Erano vent’anni che la Lazio aspettava una serata come quella di ieri sera. Anche un po’ di più, per la precisione 7349 giorni da quel 25 Ottobre del 2000 in cui per l’ultima volta aveva festeggiato il superamento del primo girone di Champions League. Più di mille weekend di battaglie domestiche inseguendo il ritorno fra le migliori sedici d’Europa. Ed è arrivato in una serata che per qualcuno poteva sembrare agevole ma non lo è stata, sotto un nubifragio che le ha dato quasi contorni biblici, colpendo e soffrendo. Sprecando e rischiando. Avendo la chiara percezione di rivederli tutti questi vent’anni sul volto di Simone Inzaghi, che c’era allora e c’è oggi, sul quale il misto di gioia e fatica ha sintetizzato il percorso che ha riportato i biancocelesti a centrare il pass per gli ottavi di finale. Un percorso che ha una data di inizio ben precisa: non vent’anni fa, ma esattamente due.

Un progetto ben strutturato

Questa Lazio capace di chiudere entrambe le ultime due stagioni con almeno un trofeo in bacheca, che l’anno scorso ha dimostrato di poter lottare per lo Scudetto, che adesso irrompe al tavolo delle grandi del continente (peraltro con condizioni interessanti, e fra poco vi spiego perché…) è nata il 22 dicembre del 2018, giorno di Lazio-Cagliari all’Olimpico. Me lo ricordo bene perché ho commentato quella partita, la prima in cui Simone Inzaghi ha schierato tutti assieme dal primo minuto Luis Alberto, Milinkovic-Savic, Correa e Immobile. Era un gran brutto momento: la squadra non vinceva da sette giornate, aveva otto punti in meno dell’anno prima, segnava poco ed era fuori dai primi quattro posti della classifica. Tirava un’aria freddissima attorno a Inzaghi, che in quel pomeriggio in cui festeggiava le sue cento panchine in Serie A rischiava di perdere la sua.

La solita critica “stromboneggiante” (e forse non solo quella…) gli chiedeva a gran voce di cambiare sistema di gioco, di passare alla difesa a quattro perché non era ammissibile aver segnato ben diciassette reti in meno del campionato precedente. E lui, fiero, convinto, preparato come è sempre stato, aveva deciso che si sarebbe anche potuto spezzare, ma non si sarebbe piegato. La sua convinzione non si è mai spostata da un sistema di gioco che offre una traccia di partenza equilibrata, ma che poi sviluppa una qualità che solo adesso sta scoprendo anche l’Europa. Perché è stato da quel momento, da quel Lazio-Cagliari 3-1 che ha alzato il sipario sulla nuova primavera biancoceleste, che Luis Alberto ha cominciato a prendersi il campo, che Immobile è diventato un terminale da Scarpa d’Oro, che Joaquin Correa si è avvicinato alla porta aumentando la varietà delle soluzioni da gol e che Milinkovic-Savic, partendo da più lontano, è diventato un centrocampista centrale con una completezza da top. Da lì la Lazio ha cominciato a vincere. Da lì la Lazio è diventata quella che vediamo oggi, e che ora comincia a conoscere anche tutta Europa.

Sì, perché il percorso fatto dalla squadra di Simone Inzaghi nel girone di Champions ha dimostrato fondamentalmente tre cose importantissime: la prima è che ha un gruppo vero, forte, determinato a superare ogni avversità possibile (e in questi mesi ce ne sono state tante, a trecentosessanta gradi…); la seconda è che il calcio che sa esprimere è un calcio di stampo internazionale, che finisce per concedere qualcosa ma che parte dal presupposto che per vincere bisogna creare, attaccare, aumentare sempre il livello qualitativo; la terza cosa – e forse è una chiave importante per capire anche questa stagione un po’ ondivaga – è che se per noi la Lazio e il suo gioco sono realtà dichiarate e conosciute ormai da un biennio, per chi la affronta in campo internazionale non è ancora così. Ed è un vantaggio enorme.

Mina vagante della competizione

Lo si è capito non tanto nell’atto conclusivo, nel 2-2 col Bruges di ieri sera in cui la Lazio ha fatto bene tutto quello che doveva fare bene secondo il piano partita (sbloccare subito, rispondere immediatamente al pareggio, sfruttare la superiorità numerica con le sue magnificenti folate che bruciano l’erba) e poi ha deciso di complicarsi tutto quello che poteva complicarsi, sprecando infinite volte il match-ball, prendendo un gol puerile ad un quarto d’ora dalla fine e tremando fino al fischio conclusivo come la traversa scossa da quel gran bel talentino che risponde al nome di Charles De Ketelaere. No, che la Lazio in questa Champions possa essere una discreta mina vagante lo si è visto soprattutto nel doppio confronto con il Borussia Dortmund, nella prima partita (quella che poteva mettere subito tutto in salita e invece ha spianato la strada) e nella quinta, la gara che ha dato la dimostrazione chiara del fatto che all’estero non c’è ancora una percezione chiara di quanto possa essere forte questa squadra quando le viene permesso di sviluppare pienamente il proprio gioco.

In Serie A, il campionato più tattico e per questo più difficile che ci sia almeno in termini strategici, qualche misura alla Lazio è stata presa, ma in Europa non ancora. Perciò chi se la ritroverà di fronte agli ottavi di finale rischierà grosso, perché affronterà una squadra che in questa sua nuova avventura (voluta, inseguita per anni, strappata con la forza della mentalità e della qualità) la Lazio riesce ancora ad essere quello che era stata l’anno scorso, ovvero una gran ventata di novità, una realtà sottovalutata e per questo in grado di uscire con una prepotenza entusiasmante. Adesso giustamente il popolo laziale si gode il traguardo, ma l’augurio e l’auspicio è che si tratti solo di un traguardo volante. Perché vent’anni di attesa hanno mostrato tante cose, gli ultimi due hanno insegnato in cosa affonda le proprie radici questa squadra, e il girone che ha appena superato da imbattuta (cosa che al momento solo Bayern, Chelsea e Manchester City possono dire) dimostra che un passo storico è già stato fatto, ma potrebbero esserci più chances di quel che si crede di farne qualcun altro.