Eppure certi concetti sono stati assorbiti da Pep Guardiola, ben altro spessore contrattuale rispetto al tecnico che ha fatto invaghire tutta l’Italia, da Sud a Nord, per l’eloquio ed il coinvolgimento che creava all’interno di certe tifoserie. Perché si può essere grandi allenatori, pur avendo vinto nulla di particolare, pur non avendo allenato le big del pianeta. Ben 18 le squadre allenate, sì, ma quali?

La carriera

In serie A le soddisfazioni ci sono state, probabilmente poche rispetto a quelle che avrebbe meritato, ritrovandosi a lottare con le frecce, contro gli avversari della porta accanto che proprio in quel periodo vivevano il periodo più fulgido della loro storia. Mitizzato, amato, odiato, mai indifferente agli altri, riusciva a spostare su di sé l’altrui attenzione, la rabbia per le provocazioni che mai si risparmiava. E chissà se pure Mourinho lo avrà studiato, magari comparando il segno delle manette con il pugno alzato verso la tifoseria ostile ed avversari un po’ focosi in campo. Succede, soprattutto quando hai assorbito più cultura che pallone, quel calcio anni Sessanta giocato poco e neanche tanto bene. Poteva diventare Sacchi, ma gli mancò un Berlusconi per esserlo. Lo stesso Cavaliere che un giorno lui stesso attaccò indirettamente, per il modo di fare calcio soprattutto con miliardi. Irascibile, apparentemente irrazionale, eppure colto e calcolatore nel suo migliorare le squadre attraverso il gioco e le motivazioni. Dalle sue quotidiane lezioni venne fuori anche il “picciotto” Totò Schillaci che un giorno si ritrovò al centro di una Nazionale che ancora qualche rimpianto lo genera. E poi focoso, come può esserlo uno con il profumo dello zolfo sulla pelle ed esaltato dalle realtà appassionate, soprattutto quelle bagnate dal mare.

Un’ottima reputazione

Da Nord a Sud gli perdonavano quel suo essere un allenatore di strada, un po’ peripatetico e un po’ prostituta, un tipo che si arrangia e non necessita dello sfarzo, che gode a prescindere dal danaro e si lega per la vita soltanto con una squadra, disposto pure a fare a botte con il rivale più prossimo. Tutte le altre sono state passioni brucianti, una volta, al massimo due, poi la testa tornava sempre lì dove lo avrebbero richiamato per altre due volte e potevano anche essere tre. I posti del Nord, quelli più umidi e distanti, proprio non facevano per lui dal Piemonte, al Friuli, dall’Emilia alla Toscana, la traccia si è sbiadita con il tempo e lui stesso ne parlava malvolentieri. Qualche sfizio pure se l’è tolto, guidando due nazionali nelle quali avrebbe potuto far fatica a farsi capire per la diversità della lingua, ma comunque è riuscito a trasmettere il suo calcio fatto di poesia e di verticalizzazioni. Anche in Africa, non comandava, ma guidava.

La soluzione

Oggi avrebbe 79 anni il grande Franco Scoglio, tecnico che allenò anche il Napoli nella fase prefallimento. “Avrebbe” perché non c’è più ed è riuscito ad ottenere fino in fondo quanto da lui desiderato, fin dalla laurea in Pedagogia: morire parlando della sua squadra del cuore, il Genoa. Non è una leggenda, è successo davvero, nello studio televisivo di una tv ligure, mentre discuteva con il presidente Enrico Preziosi, al quale aveva appena ribadito di voler essere chiamato “professore” e non “signor Scoglio”. L’orgoglio prima ancora della panchina.