo, di fare il centrocampista come la mezzapunta. In più, oltre ad avere qualità tecniche cristalline e un’adattabilità tattica determinante per stare al massimo livello nel calcio internazionale di oggi, Foden è visibilmente un tipo determinato. Quasi “cattivo” nel suo gioco, animato da una spietatezza calcistica immediatamente avvertibile. Lo si è notato anche nell’esultanza ai limiti del rabbioso con cui ha celebrato il gol partita martedì sera: il primo pensiero non è stato quello di liberare la gioia per una rete che può valere l’accesso a una semifinale di Champions League, bensì ha scacciato la frustrazione per le occasioni che aveva vanificato prima. Valore tecnico, modernità interpretativa e anche mentalità di ferro: il mix perfetto di Phil Foden, sciorinato peraltro sotto gli occhi del coscritto più famoso del mondo, quell’Erling Haland che stavolta non ha segnato ma non ha perso l’occasione per farsi notare splendidamente, servendo un assist da numero dieci al compagno Marco Reus. E il nome del norvegese, se parliamo di fenomeni del presente e del futuro, deve per forza essere sempre citato.

Vinicius Junior: e c’è ancora chi lo critica…

Così come non ci si può dimenticare di un altro ragazzo nato nell’anno 2000 che però continua ad essere incredibilmente e paradossalmente sottovalutato. Forse la colpa di Vinicius Junior è quella di essere esploso troppo presto e di non aver fatto della gavetta, mettendosi immediatamente due delle maglie più prestigiose e perciò pesanti del calcio mondiale: quella del Flamengo, con cui ha giocato una settantina di partite e segnato una quindicina di gol prima di diventare maggiorenne, e quella del Real Madrid, di cui è già – piaccia o no – un pezzo di storia. Vinicius compirà ventuno anni il prossimo 12 luglio, e ha già giocato centosei volte con la camiseta blanca: prima di lui, solo tre ragazzi erano arrivati in tripla cifra in età più verde, e sono stati mostri sacri come Camacho, Casillas e Raul. La doppietta al Liverpool, un compendio di velocità irraggiungibile, tecnica fine e spavalderia sfacciata, è stata la sua prima con la formazione principale del Real Madrid (ne aveva già segnata una con il Castilla, alla seconda presenza, in un derby contro la formazione filiale dell’Atletico) e ha fornito la risposta più chiara possibile a quell’assurda critica che gli viene mossa praticamente da quando ha messo piede in Spagna: si sente spesso dire che sì Vinicius è forte, è rapido, è inventivo e brucia il campo, ma che davanti alla porta fallisce. Viene definito fumoso, poco concreto, addirittura povero di killer instinct. Il che ha delle basi, perché è vero che il carioca può crescere sul piano dell’efficacia realizzativa. Ma è una considerazione che cozza tremendamente con i numeri. Perché nelle 106 partite fin qui giocate per il Real Madrid, di cui peraltro solo venti per intero, Vinicius Junior ha segnato 14 reti, fornito 15 assist, procurato quattro rigori poi realizzati da un compagno e propiziato due autoreti. Il che vuol dire che ha partecipato direttamente a trentasei marcature, ovvero – approssimando per difetto – una ogni tre presenze effettuate. A neanche ventuno anni, nel Real Madrid. Se questo è uno che non trova la porta…infatti, il vero tema da porsi quando si valutano gli orizzonti di Vinicius è un altro. Non c’è tanto da sottolineare il fatto che potrebbe segnare di più, piuttosto c’è da chiedersi cosa potrà diventare nel momento in cui, acquisendo ulteriore esperienza e rifinendo i dettagli del suo gioco, aumenterà ulteriormente questi riscontri! Tutto lascia intendere che possa diventare uno da comoda doppia-doppia stagionale, peraltro senza essere un attaccante puro ma un esterno che allunga la squadra e che sta anche imparando a rientrare e a connettersi nel gioco corale. Un potenziale Pallone d’Oro. Anche se quello che ci sta dicendo la Champions League di oggi, pensando a quelle che verranno domani, è che la concorrenza, per Vini e per tutti i suoi omologhi, sarà meravigliosamente folta.